Da man a person

Dal primo emendamento al reform bill inglese alla legge per il diritto di voto alle donne italiane

di Martina Pietrelli

Nella storia dei diritti delle donne, c’è un discorso fondamentale, pronunciato al parlamento inglese il 20 maggio 1867: è quello di John Stuart Mill, filosofo politico liberale, noto nella storia del pensiero in particolare per due testi Saggio sulla libertà (1859) e L’utilitarismo (1861). Mill decise di candidarsi al parlamento inglese nel 1865: il primo atto del suo mandato fu, nel 1866, la presentazione di una petizione, firmata da migliaia di donne, per chiedere il diritto di voto. È l’antefatto della proposta di emendamento alla Reform Bill, la legge inglese sul diritto di voto, portato in discussione nella seduta del 20 maggio 1867. L’emendamento consisteva nella richiesta di sostituire nel testo la parola “man” (uomo) con la parola “person” (persona). La proposta fu bocciata con 193 voti contrari e 73 favorevoli.

Dopo La rivendicazione dei diritti delle donne, scritto da Mary Wollstonecraft nel 1792 e considerato il manifesto fondativo del pensiero femminista, il discorso di Mill può essere visto a ragione come il simbolo della lotta per il riconoscimento alle donne del diritto di voto e, più in generale, dei diritti politici.

Tradotto per la prima volta in italiano nel 2008 dalla sottoscritta e pubblicato integralmente nel  numero 106 Marzo-Aprile 2008 della rivista filosofica RESET, con la prefazione della prof.ssa Nadia Urbinati, docente di Teoria Politica alla Columbia University di New York, il discorso di Mill è una straordinaria requisitoria contro tutti gli argomenti, già allora stereotipati, utilizzati per negare il diritto di voto alle donne, da lui confutati uno ad uno, con la stringente razionalità della logica e della realtà dei fatti, contrapposta all’irrazionalità e volgarità del pregiudizio. La sua attualità sta proprio nella forza che ancora oggi possiedono quei pregiudizi, dopo secoli di battaglie e conquiste.

Ma vediamoli, così come John Stuart Mill li elenca nel suo discorso “Gli altri argomenti, generalmente si manifestano tutti in aforismi come i seguenti: la politica non è un’occupazione da donne, perché potrebbe distoglierle dai loro compiti; le donne non desiderano il diritto di voto, anzi preferirebbero non averlo; le donne sono sufficientemente rappresentate dalla rappresentanza dei loro parenti e amici uomini; le donne hanno già abbastanza potere.”

Da qui prende campo il ragionamento del filosofo inglese che, all’esercizio inflessibile della logica con la quale smonta ognuno dei pregiudizi elencati, affianca passaggi di autentica e drammatica realtà che rendono questo discorso a tratti commovente. “Gli interessi delle donne sono al sicuro, infatti, nelle mani dei loro padri, mariti e fratelli che hanno i loro stessi interessi e, non solo, sanno molto meglio di loro ciò che è bene per loro. [omissis] Signori, questo è esattamente lo stesso argomento usato per le classi non rappresentate. Gli operai, per esempio: non erano virtualmente rappresentati dai loro datori di lavoro? [omissis]. Mi piacerebbe che questa Camera disponesse di un elenco del numero delle donne che ogni anno vengono picchiate, prese a calci, o calpestate fino alla morte dai loro protettori uomini; e, in un’altra colonna, [omissis] il numero delle sentenze emesse, in quei casi nei quali questi vili criminali non abbiano già avuto modo di darsela a gambe.”  Parole cha ancora oggi parlano alle nostre coscienze, alla realtà drammatica e ancora troppo attuale della subordinazione in cui molte donne ancora di fatto vivono, in Italia e nel mondo. Ed è al mondo che Mill parlava quel giorno, compresa l’Italia.

Meno di un mese dopo il discorso del filosofo inglese, infatti, il 18 giugno1867, il deputato della sinistra italiana Salvatore Morelli, pensatore lucidissimo quanto dimenticato del Risorgimento, presentò al parlamento la sua proposta di legge per il riconoscimento dei diritti politici e civili della donna. Mill e Morelli si conoscevano e si scrivevano, anzi Morelli aveva in qualche modo anticipato Mill con la pubblicazione nel 1861 della sua opera più importante, La donna e la scienza, nella quale l’emancipazione femminile è legata con straordinaria lungimiranza al ruolo sociale della donna. La proposta di Morelli non fu nemmeno ammessa alla discussione parlamentare, ma negli anni successivi altri deputati lo seguirono, presentando altre proposte di legge: Lanza 1871, Nicotera 1876-77, Depretis 1882, tutte puntualmente bocciate. La strada del riconoscimento dei diritti delle donne era ormai stata imboccata anche in Italia.
Nel 1881 Anna Maria Mozzoni fondò la prima Lega femminile italiana. Nel 1906 Maria Montessori invitò le donne italiane a iscriversi alle liste elettorali. Interlocutore privilegiato delle donne italiane fu da subito il Partito socialista, i cui esponenti furono i primi a proporre in Parlamento l’estensione del diritto di voto alle donne. Era il 1912. Giolitti si oppose. L’ultimo a presentare una proposta analoga fu Modigliani nel 1922, ma la marcia su Roma impedì ogni discussione.

In Inghilterra, le donne ottennero il diritto di voto nel 1918. In Italia, si dovettero aspettare altri 30 anni, dopo la fine del fascismo, per arrivare allo stesso risultato.
In occasione del Consiglio dei ministri del 30 gennaio 1945, venne esaminata per la prima volta l’estensione del voto alle donne dai 21 anni, sancita con il decreto legislativo n. 23 del 31 gennaio 1945. Promotori Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi.
Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Erano passati 79 anni da quella proposta, sostituire la parola man con person. Da uomo a persona

Davvero, come recita una battuta di un celebre film di Nanni Moretti, le parole sono importanti.