1946: quando il voto delle donne ha cambiato la nostra storia
di Marica Notte
La storia è fatta di date perché alcune date fanno la storia. Ma le date a cosa servono? Perché ricordarle dovrebbero essere importante specialmente per chi non ha vissuto direttamente determinati eventi? Che cosa significa far rivivere nel presente qualcosa che è avvenuto nel passato? Forse, lo scopo della storia è anche quello di conservare tracce su cui bisogna continuare a ragionare, affinché diventino per tutti gli individui esercizi di orientamento politico, sociale e morale? Forse perché la storia è parte di una testimonianza che lascia uno scopo non scontato, che va difeso e rispettato perché in esso ci sono identità di resistenza, di conquiste per la libertà ed eguaglianza che ci rimangono come eredità comune?
Se il 2 giugno di quest’anno sono 80 anni dal Referendum istituzionale che vide nascere la Repubblica italiana è perché il 2 giugno del 1946 anche le donne furono chiamate alle urne. Questa è una data che ha rivoluzionato la nostra storia e che si intreccia a due date antecedenti a quel cambiamento epocale: infatti, il 1° febbraio 1945 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo luogotenenziale numero 23 che estendeva alle donne il diritto di voto. A distanza di un anno e un mese, il 10 marzo del 1946 si svolsero le prime elezioni amministrative con la partecipazione di uomini e donne e quindi con il suffragio universale. Tre mesi dopo quello stesso anno, 13 milioni di donne aventi diritti al voto si recarono alle urne e il nome della Repubblica sostituì quello della Monarchia, eleggendo inoltre 21 donne all’Assemblea costituente.
In un numero del giornale Noi donne, testata ufficiale dell'Unione donne italiane (UDI), la partigiana Teresa Mattei, commentò quel passo epocale in termini di democrazia: «l’esercizio di un diritto corrisponde sempre, nella vita, all’adempimento di un dovere e se un nuovo diritto è oggi riconosciuto alle donne, ciò significa che esse devono rispondere a quanto il Paese chiede loro»[1].
Il diritto di voto è il riconoscimento pubblico di una soggettività politica che prima veniva negata. È inglobare alla partecipazione della vita pubblica tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, è dare la possibilità di rivendicare il diritto di esistere ed essere presenti. Secondo Norberto Bobbio, è proprio l’estensione dei diritti politici a soggetti che ne erano stati esclusi uno dei criteri per misurare il progresso democratico di una società. Nonostante la chiamata alle urne, il 1946 non segnò il reale ingresso delle donne nel sistema politico, ancora di maggioranza maschile, ma un primo indebolimento del sistema simbolico che confinava le donne nello spazio dell’oikos, cioè della casa. Infatti, come osserva Michela Ponzano, «dal punto di vista normativo e sociale (nonostante il diritto al voto del 1946), la conquista dei diritti politici non si trasforma automaticamente in una parità nei diritti civili e di famiglia. La divisione sessuale del lavoro resta invariata, il predominio maschile nella società, nel diritto, nella politica e persino nei linguaggi assume un significato ben chiaro: per le donne il 1945 ha segnato una rivoluzione rimasta a metà»[2].
Il diritto di voto non esauriva, dunque, la questione dell’emancipazione femminile in quanto restava una rivoluzione che doveva rovesciare i contenuti di molti paradigmi. Di certo, il passo compiuto fu fondamentale per aprire la questione sulla parità, per far capire che la politica è lo spazio per eccellenza dell’agire collettivo, un luogo aperto a tutti, un richiamo a manifestare il nostro carattere sociale. Celebrare questa data significa riflettere anche sul senso stesso dell’uguaglianza politica, sul compito di fare ed essere democrazia, sulla necessità di educarsi all’autonomia decisionale, sull’importanza di interrogare il presente su quali forme di esclusione persistono ancora oggi. La storia, infatti, vive nella capacità dei cittadini di riconoscere nei diritti conquistati una responsabilità da rinnovare continuamente. In questo modo la memoria diventa coscienza civile e la democrazia non resta un’eredità ricevuta, ma una pratica da difendere ed esercitare ogni giorno.
[1] National Geographic, La lunga marcia per il voto alle donne italiane:https://www.storicang.it/a/lunga-marcia-per-il-voto-alle-donne-italiane_15048 [2] Michela Ponzano, Scelte di libertà. Donne italiane tra antifascismo, Resistenza e Repubblica:https://anpi-deutschland.de/wp-content/uploads/2016/03/Michela-Ponzani-Relazione.pdf