Lettere dall’alluvione

di Mario Lancisi

Don Lorenzo Milani è stato anche un letterato di prima grandezza. I suoi scritti hanno un forte stile narrativo. A cominciare dalle lettere, ciascuna è un piccolo racconto, una perla letteraria. Qui esamino quelle poco conosciute che scrisse in occasione dell’alluvione del 1966. Eccole.
 
4 dicembre 1966. Ad un mese dall’alluvione don Milani, in una lettera a Francuccio Gesualdi, ne dà una lettura di rara intelligenza e lungimiranza: “L’alluvione ha ricreato l’atmosfera del dopo guerra. Preti e comunisti fianco a fianco hanno in mano la situazione. Il governo è sempre l’ultimo ad arrivare e ognuno ne diffida. Preti che fino a ieri (...) non sapevano dove sbattere la giornata né loro né i loro giovani, hanno aperto la chiesa alle riunioni coi comunisti o a centri di raccolta e distribuzione di aiuti. Quando tutto sarà passato chissà che cosa resterà. Forse la nostalgia dell’alluvione. Ci vorranno anni per tornare alla normalità, perché molti non hanno voglia di ricominciare, specialmente nel campo dell’agricoltura e del piccolo artigianato”. (1)

Dalle lettere di don Milani si può cogliere un’attenzione sorprendente nei confronti dell’alluvione che il 4 novembre colpì Firenze e la Toscana. A Firenze l'Arno straripa a partire dalle 3 di mattina, a mezzogiorno l’acqua invade il centro storico, piazza del Duomo, Santa Croce. Una tragedia. Trentaquattro morti. Tredicimila famiglie senza tetto, opere artistiche ferite e oltraggiate.  Il 6 novembre don Lorenzo così scrive alla mamma: “Sono contento che tu sia a Pisa (a casa della figlia Elena, ndr.) piuttosto che sola in via Masaccio. Certo se eri in via Masaccio a quest’ora potevamo portarti quassù dove non manca nulla. Sono venuti molti ragazzi di quelli che sono a lavorare e in due giorni hanno levato la solita frana. Ieri mattina si poteva già passare la Sieve (il fiume che attraversa il Mugello, ndr.). La radio parla poco di Pisa. Vi hanno dimenticato o non è successo niente?” (2)
Don Lorenzo è malatissimo, costretto a letto (“mi levo mezz’ora la settimana per la Messa”, scrive a don Bensi il 6 novembre), nonostante ciò, ha gli occhi dritti sugli effetti dell’alluvione e informa i suoi ragazzi con una scrittura di altissima qualità. Cronaca asciutta, ricca di dettagli, molto viva: “Da Firenze vengono voci insistenti che i morti sono molto numerosi e che li hanno trovati per esempio nel sottopassaggio della stazione e in quello della Fortezza. I giornali parlano di migliaia di soldati a spalare, ma tutti quelli che vengono da Firenze dicono di non averli visti. Forse sono in zone più disastrate”, scrive l’11 novembre a Francuccio Gesualdi. (3)
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Lo stesso giorno don Lorenzo informa un altro ragazzo, Mauro Baglioni. Gli scrive che nel Mugello non ci sono state vittime. “È partito qualche pagliaio, qualche macchina e qualche po’ di ferrovia. Le ferrovie hanno messo un servizio di pullman per Contea (vicino a Dicomano, ndr.) e da Contea a Firenze c’è di nuovo il treno. Qualche volta gli operai sono arrivati a Firenze alle 10, ma tanto tutto è all’aria”.
Sì, tutto all’aria. “In treno si va anche senza biglietto e si può impostare senza francobollo. Quel poco che si mangia a Firenze si mangia senza pagare. Tutto a un tratto i contadini di montagna sono diventati i padroni della situazione come vent’anni fa. A Firenze ricchi e poveri sono diventati tutti eguali, imbrattati di fango e nafta fino ai capelli a chiedere l’elemosina di un pane e di un fiasco d’acqua. I poveri più poveri se non stavano nelle zone colpite non sono mai stati bene come ora. Per gli altri si prospetta un inverno tragicissimo.  Per l’acquedotto dell’Anconella che fornisce il 75% dei fiorentini ci vorrà un mese di lavori. (...) Nelle campagne ci sono migliaia di sfollati come in tempo di guerra”.
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Mugello. Firenze. Infine, Calenzano, l’altro luogo caro a don Lorenzo. Sempre nella lettera a Baglioni don Lorenzo scrive: “Quei ragazzi di Calenzano sono da una settimana a salvar gente con la barca di Ferrero. È una barca tutta di tela tesa su centine di legno. Così è leggerissima e molto adatta per questo lavoro. Solo che basta un nulla per bucarla e in quel fango non si nuota. Hanno portato in salvo un monte di gente e sono entrati anche nelle case dalla finestra con la barca e tutto. A un certo punto han   visto un cavallo con fuori solo la testa. Evidentemente stava ritto sulle zampe di dietro e appoggiato con quelle davanti a qualcosa.  Si sono avvicinati per fare qualcosa, ma quello ha fatto la mossa di montare in barca. Per cui sono dovuti scappare a gran velocità e lasciarlo affogare. Molti contadini hanno dovuto sparare alle loro vacche che cercavano di entrare dalle finestre. Molti vecchi sono stati portati all’ospedale col corpo sciolto perché si teme un’epidemia di tifo. Poi è risultato che è stata la paura. Per i vecchi la paura più grossa è stata di farsi tirare su in elicottero con l’argano”. (4)

Il 12 novembre don Lorenzo scrive a Edoardo Martinelli che “la realtà è molto più grave di quello che dicono. È particolarmente il numero di morti che pare altissimo. Dice che il sottopassaggio della Stazione e quello della Fortezza siano pieni di morti. L’Eda che è stata a Firenze con l’Adele (Corradi, ndr.) dice che Firenze sembra Barbiana e viceversa. C’è un puzzo tremendo dappertutto e i soldati vuotano i frigoriferi delle macellerie con la maschera” .(5) Anche a don Bensi, in una lettera del 26 novembre, don Lorenzo riferisce la battuta di Eda: “E’ stata anche a Firenze e nel descriverci la situazione tra le lacrime le è scappata la più cattiva dell’anno: “Pareva d’essere a Barbiana!”. (6)

 

NOTE

1-Don Lorenzo Milani. Tutte le opere. Meridiani, Mondadori, 2017, tomo secondo, pag., 1332

2-Idem, pag. 1311

3-Idem, pag. 1314

4-Idem, lettera a Mauro Baglioni, pagg. 1314-1315

5-Idem, lettera a Edoardo Martinelli, pag.1326

6-Idem, lettera a Raffaele Bensi, pag.1326