Palermo superficiale
di Paolo Mare
L’eterno raggio di sole della Sicilia Palermo, maledetta mi hai portato sfortuna caspita. A volte però le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero, e poi questa convinzione diffusa di fare sempre belle esperienze non aiuta ad andare avanti nella vita. Oggi, a mente lucida e con disincantato distacco mi chiedo se la sfortuna, col tempo, non sia diventata per me fortuna, l'affermazione: «Mi hai portato sfortuna» esprime davvero la convinzione o il sentimento personale ad eventi negativi o a periodi difficili nella vita di chi la pronuncia? Penso che, tuttavia, è importante notare che questa è un'interpretazione soggettiva basata sull'esperienza individuale. Soprattutto in Sicilia, terra di persone che pensano che gli altri hanno gli occhi pesanti. Tutti hanno le loro convinzioni qui, e spesso attribuiscono un peso fondamentale alla sfortuna e alla fortuna; i siciliani poi legano i loro eventi positivi e negativi ai luoghi che visitano, alle persone che conoscono, alle cose che succedono.
Io non posso fare a meno di notare che Palermo mi ha portato sfortuna, se ti senti sfortunato in una determinata città, potrebbe essere necessario cambiare luogo, oppure potrebbe essere funzionale riflettere su quali aspetti della tua vita stai associando a questa percezione. Potrebbe essere utile, inoltre, esaminare la situazione in modo più obiettivo e valutare se ci sono modi per apportare cambiamenti positivi nella tua vita, indipendentemente dalla posizione geografica in cui ti trovi in questo preciso momento o in altri momenti. Paradossalmente questo luogo mi ha fatto male, insegnandomi tante cose; il processo di apprendimento non è per forza legato ad esperienze positive.
Questa città è una formazione continua, camminando per le vie del centro puoi capire che l'immondizia è un fatto umano. Che non ha senso riqualificare le vie principali se si lasciano le periferie abbandonate. Che l'urbanistica non è per tutti e la toponomastica non è lo studio delle vie. A Palermo serve spazio in più, perché quello che è rimasto è fortemente fragile. La sua patologia è la proprietà. La città con i suoi palazzi ha voltato le spalle al mare pur rimanendo una città ricca di sesso, cultura e architettura. La speranza che il futuro possa essere migliore è ormai come l’araba fenice «Che ci sia ciascuno lo dice, dove sia nessuno lo sa».
Questa città mi ricorda che la classe sociale non è solamente legata al sistema economico e a volte la povertà è interiore. La ZTL non è una taglia di vestiti e Falcone e Borsellino non sono mai stati degli eroi. C’è un legame segreto tra lentezza e memoria, ma Palermo ha distrutto questo rapporto, perché qui si corre sempre.
È vietato andare in bicicletta perché si rischia di essere investiti. E ogni volta che cammino tra le stradine un SUV mi costringe a schiacciarmi contro un muro. Questo luogo richiederebbe delle istruzioni per l’uso, capire come funziona una città è il primo passo per poter viverci. Soprattutto si dovrebbero conoscere le cose che non si possono fare, e le cose che si possono fare, come ad esempio non gettare l’immondizia nelle fontane all’entrata di via Roma.
Niente al mondo è in grado di esercitare in me un disgusto così grande nel vedere persone gettare rifiuti in giro. Basta girare un po’ per il centro per rendersi conto che l’inquinamento è insostenibile. I suoi cittadini e le sue tante vie mi hanno lasciato nocumento, inquietudine, perenne stato di caos. Hanno, inoltre, alterato la mia funzionalità naturale di stupirmi e concentrarmi sulla bellezza, cambiando molto spesso il mio punto di vista sulle cose.
Le sue tante piazze sono magiche ma, Piazza Marina porta sfortuna ai primi appuntamenti.
Questo centro, con i suoi mercati mi ha spiegato che il cibo si deve presentare in un certo modo e i bambini con i passeggini non possono prendere l'autobus. Disturbare nei luoghi pubblici non è poi così grave qui, se ti trovi alla Vucciria.
Palermo mi ha fatto capire che il lavoro lo devi cercare da solo e il curriculum vitae lascia il tempo che trova. Tornai a Palermo qualche anno dopo l’università, stavolta per lavoro. Risposi in fretta a un annuncio su Indeed: cercavano un contabile da spremere. Sembrava l’occasione giusta per la mia carriera in quel periodo e pensavo che, col tempo, qualcosa sarebbe cambiato in questa città. In realtà, non era cambiato nulla. O forse ero cambiato io.
Il ritorno mi ha insegnato che le città, come le persone, non hanno il compito di guarirci. A volte servono solo a ricordarci da dove veniamo, quanta strada abbiamo fatto, e perché ce ne siamo andati. Forse, in realtà non avevo abbastanza assertività per tutta questa città. O forse senza cercare troppe spiegazioni sono semplicemente fatto per vivere nei paesini: i grandi centri non mi appartengono più.
Eppure, nonostante tutto, Palermo resta. Questa è una città immutabile. Le rivoluzioni sono sempre due passi avanti e uno indietro, qui siamo solo indietro. A me rimangono due cose: una cicatrice e un racconto breve scritto tra le buche dell’asfalto. Una parte di me è rimasta lì per sempre.
Tornare non serve a restare. Qui se ti senti agitato, l'importante è camminare, andrà tutto bene. Palermo è un grande condominio senza amministratore, in cui il traffico e la mafia sono eventi assimilabili e la credibilità la raggiungi solo se muori.
Qui l’acqua è di tutti, ma la bolletta dell'Amap si paga cara. Palermo è strana, ad esempio Monte Pellegrino è anche una via e Santa Maria dello Spasimo non è solo un teatro a cielo aperto. Ho scoperto la felicità, la contentezza, la gioia sui tetti della Cattedrale.
A Palermo inoltre, si trovano le mani più eleganti che abbia mai visto appartengono all’Annunziata di Antonello da Messina. C’è anche Sant'Elia, non parlo del Santo ma della località dove c'è uno scoglio dove tuffarsi nelle giornate calde d’estate e poi Mondello una bella spiaggia affollata, in mano alle multinazionali belga.
Lei è una dicotomia sempre attuale. Bella e brutta, affollata e abbandonata, rigogliosa e decadente, immacolata e sporca, occupata e disoccupata. Fortunata e sfortunata. Questa città mi divide e mi frastorna. Mi riconcilia e mi disseta. Ma soprattutto questa città mi ha ricordato un’altra volta che se ti piace la letteratura puoi sempre condividerla con altre persone. Pum pum pum (botti del festino). Viva Palermo e Santa Rosalia.