L'urgenza delle parole

Rileggere oggi “La specie umana”di Robert Antelme (R. Antelme, La specie umana, Einaudi, Torino, 2025)

di Luciana Rocchi 

 A Bocca di Magra, fra il fiume e il mare, seduto a scrivere, è come se Antelme lo andasse recuperando parola per parola dal relitto della nave con cui ha fatto naufragio. Sarà poi Perec a raccoglierlo dalle mani di quel Robert-Robinson e portarselo nella sua isola.

Così si conclude la postfazione del curatore dell'edizione fresca di stampa di “La specie umana” di Robert Anselme, l'unico libro di questo grande intellettuale francese, che per contenuto e per i contesti della scrittura e delle tre edizioni ci riguarda molto da vicino. È a noi lettori del 2025 che parla l'ultima, arricchita di inediti. Ci toccano profondamente la traduzione attenta alla molteplicità dei soggetti (io, noi, l'impersonale on), che rende “il linguaggio [del corpo] attraverso la lingua”; il racconto delle ragioni e del contesto della scrittura, tra 1946 e 1947, la prefazione datata 1963, autore George Perec. Per chi l'aveva conosciuto nella precedente edizione italiana, impreziosita dal disegno di Paul Klee in copertina, ma privo delle voci che parlano in questa ultima, è un'altra lettura.

L'espèce humaine appartiene alla categoria della letteratura concentrazionaria, nata subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, fra ondate di fioriture e rifiuti, come quello che toccò in sorte al primo libro-testimonianza di Primo Levi e a questo. Antelme è un ex deportato politico, trasferito a Buchenwald il 19 agosto 1944, da Parigi, dove tornerà il 19 maggio 1945, dopo una peregrinazione tra diversi campi, sfinito nel fisico (un terzo del peso al momento dell'arresto) e trasformato da un'esperienza che definisce lui stesso “intrasmissibile”, perché “inimmaginabile”. Inizierà a raccontare ai suoi salvatori appena fuori dall'ultimo lager – Dachau – senza fermarsi per cinque settimane, ma avrà bisogno di un anno per riuscire a scrivere, e sarà un altro racconto. 
Il linguaggio con cui l'autore ha scelto di rappresentare l'esperienza vuole creare un ponte fra la coscienza e l'umano, che le violenze delle SS tentavano di negare. In altre parole, la missione della memoria è “la rivendicazione della specie umana”, la prova che la negazione dell'uomo è impossibile. È la vita quotidiana piuttosto che le forme estreme di violenza che sceglie di raccontare, perché lì, nella descrizione dell'affannosa ricerca delle bucce fra i rifiuti, dell'accanimento del mangiare per vivere che esplode il paradosso del massimo degrado e della sconfitta dei carnefici insieme.

È adesso, vivi e simili a scarti, che le nostre ragioni trionfano. Certo, questo non si vede. Ma noi abbiamo tanto più ragione […]. Mettetevelo bene in testa: avete fatto in modo che la ragione si mutasse in coscienza. Avete rifatto l'unità dell'uomo. Avete fabbricato la coscienza irriducibile.   
 
Robert Antelme scrisse parte de L'espèce humaine a Bocca di Magra, sotto gli occhi di Marguerite Duras, che era stata sua moglie e compagna nella Resistenza antinazista, di Dyonis Mascolo, l'amico che era riuscito a riportarlo a Parigi da Dachau, e dell'amico italiano Elio Vittorini. Dai ricordi di Italo Calvino si apprende che Vittorini, scrittore italiano della Resistenza, nello stesso periodo gli aveva comunicato la necessità di un cambio di passo: “Ora, dopo la letteratura della Resistenza, bisogna fare la letteratura della ricostruzione. Il Robinson Crusoe, bisogna scrivere il Robison Crusoe”. Robert Antelme ha fatto con un solo libro letteratura della Resistenza e della ricostruzione.

La prefazione di Georges Perec Robert Antelme et la vérité de la littérature ci cattura subito e ci spinge ad estrarre dalla singolarità della scrittura di Antelme la relazione biunivoca tra l'esperienza e la letteratura, un viavai che è “la trama della nostra coscienza”. I fatti non parlano da soli, scrive Perec. Accatastarne quanti si vuole per descrivere la realtà e/o provocare emozioni con immagini estreme per svelarne l'orrore, come fa parte della letteratura concentrazionaria, non spiega il significato profondo di quel sistema, che è la negazione dell'umano.

Il tempo che stiamo vivendo ha in comune con l'epoca che impose a Robert Antelme l'urgenza della parola, fatti che credevamo impensabili, tanto che sembrano inutilizzabili le categorie con cui gli storici ai fatti hanno sempre cercato di dare ordine. Negli anni della scrittura a Parigi, al numero 5 di rue Sant Bénoit, nella casa di Marguerite Duras, cominciò a riunirsi un gruppo di intellettuali che s’interrogavano sul ruolo della letteratura per “la comprensione del nostro tempo, la spiegazione delle nostre contraddizioni, il superamento dei nostri limiti”. Sono parole che descrivono un fermento non effimero; ne dà prova il saggio di Georges Perec, negli anni Sessanta, specchio di una ricerca tutt'altro che superata sulla possibilità di parlare del “mondo sommerso” che i deportati avevano visitato. Il più eclettico fra i protagonisti di quel lungo fermento, Raymond Queneau, affrontò direttamente il rapporto fra l'individuo e la storia, prima con il saggio Una storia modello, scritto nel 1942, nel cuore del dramma della Francia umiliata dalla sconfitta e dall'occupazione tedesca, in cui la prima frase è “La storia è la scienza dell'infelicità degli uomini”. A distanza di oltre vent'anni, nella prima pagina del romanzo I fiori blu la domanda è se sarà mai possibile trovare una via d'uscita dalla confusione in cui ci appaiono i fatti storici; la frase che conclude il romanzo è “Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando”.
La nuova edizione de La specie umana arriva a noi in un periodo di smarrimento, possibile occasione per fare buon uso della memoria dell'abisso e del suo superamento e – perché no – della nostra capacità di trasformare l'esperienza di rottura delle coordinate con cui ci si pensava in volontà di resistenza e di ricostruzione.