Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu
di Paolo Giovannini
Scritto fra il 1936 e 1937 – fra memoria e opera narrativa – dall’esule antifascista Emilio Lussu, rifugiatosi a Parigi, il libro viene stampato dapprima a Buenos Aires in lingua spagnola nel 1937 e poi a Parigi l’anno successivo, infine è fra i primi libri pubblicati da Einaudi nel 1945, dopo la liberazione. L’autore, valoroso combattente della Grande guerra in qualità di ufficiale di complemento (riceve bel quattro medaglie al valor militare) e successivamente fra i fondatori del movimento di “Giustizia e libertà” con Carlo Rosselli, sebbene non disconosca le ragioni storiche che lo avevano condotto a militare nelle file dell’interventismo democratico, nel testo racconta il volto autentico della guerra, a partire dalla sua esperienza diretta sull’Altipiano di Asiago dal giugno 1916 al luglio 1917, «in una serie di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi», attraverso i quali descrive le condizioni estremamente dure della vita di trincea nei suoi diversi aspetti: dalle lunghe attese nel fango agli assalti, dal fanatismo guerriero degli alti ufficiali all’ottusità della disciplina militare con i suoi drammatici esiti e i tentativi di insubordinazione e ribellione, dai suicidi alla vasta diffusione dell’alcool, soprattutto in prossimità degli attacchi alle trincee nemiche, e via dicendo.
In tal senso il libro è venuto a rappresentare un importante manifesto contro le guerre e il militarismo, considerato che la Prima guerra mondiale – secondo l’opinione di gran parte della storiografia, italiana e internazionale – è stata il laboratorio del ‘900, con la sua storia di conflitti, persecuzioni e genocidi.
Ma il libro ha avuto e conserva un grande valore storiografico, perché nelle sue pagine si anticipano tutta una serie di questioni e problematiche affrontate soltanto in questi ultimi decenni dalla storiografia sociale sulla guerra, sino a divenire un testo di riferimento pressoché “obbligato”. Difatti è tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’80 del secolo scorso che “i vinti di Caporetto”, i condannati a morte dai tribunali militari, i disertori, i folli di guerra, sono diventati oggetto di specifiche ricerche storiche, caratterizzate da nuove fonti e da rinnovate interpretazioni. Sino ad allora era prevalsa l’interpretazione patriottica della Prima guerra mondiale e a parlare o scrivere di certe cose si poteva incorrere anche in conseguenze giudiziarie e persino nel carcere, come accade a due critici cinematografici nel 1953.
Sin dalla prima fase del conflitto si sacrifica un gran numero di vite con l’ostinata applicazione da parte dello Stato maggiore italiano (come del resto avviene negli altri eserciti) di un strategia bellica offensiva ad oltranza, nella speranza di una prossima “spallata” decisiva sul campo; i generali affrontano la novità della “guerra moderna”, di massa, industriale, tecnologica (basti pensare all’uso di nuove armi micidiali, come le mitragliatrici e i grossi calibri di artiglieria), con una mentalità ottocentesca, ormai del tutto fuori tempo. Tant’è che nelle truppe si era insinuata la convinzione della tragica inadeguatezza dei vertici militari nella conduzione delle operazioni, rappresentati in questo caso dal generale Leone, come attesta un’affermazione di uno dei principali personaggi protagonisti della narrazione di Lussu, il tenente Ottolenghi, disilluso dalla situazione generale con cui deve misurarsi e con idee di tipo socialista: «I nostri generali – afferma con amara ironia – sembra che siano stati mandati dal nemico, per distruggerci».
«La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto», scrive poi Lussu: «La coscienza della morte – continua lo scrittore -, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono». L’estrema drammaticità di questi momenti è efficacemente descritta attraverso un episodio osservato da vicino: «Due soldati si mossero e io li vidi, uno a fianco all’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s’accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia? Il primo era un veterano del Carso».
Concluso l’assalto con le consuete molte perdite, recuperati i morti (quando si poteva) e i feriti, dopo una breve fase di stordimento per lo scampato pericolo, sopraggiungevano nei superstiti, insieme al pensiero angoscioso per i compagni lasciati sul campo, le preoccupazioni per il prossimo assalto, ai limiti della follia, come si coglie da una penetrante pagina del libro in cui il protagonista raccoglie lo sfogo di un commilitone: «Io ho paura di diventare pazzo – mi disse. Io divento pazzo. Un giorno o l’altro, io mi uccido. Io non seppi dirgli niente. Anch’io sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia».
Gli episodi a cui si è fatto riferimento sono soltanto alcuni dei diversi che compongono il racconto di Lussu, che, facendo riferimento alle molteplici e sfaccettate durezze della guerra, contrastano con la rappresentazione eroica e altamente positiva della stessa propagandata da parte del fascismo, protrattasi – come sottolineato sopra – per alcuni decenni dell’Italia repubblicana.
Il libro, infine, ha avuto anche una libera trasposizione cinematografica nella pellicola di Francesco Rosi Uomini contro, del 1970 (con un finale diverso), con la magistrale interpretazione del tenente Ottolenghi di Gian Maria Volonté. Senz’altro un bellissimo film, di grande impatto emotivo e forte suggestione, al pari della Grande guerra di Mario Monicelli (1959), che però all’uscita costa al regista una denuncia per vilipendio delle forze armate (con assoluzione in istruttoria), andato per di più incontro al boicottaggio da parte dei gestori di molte sale cinematografiche, con la scusa delle numerose telefonate minatorie ricevute.
Bibliografia
- Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Einaudi, Torino 1945 (e successive edizioni);
- Giovanni Capecchi, I fronti della scrittura. Letteratura e Grande guerra, Edizioni Unicopli, Milano 2017;
- Giovanni de Leva, La guerra sulla carta. Il racconto del primo conflitto mondiale, Carocci, Roma 2017.