La provincia fascista
di Paolo Giovannini
Negli ultimi anni – nell’ambito di una ragionata attenzione verso il locale, come punto di osservazione privilegiato dal quale smontare visioni stereotipate della storia italiana - si è assistito a una significativa crescita di studi sui “fascismi provinciali”, nel contesto dello studio del poliedrico rapporto fra centro e periferie durante il cosiddetto Ventennio, attraverso rinnovate griglie interpretative, mentre questi argomenti hanno trovato uno spazio sempre maggiore nelle opere generali sul fascismo italiano.
In vari studi, a partire dalla più ristretta dimensione regionale e provinciale, ci si è mossi verso la complessa ricostruzione dell’impiantazione del regime nelle diverse realtà locali. In questa prospettiva si è affrontato l’importante nodo storiografico rappresentato dall’élite fascista emersa e affermatasi fra gli anni Venti e Trenta, soffermandosi in particolare sui processi di selezione e reclutamento che si vengono imponendo sul piano politico e sociale. Si è analizzata l’effettiva azione svolta dai rappresentati periferici dello Stato, ossia i prefetti, nella loro relazione con la classe dirigente fascista e soprattutto con i segretari federali e nella loro interazione con la società provinciale, la quale, d’altra parte, sembra intrattenere un rapporto a diversi livelli tutt’altro che univoco con il centro politico e amministrativo, tendendo a ritagliarsi propri specifici spazi di autonomia e di “manovra”, pur in presenza di una sempre più accentuata centralizzazione: per quanto il centro tenda ad annettersi le periferie, non sembra riuscire a incapsularle.
Da ciò ne è conseguita la necessità di un’attenta focalizzazione delle strutture del potere locale e delle dinamiche interne ad esso; mentre appare altrettanto importante la concreta analisi dell’effettivo funzionamento del Partito fascista nei molteplici contesti territoriali in cui è chiamato a operare, al fine della «politicizzazione della società civile» e della fascistizzazione delle periferie; facendo possibilmente attenzione a non farsi irretire in quella che è stata definita la “teoria fallimentare”, consistente in una «lettura a ritroso della storia volta a dimostrare che la vicenda del fascismo, fin dalle origini, è una sequela di insuccessi, culminata nel fallimento finale», che in effetti appiattisce la varietà delle esperienze fasciste provinciali a un unico ripetitivo modello.
La dimensione provinciale rappresenta comunque una caratteristica fondamentale del fascismo italiano sin dalle origini, dalla fase dello squadrismo, con i ras, poi divenuti gerarchi, che attraverso il controllo delle proprie province pongono le basi della loro ascesa politica a livello nazionale, come Roberto Farinacci a Cremona, Italo Balbo a Ferrara, Dino Grandi e Leandro Arpinati a Bologna, Raffaello Riccardi a Pesaro, e via dicendo.
Peraltro con sistematicità si registra l’endemico presentarsi dei cosiddetti “beghismi”, ossia degli scontri e delle tensioni interni ai fascismi provinciali, rappresentanti un fenomeno che non si riesce – nonostante i reiterati sforzi in tal senso messi in campo dal centro - in alcun modo a debellare e che praticamente innervano la politica e le amministrazioni locali per l’intero Ventennio, da cui scaturisce una peculiare dimensione della politica propria di molte aree geografiche periferiche del paese, naturalmente con specificità diverse secondo i differenti contesti.
Ad esempio, nelle Marche settentrionali, mentre «tutti i fasci, o quasi tutti», sono logorati da divisioni e funzionano assai poco, in diverse località sono periodicamente segnalati contrasti fra il podestà e il segretario politico del fascio per ragioni di preminenza, con contrapposizioni a volte irriducibili che si ripercuotono pesantemente sia sullo sviluppo delle organizzazioni fasciste che sulla vita amministrativa, in seguito al dividersi dei maggiorenti in fazioni parteggianti per l’uno o per l’altro, in genere nell’indifferenza della maggior parte della popolazione. A volte, soprattutto nei centri minori dell’entroterra, si tratta di dissidi di vecchia data che ora si vestono della camicia nera, mentre nuove contrapposizioni sono alimentate dall’innescarsi di rilevanti dinamiche di mobilità sociale, attivate da una piccola e media borghesia semirurale che spinge per emergere, la quale vede nel fascismo una forma di rappresentanza delle proprie istanze particolari e dei propri interessi, un mezzo per realizzare le proprie aspirazioni, anche a spese della vecchia classe dirigente.
Così come appare già evidente nelle vicende dei sindaci fascisti fra la fine del 1922 e il 1925-26, in quelle successive relative ai podestà si viene manifestando il tutto il suo rilevante spessore il forte spirito campanistico che pervade a diversi livelli la provincia marchigiana, attraversata da frequenti dispute e competizioni fra centri vicini e fra il capoluogo comunale e le frazioni. Negli anni del regime – dopo la breve e intensa stagione del primo dopoguerra, caratterizzata da una certa vitalità politica e sociale, che aveva prodotto almeno delle incrinature nella molteplicità degli universi chiusi – sembra tornare a imporsi la comunità tradizionale, con divisioni e scontri di carattere prettamente localistico, di cui sono spesso protagonisti gruppi e clan fondati su vincoli di parentela e relazioni d’interesse.
Insomma – si può ribadire in conclusione – i tentativi accentratori dello Stato fascista, di disciplina e controllo della società, banco di prova delle sue pretese totalitarie - sembrano infrangersi di fronte alle pervicaci resistenze messe in atto (al di là della sfera politica, ma con indubbie ricadute su di essa) dalla periferia.
Bibliografia
- Emilio Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, La Nuova Italia scientifica, Roma 1995 [ora Carocci editore];
- Paul R. Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura, Carocci, Roma 2015;
- Paolo Giovannini, Il fascio e il campanile. Problemi di storia del fascismo provinciale marchigiano, Affinità elettive, Ancona 2024.