Il tempo scandito dalla marea

di Enzo Pranzini 

 

Sulle coste della Gran Bretagna, non appena la marea entrava nel porto, il villaggio cominciava ad animarsi: le barche adagiate su un fianco si raddrizzavano e gli uomini le raggiungevano con i dinghy per prendere subito il largo e raggiungere le zone di pesca. Le barche più piccole, che gettavano le reti vicino alla costa, tornavano dopo 12 ore, mentre chi doveva spingersi in acque lontane faceva ritorno dopo 24 ore. Sono i tempi che scandivano la vita di queste comunità, e l’orologio serviva solo per capire quando era il momento di lasciare il letto e quello di iniziare il ritorno, ma non era lui il padrone del tempo, lo era la marea. E in molti luoghi lo è ancora. 

Ecco perché nell’inglese antico la parola tīd indicava sia la marea che il tempo, che solo più recentemente si sono affermati come termini indipendenti: time, il tempo misurabile e unidirezionale, e tide, che conserva l’idea originaria di un tempo ciclico e che si ritrova anche in parole composte, come Christmastide (periodo natalizio), eventide (la sera), Yuletide (festa dell’inverno), Whitsuntide (tempo della Pentecoste). 

Ma non è che la bassa marea rappresentasse un periodo di ozio per gli abitanti delle coste della Gran Bretagna: è quando tutto il villaggio, uomini, donne e bambini, si riversava sulla spiaggia e sugli scogli lasciati liberi dall’acqua per raccogliere tutto quanto il mare donava loro. 

Il legame fra time e tide lo si trova ancora nel linguaggio marinaresco con l’ora del porto, che indica il momento in cui è possibile entrare e uscire. 

Chi possedeva un orologio si rendeva conto che la giornata non era scandita in intervalli di 12 ore esatte; in realtà erano 12 ore e 25 minuti (marea semidiurna) perché la Terra deve raggiungere la Luna che le orbita intorno. 

Per chi vive su altre coste possiamo dire che il tempo scorre più lentamente, perché alta e bassa marea si alternano ogni 24 ore e 50 minuti (marea diurna), e anche le barche più piccole devono restare fuori dal porto per più tempo, anche se in molti mari l’escursione delle maree diurne non è molto forte e i pescatori possono decidere più liberamente i propri ritmi. 

Ma vi sono coste in cui le cose sono più complesse, e la marea ha due componenti, diurna e semidiurna, di ampiezza diversa. Sebbene sia facile correlare i cicli mareali con quelli lunari, una spiegazione scientifica è assai complessa e per calcolare la marea in ogni punto dei mari si deve tener conto di decine di parametri. Non sorprende che nel Medioevo sia nata la fake news che Aristotele si sia lasciato annegare nello Stretto di Euripio, non a caso percorso da complesse correnti di marea, per la depressione dovuta al fatto che non riusciva a capirne il funzionamento. 

Un salto in avanti nella comprensione e nella previsione della marea fu fatto per pianificare lo Sbarco in Normandia, quando in Gran Bretagna furono costruite due macchine meccaniche con rotelle che rappresentavano 37 componenti della marea (oggi ne gestiamo centinaia!) e che vennero tenute in due località diverse e segrete. Sebbene le spiagge su cui doveva avvenire lo sbarco degli alleati fossero separate da soli 100 km circa, la differenza nelle fasi di marea era di oltre un'ora, e quindi l'orario di attacco su ciascuna spiaggia doveva essere opportunamente scaglionato, per consentire ai mezzi da sbarco di avvicinarsi il più possibile alla costa, ma lasciare loro anche il tempo per poi abbandonare la zona in cui potevano essere colpiti dai cannoni tedeschi senza rimanere arenati. Qui alleati dovevano essere anche tide e time

Se i cicli di marea hanno condizionato la vita dei villaggi costieri, non possono non avere avuto riflessi nei miti, nelle tradizioni, nella letteratura e nell’arte. 


I riti di passaggio, in cui l’uomo entrava in contatto con l’aldilà, avvenivano sulla spiaggia e il tempo era scandito dalla marea, e in particolare dai momenti in cui avveniva l’inversione dei flussi, con stretto riferimento alla transizione fra i due mondi

Nel Nord Europa, le leggende delle selkie - diffuse soprattutto in Scozia e nelle isole Orcadi - raccontano di foche che possono assumere forma umana proprio nei momenti in cui il mare si ritira, quando la costa si espande e crea spazi temporanei in cui può avvenire l’incontro tra mondi diversi. Quando la marea risale, la porta che collega i due mondi si richiude e ciò che era apparso scompare. 

Il tempio di Kavi Kamboi, dedicato a Shiva, nella baia di Cambay, in India, appare e scompare nelle acque due volte al giorno per una marea semidiurna con escursione di oltre 10 metri. Non è il dio che decide di mostrare il suo lingam (segno della sua presenza) ma la marea, e non a caso è considerato il dio della transizione e del tempo che ritorna. 

Talvolta è nella letteratura che la marea fa da sfondo alle storie, come in Gita al faro di Virginia Woolf, Donna a bordo di Daphne du Maurier e L'enigma delle sabbie di Erskine Childers, e il variare del livello del mare e le correnti da esso generate producono ostacoli e pericoli, ma anche mutamenti di umori e ritmi narrativi. 

Ma è nella pittura che la marea diventa fattore dominante disegnando la costa nella sua continua ma ciclica trasformazione, come appare nei numerosi quadri che Claude Monet dipinse a Étretat, in Normandia, nei quali l’arco naturale a volte ha la base rocciosa scoperta, altre sommersa dall’acqua. 

Anche se Monet dipingeva più tele in parallelo, doveva attendere che si ripresentassero le stesse condizioni di luce e di livello del mare, così che i tempi, o meglio i cicli, si ripetevano più volte. Tempo e marea tornavano ad essere un’unica cosa.