Ritorno a Sibari
di Luca Policastri (Presidente dell’Associazione “Ritorno a Sibari e Thurii”)
Sibari, la città della Magna Grecia che da millenni viene descritta da tutti gli storici greci e romani come la più ricca, la più bella, la più evoluta e sfarzosa, la più emancipata anche nei rapporti sociali e nell’inclusione di popoli autoctoni, la potente polis che controllava quattro popoli e venticinque città satelliti, la cui influenza territoriale si espandeva anche su gran parte del tirreno meridionale dove fondò importanti città come Laos e Poseidonia (l’attuale Paestum). Sybaris, descritta come grande città con migliaia di abitanti (alcuni storici parlano addirittura di 300.000), con monumenti imponenti e mura di cinta lunghe più di nove chilometri, che fine ha fatto? Certamente da qualche parte sepolta nella piana che porta il suo nome.
Una pianura prospera e ricca nel lasso cronologico che ha ospitato gli Enotri ed in seguito Sibari - ma anche Thurii (la città ricostruita per volere di Pericle dopo la sua distruzione ad opera dei crotoniati) - ed infine Copiae, il nome romano della stessa dal II secolo a.C. La piana di Sibari tornata fertile e prospera dopo la bonifica degli anni ‘30 del secolo scorso, per secoli è stata però anche la causa della sua scomparsa. La sua natura idrogeologica, nel tempo, accogliendo i detriti e le acque trasportate dai suoi fiumi principali - il Crati ed il Coscile (l’antico fiume Sybaris) - ha trasformato la ridente pianura in una palude rimasta per secoli malsana ed invivibile.
Acquitrinosa e insalubre venne anche descritta dai tanti studiosi, viaggiatori e scrittori che nei primi anni dell’Ottocento, sulla scia dell’entusiasmo per l’archeologia esploso in quel periodo, vi si avventurarono nella speranza di trovare qualche traccia delle vestigia della gloriosa antica città.
Rimasero tutti delusi e tutti descrissero i luoghi come paludosi e malsani, a tratti impenetrabili. Alcuni annotarono solo l’avvistamento di un tratto di muro ed i resti di una colonna.
Oggi sono diversi gli indizi provenienti da studi e ritrovamenti (documentati e non). I più importanti risalgono alla fine del 1800 il cui culmine è avvenuto con lo scavo di alcune tombe monumentali ed il ritrovamento, ad opera dell’ingegner Cavallari, di corredi funebri e di laminette d’oro pertinenti al rito orfico: indizio importante per ipotizzare la pratica di questa religione nell’area, tema purtroppo non più approfondito. Altro impulso che riaccese l’entusiasmo si ebbe negli anni ‘30 quando, durante gli impegnativi lavori atti a bonificare la pianura malarica, il geometra Ermanno Candido rinvenne dei resti che con sensibilità e lungimiranza sottopose ad eminenti archeologi che iniziarono campagne di scavo, le quali portarono alla luce quella che probabilmente era la zona portuale della città di Copiae unitamente a ritrovamenti arcaici. Seguirono altri lavori e la costruzione di una bella struttura museale per accogliere i reperti che fino a quel momento erano stati dirottati a Reggio Calabria, Taranto e Napoli senza considerare lo stillicidio di innumerevoli pezzi provenienti da scavi illegali o da ritrovamenti casuali che attualmente sono sparsi in vari musei o in collezioni private in tutto il mondo frutto di commerci illeciti.
La difficoltà di operare in un territorio perennemente allagato, la dispendiosità dei progetti (per tenere asciutto il limitato parco archeologico attuale devono lavorare costantemente delle pompe idrovore) ma, diciamo anche, un certo disinteresse, hanno fatto sì che ormai da anni le ricerche si sono fermate ed in un certo senso ci si è adagiati sulla rendita dei pochi se pur interessanti capitoli già citati. Si è consolidata ormai l’idea comune che Sibari e per chi ne sa un po’ di più anche Thurii e Copiae siano lì in quel fazzoletto di terra. Ma è davvero così?
Altro momento saliente per l’approfondimento degli studi e della ricerca fu la fondazione nel 1959 (sempre per iniziativa del geometra Candido) dell’Associazione “Ritorno a Sibari” che diede, per diversi anni, nuovi importanti impulsi operativi. Lo scopo dell’Associazione è quello di promuovere la valorizzazione archeologica e turistica, agricola e industriale della Sibaritide e di collaborare ad ogni iniziativa da Enti o da privati intrapresa a tale scopo, citava l’atto costitutivo dell’Associazione.
Nel frattempo, molte sono le pubblicazioni edite a riguardo curate da tecnici del settore ma anche da appassionati storici ed infine da narratori affascinati dai miti e dalle leggende che nei secoli si sono sviluppate sulla magnificenza di Sibari e sulla vita sfarzosa dei suoi abitanti (tuttora il termine “sibarita” è sinonimo di persona dedita al lusso ed alla bella vita). Progressi concreti però giacciono da tempo, ed è per tale motivo che - sulla scia dei sopracitati intenti dell’Associazione “Ritorno a Sibari” - con un gruppo di appassionati e studiosi abbiamo inteso rifondare l’Associazione chiamandola “Ritorno a Sybaris e Thurii” con lo scopo di riaccendere l’interesse per la ricerca della stessa Sibari ma estendendo anche la ricostruzione di tutta la storia del territorio che è fatta anche di Enotri, di Lucani e Bretti oltre di popolazioni preelleniche di cui ancor meno si conosce la storia, la cultura materiale e soprattutto immateriale. L’Associazione ha anche l’obiettivo, per me non meno importante, di promuovere la conoscenza e la sensibilizzazione specialmente degli abitanti del territorio poco consapevoli di questo importante periodo della nostra storia.