Una  struttura tardiva 

Le origini del Porto di Marina di Carrara 

di Alessandro Volpi 

Nel gennaio 1752 il noto ingegnere francese Milet de Mureau, che tra il settembre e l’ottobre del 1751 aveva soggiornato a Carrara, preparò per incarico del duca Francesco Maria d’Este una memoria “sur la construction du port de Massa de Carrare” che individuava il sito migliore di tale opera nella spiaggia di Avenza dove ormai da tempo venivano caricati i marmi provenienti dalle cave apuane.
Si trattava di un tassello importante nel più complessivo progetto del duca, successo nel 1737 al padre Rinaldo, che intendeva aprire una via di comunicazione tra Modena e Massa, garantendo ad essa uno sbocco marittimo.
I lavori diretti da Milet, che prevedevano una diga foranea si interruppero già nel 1753 a causa della sua morte, dopo un primo scandaglio di tutta la costa e la realizzazione di alcune opere in muratura. Scomparso l’ingegnere francese, il progetto di dar vita ad un porto vero e proprio incontrò numerose resistenze motivate in gran parte dalle critiche giunte da più osservatori, in particolare da Giuseppe Boscovich e da Lazzaro Spallanzani che ritenevano la spiaggia di Avenza inadatta a ospitare uno scalo..
Dopo il tentativo di Francesco III dovettero passare vari decenni perché venisse riproposto il tema della costruzione di un porto a Carrara.
A metà degli anni Quaranta dell’Ottocento, il duca Francesco IV e il granduca Massimiliano, suo zio, tornarono a riflettere sulla possibilità di creare un porto a Carrara promuovendo l’edificazione di alcuni fabbricati sulla spiaggia. Nel 1844 l’architetto Marchelli preparò un piano regolatore dell’antica vicinanza di Avenza e nei primi mesi dell’anno successivo furono avviati i lavori per dar corpo ad un progetto che prevedeva un canale ed una darsena, affidati alla direzione del colonnello Sigismondo Ferrari. Tali opere si conclusero già a luglio frenate dall’impossibilità di dar vita a strutture in grado di contrastare la forza delle mareggiate. Per ovviare in parte all’assenza di un porto, nel 1851 William Walton chiese l’autorizzazione per la costruzione di un pontile che si protendesse verso il mare per oltre 200 metri così da favorire l’attracco e il caricamento delle imbarcazioni utilizzando delle gru. I
l progetto incontrò numerose resistenze, a cominciare da quelle dell’influente famiglia dei conti Guerra, residenti a Massa, che cercarono l’appoggio dell’arciduca Massimiliano per realizzare uno scalo alla foce del Cinquale.
Con l’obiettivo di superare gli ostacoli, Walton si recò a Modena per illustrare il piano dei lavori. Lì ebbe modo di incontrare il delegato di governo Raffaello Raffaelli a cui dichiarò l’intenzione di garantire l’intero finanziamento dell’operazione.
Nell’agosto di quell’anno ricevette l’approvazione preliminare che contemplava anche la realizzazione di una “via ferrata” dal magazzino dello stesso Walton fino al mare. Già nel luglio del 1852 il pontile risultò in grado di caricare diversi velieri e nel 1854 fu descritto da un preciso articolo comparso su «The Illustrated London News”.
Il completamento dell’opera, avvenuto nel 1855, favorì senza dubbio lo sviluppo della marina di Avenza, che cominciò ad essere appellata Marina di Carrara.
La discussione sulla necessità di costruire a Marina di Carrara un vero e proprio porto si riaccese all’inizio del nuovo secolo; il dibattito si svolse in primo luogo nell’ambito del consiglio comunale dove fu costituita una commissione incaricata di rivolgersi, tramite un tecnico, l’ingegner Lo Gatto, al ministero competente.
Nel gennaio del 1904 fu il Ministero dei Lavori pubblici a nominare una commissione in materia con il compito di analizzare il progetto Lo Gatto che prevedeva uno scalo del costo di 5 milioni di lire. Tale progetto fu approvato nel novembre del 1907; tuttavia dal momento che l’esigenza accolta in sede ministeriale era soprattutto quella di garantire una maggiore sicurezza alle imbarcazioni attraccate ai pontili, lo stanziamento iniziale si limitava a poco più di 1 milione di lire. Una simile  soluzione provocò l’immediata reazione della locale Camera di commercio, convinta invece dell’importanza di un porto di dimensioni significative. Tra il 1900 e il 1913, infatti, da Marina di Carrara salparono quasi 1,8 milioni di tonnellate di marmo, con una media annua di 129 mila tonnellate e larga parte di tali quantitativi continuava ad essere trasbordata dai navicelli partiti da Carrara sulle navi ancorate a Livorno con un costo annuo superiore ai 2 milioni.
Le sollecitazioni carraresi furono raccolte dall’onorevole Eugenio Chiesa, eletto nel collegio di Carrara, che convinse il Consiglio superiore dei lavori pubblici ad affidare all’ingegnere Ignazio Inglese l’incarico di ridefinire il progetto di massima. In seguito a tali modifiche, deliberate nell’agosto del 1911, il costo complessivo saliva a 5,5 milioni. All’incirca nei medesimi giorni era stata introdotta una tassa sui marmi scavati che sarebbe stata indirizzata, almeno in parte, a finanziare le spese del porto. Il piano Inglese fu redatto in un anno e il Comune di Carrara chiese al ministero di poter finanziare l’intera spesa necessaria per accelerare i tempi di costruzione. L’autorizzazione giunse nel giugno 1913 per un porto che avrebbe coperto uno specchio d’acqua di circa 41 mila metri quadrati, collocato tra i pontili esistenti e dotato di un molo di Ponente di 540 metri di lunghezza, di un altro molo a Levante di 560 metri, di una diga frangiflutti di 740 metri e di una banchina lunga 840 metri e larga 10. In realtà i lavori veri e propri iniziarono solo nel febbraio 1922 per iniziativa della società Bianchi, Righetti e Godola di Milano, con la realizzazione di una diga “normale” alla spiaggia, definita “diga di ponente”, e furono necessari 5 anni perché tale opera venisse ultimata e si potesse iniziare quella foranea con una direttrice Est-Sud-Est per riparare lo specchio d’acqua dai venti.