Tra mito e realtà: Prometeo e la civiltà cibernetica del progresso
di Michele Mariani
Archetipi: simboli e immaginari
Le prime forme culturali di trasmissione del sapere in grado di dare forma a un immaginario collettivo furono i miti. Il mito come forma di diffusione della conoscenza assumeva le sembianze di un vincolo comunitario tra le poleis greche poiché aveva il potenziale di costruire immaginari, simbologie e archetipi collettivi. La trasmissione di valori, le narrazioni condivise e le interpretazioni sulla realtà erano prevalentemente mosse dalla volontà di comprendere il ruolo dell’essere umano rispetto alla natura, intesa come physis - il tutto che viene ad essere - in rapporto con l’universo e la divinità. Collocati a metà tra realtà e finzione, essi raccontavano l’origine dell’universo e le gesta di eroi, dèi e titani, contribuendo a modellare socialmente il cittadino e a definire l’ethos di un popolo. I racconti mitici, spesso sotto forma di poema, svolgevano una funzione di collante sociale e culturale poiché ponevano al centro valori universali, come la giustizia, il bene, il limite e la misura dell’agire umano al cospetto degli dèi; temi centrali per il costituirsi successivo dell’etica filosofica e del discorso ontologico dell'essere.
Nella tragedia greca antica lascia un’immagine profonda il mito di Prometeo di Eschilo. Il poeta tragediografo riprese il mito da Esiodo che fu il primo ad aver narrato le gesta del titano. Il mito di Prometeo ripreso, riproposto e riadattato alle varie epoche storiche è ancora oggi, nella nostra contemporaneità un’allegoria della precarietà della condizione umana di fronte al mistero della vita e al significato dell’esistenza. Eschilo dedica al titano ribelle, e alle vicende mitiche che lo riguardano una trilogia in gran parte perduta. Infatti, a parte il Prometeo incatenato, giunto a noi integralmente, delle altre due tragedie - Prometeo portatore di fuoco e Prometeo liberato - ci sono pervenuti solo pochi frammenti. Fin dall’antichità si riconobbe nel Prometeo incatenato un autentico e inimitabile capolavoro, non solo dal punto di vista letterario e artistico, ma anche per la densità e il rilievo delle questioni toccate dal testo, soprattutto per quanto riguarda le potenzialità e i limiti della téchne - l’arte intesa come perizia, saper fare, manipolare e fabbricare.
Eschilo e Gunther Anders: Prometeo liberato o incatenato?
Incatenato a una rupe per aver donato il fuoco agli uomini, contro la volontà di Zeus, il Prometeo di Eschilo incarna la conquista da parte dell’essere umano di tutte quelle facoltà - capacità tecniche, di contare, di scrivere e di ricordare - che eleveranno l’umanità rispetto agli animali, consentendole di dominare sugli altri esseri viventi nonostante la propria debolezza fisica. Infatti, come Eschilo ci suggerisce nel suo racconto “tutte le téchnai, le strade delle arti, provengono agli uomini da Prometeo e dalla sua azione filantropica con la quale ha agito contro l’ordine di Zeus per il bene degli esseri umani”. Da quel momento l'umanità ha creduto di poter raggiungere un posto privilegiato nel mondo considerandosi la specie vivente più intelligente e per questo tutelata dalla volontà divina. Infatti, il mito di Prometeo, da una parte, mostra la spinta a superare il limite imposto dalla finitezza della vita e simboleggia la volontà dell’essere umano di essere artefice della propria vita - libero dai condizionamenti imposti dalla divinità e dalla natura - mentre dall'altra, rappresenta la hybris, la spinta a dominare il mondo circostante per conferire un equilibrio precario, ma razionale, al caos.
Genealogicamente se volessimo individuare il momento in cui il sapere diventa potere e la tecnica si afferma come verità assoluta, il mito di Prometeo può darci una mano. Prometeo incarna il mito del “progresso”, l’idea secondo la quale la storia umana - grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico - sia caratterizzata da un percorso lineare e inevitabile verso un miglioramento costante. Il titano rappresenta l’aspirazione a fabbricare e a trasformare l'esistente, inteso come realtà che emancipa l’essere umano e lo rende libero di manipolare il mondo a sua immagine e somiglianza. La tecnica e la scienza, pur essendo strumenti capaci di ampliare la conoscenza e migliorare la vita umana, non sono però neutre: si sviluppano e operano sempre all’interno di sistemi di potere che possono trasformarle in dispositivi di controllo e dominio. La loro forza emancipatrice convive così con il loro potenziale oppressivo, rendendole al tempo stesso veicoli di progresso e strumenti attraverso cui la società può essere regolata, limitata o sorvegliata.
L’uso etico della scienza e della tecnologia è oggi uno dei temi più urgenti del dibattito pubblico. In un’epoca iper-tecnologizzata, dovremmo chiederci se sia davvero possibile orientare la tecnica verso fini socialmente giusti, o se il suo sviluppo, concepito come verità assoluta e soluzione automatica a ogni problema, non finisca invece per seguire una logica autonoma, autoreferenziale, che amplia le diseguaglianze e concentra ricchezza, potere e benessere nelle mani di pochi. Una tecnica presentata come neutrale e salvifica può così trasformarsi nel motore stesso di nuove povertà, conflitti e forme di violenza, fino a diventare strumento di controllo, dominio e devastazione ambientale. È necessario assumere una prospettiva di questo tipo per comprendere che lo sviluppo tecnologico e la crescita economica si sono fondati su una distorta idea di progresso che avrebbe condotto l’umanità a raggiungere la felicità tramite il progresso materiale a discapito della giustizia sociale, della solidarietà e della pace.
Per Eschilo, infatti, il potere della téchne è ambivalente, da una parte “stupisce per la molteplicità mirabile delle sue possibili applicazioni”, dall’altra ne sottolinea i suoi possibili rischi e limiti. Il limite della téchne non consiste soltanto nell’impossibilità di creare un essere perfetto e immortale in grado di sopperire alla finitudine dell’esistenza umana. Infatti, con il termine téchnai non vengono indicate soltanto le potenti risorse trasmesse all’umanità, ma anche le catene che inchiodano Prometeo e gli esseri umani; il primo alla rupe, mentre i secondi all’uso della tecnica che non salva né redime, ma può forse solo aiutare al destino che stringe e a sopportare le sventure.
Nell’impossibilità di andare oltre l’umano e fabbricare l’immortalità, l’umanità in una sorta di transfert psicoanalitico ha scaricato nella tecnica la fonte della sua salvezza, del suo benessere e della sua felicità. Da questo punto di vista il rapporto ambivalente con lo sviluppo tecnologico può essere indagato con le categorie del pensiero di Gunther Anders. Il filosofo attualizzando il mito di Prometeo ci catapulta nella società dominata dallo Human Engineering e dalla cibernetica, che hanno trasformato l’umano in un surrogato di sé stesso.
Per Gunther Anders la tecnica è una protesi che ci aliena dalla vera esperienza nel mondo, poiché mina la nostra autonomia di azione e di pensiero. L’umanità, sottratta dall’esperienza e deresponsabilizzata rispetto a ciò che la circonda, rimane intrappolata nello sviluppo tecnico, come immersa in un mondo senza umani, ma ricco di oggetti, in cui l’essere umano è divenuto antiquato al cospetto delle macchine. Per Anders lo sviluppo tecnico fine a sé stesso ha condotto l’umanità all’interno di una vergogna e di un dislivello che il filosofo definisce prometeico. In un mondo in cui, dopo Hiroshima e Nagasaki, i mezzi hanno sostituito i fini e l’essere umano ha concepito la distruzione nucleare dell’umanità sottraendosi alla responsabilità dei prodotti fabbricati; il dislivello e la vergogna prometeica producono un senso di inferiorità davanti alla perfezione e all’immortalità delle merci fabbricate in serie. Chi produce lo fa senza domandarsi i veri scopi e i veri motivi di ciò che fabbrica. Come Prometeo, gli esseri umani della società post nucleare e post totalitaria - dopo aver scientificamente e razionalmente progettato stermini di massa ed edificato campi di concentramento - hanno divinizzato la merce come surrogato dell’esistenza e come metafora dell’emancipazione umana e del benessere sociale.
Nelle categorie del pensiero andersiano, il legame con il mito di Prometeo risiede nel concetto di “dislivello prometeico” e “vergogna prometeica”. Infatti, il mito viene reinterpretato da Anders alla luce dell’era atomica e tecnologica per descrivere l’inadeguatezza dell’essere umano. Anders, come Pasolini aveva preannunciato per la società dei consumi, ammonisce sul pericolo di un totalitarismo tecnologico, che presentandosi sotto le mentite spoglie del benessere materiale, condurrebbe a un controllo e un’omologazione di massa che neanche i totalitarismi politici e storici erano riusciti ad imporre. Noi creatori, come Dio, di oggetti capaci di annientare l'umanità, ci riteniamo onnipotenti fabbricatori di macchine, ma siamo incapaci di immaginare le conseguenze che scaturiscono dal loro potenziale autodistruttivo. Per questo la vergogna prometeica e il dislivello prometeico risultano essere il prodotto della superiorità delle creazioni che ci pervadono e che trasformiamo in simulacri onniscienti. Schiavo della sua stessa tecnica e non all’altezza di ciò che ha creato, l’essere umano non riesce a concepire la distruzione perché la tecnica viene assunta come salvifica e capace di rimediare al male creato dall’uomo sulla terra. La tecnica è così divenuta la nuova teodicea leibniziana tale da giustificare la natura antropologicamente malvagia dell’essere. Da più parti, infatti, si sente affermare che “la crisi climatica verrà risolta dal progresso tecnico-scientifico”, che lo sviluppo tecnico-scientifico ci porterà su Marte, che lo sviluppo tecnico-scientifico ci affrancherà dal lavoro e, ancora, che il progresso tecnico-scientifico aprirà a una nuova era transumana e infine che lo sviluppo porrà fine alle guerre e alle prevaricazioni. La rilettura del mito, da parte di Anders, arricchisce e approfondisce la figura di Prometeo rendendolo, allo stesso tempo, simbolo e specchio del dramma moderno: l'uomo ha rubato il fuoco divino, ma a differenza del Prometeo mitico che soffre una punizione, l'uomo moderno soffre di una punizione auto-inflitta, intrappolato nella sua stessa potenza tecnologica che lo rende inadeguato e “antiquato”.
Prometeo e le intelligenze artificiali
La figura di Prometeo e il mito a lui dedicato offrono significati profondi e universali, capaci di parlare a ogni epoca storica.
Il fuoco nella mitologia rappresentava le più preziose virtù umane. Serviva per indurire utensili in ceramica, forgiare armi da guerra e strumenti di lavoro; era una risorsa divina che collegava gli dèi e gli esseri umani attraverso i rituali della trasformazione tecnica. In tal senso Prometeo è descritto come il fondatore della civiltà che ha trasmesso la tecnica e tutte le arti, la conoscenza dell’agricoltura, della matematica e della scrittura agli esseri umani.
Oggi quelle capacità manipolative e creative sono attribuite in generale allo sviluppo tecnologico, mentre in particolare il dibattito sul futuro dell’umanità è colonizzato dalle “capacità predittive” degli algoritmi e dalle “capacità cognitive” dell’intelligenza artificiale. Gunther Anders definirebbe l’intelligenza artificiale uno strumento di straniamento e reificazione dell’essere umano, una protesi che trasforma l’umano in un essere non pensante: un dispositivo al quale deleghiamo il nostro atto creativo.
La società algoritmica e i sistemi d’intelligenza artificiale costruiscono la realtà e rappresentano dei filtri con il quale facciamo esperienza del vissuto. Tuttavia, ci sono alcune questioni che occorre specificare. Le capacità manipolatorie e riproduttive dell’intelligenza artificiale l’assimilano a un essere pensante, ma la macchina non dispone dell’atto creativo come l’essere umano, semmai riproduce come una qualsiasi catena di montaggio. Gli algoritmi delle nostre piattaforme digitali non sono le nuove divinità, ma li concepiamo come tali dato che “prevedono” i nostri bisogni e desideri, monetizzando sui nostri comportamenti, sulla nostra psiche e sulla nostra libertà. Inoltre, occorre mettere in guardia dai pericoli dell’intelligenza artificiale, dato che è stata assunta come una nuova tappa della società prometeica e dunque come una novità positiva a priori. L’IA è una forza polimorfica che può diventare sistema di sorveglianza, acceleratore bellico, manipolatore dell’opinione pubblica, simulatore iper-realistico del falso, o ingranaggio produttivo disumanizzante. Tutto questo non è un errore di progettazione, ma il riflesso perfetto della struttura morale delle società che l'ha sviluppata - uno specchio amplificato della mente che la utilizza.
Delegare significa deresponsabilizzarsi
La delega totale alla macchina è ciò che Gunther Anders definisce totalitarismo tecnologico. Per Anders questo Dio/Tecnica resta absconditus e quindi impercettibile “perché sa di essere al colmo della sua potenza proprio se resta celato dietro le quinte e che, se non si fa percepire, come potere, assicura nel modo migliore la totalità del suo dominio”.Il totalitarismo non è solo esercizio di potere dispotico, ma ha a che fare anche con la sfera esistenziale ed antropologica degli esseri umani. Come Arendt, aveva brillantemente inquadrato nella società borghese e nel governo liberale la causa e i germi dell’emergere del totalitarismo politico; Gunther Anders ha magistralmente intravisto nella società post-atomica e tecnologizzata le cause di un totalitarismo tecnologico caratterizzato dal dominio delle macchine sulla sfera dell’esistenza umana. La questione qui non è demonizzare il progresso tecnologico e l’attività del produrre, ma di dichiararne la loro unilaterialità, la preoccupante loro esclusiva centralità sulla scena della storia. Questo fenomeno è tipico delle società ad alto sviluppo tecnologico, che vedono nel mito del progresso la misura della propria grandezza e tendono a sottomettere le qualità umane - considerate “imperfette” - alle prestazioni delle macchine, ritenute superiori. Secondo Anders, è proprio questa tensione che fa sentire l’essere umano “antiquato”: inadatto al mondo che ha costruito, e disposto a rinunciare alla propria umanità pur di non restare indietro. L’essere umano cerca di colmare l’asincronia con le macchine affidandosi alle promesse dello Human Engineering: l’ingegneria umana viene vista come la via per trasformare l’individuo in un organismo cibernetico, un robot, un ibrido capace di adattarsi ai tempi odierni. Intelligenze artificiali e algoritmi non hanno modificato antropologicamente l’essere umano rendendolo più facilmente interpretabile per i profitti delle grandi big tech? Le piattaforme e gli strumenti digitali che utilizziamo ogni giorno non sono diventati degli strumenti di calcolo pervasivi, ubiqui e panottici?
Il mito di Prometeo, e le categorie andersiane della vergogna e del dislivello prometeico ci parlano dell’umanità occidentale corrotta dal possesso materiale e ripiegata sulla dimensione delle macchine, delle cose e della tecnica. Una civiltà piegata alla razionalità strumentale e alla cultura tecnocratica che mostra tutta la sua miseria poiché, al posto di una filosofia dell’agire etico, ha imposto una cultura fredda, burocratica, macchinica e calcolatoria. La civiltà cibernetica e prometeica del progresso ha rinunciato a indagare i mostri prodotti dal suo inconscio. Infatti, le relazioni umane, il dialogo e il confronto su questioni di rilevanza sociale e morale vengono rimandate e scaricate sulle spalle delle nuove generazioni che vengono colpevolizzate di non essere mai abbastanza. E nel frattempo la guerra torna ad essere definita un “male necessario” con cui bisogna convivere.
Quale sarebbe stato il monito di Gunther Anders al Prometeo dei giorni nostri? In primo luogo, avrebbe consigliato di recuperare l’immaginazione e l’atto creativo come vere facoltà umane. In secondo luogo - come primo passo per creare una responsabilità condivisa davanti all’odio e alla violenza incondizionata - avrebbe consigliato di impegnarsi per promuovere un atteggiamento che contempli una distanza rispetto alla sovrastimolazione digitale. Non un rifiuto tout court dello sviluppo tecnologico, ma un atto etico-politico in grado di conferire valore all’esperienza, alle relazioni umane, al pensiero e alle emozioni. Infatti pensare significa anche disconnettersi, tornare a parlare con gli occhi e con le emozioni, ristabilire un contatto autentico con gli altri e con il mondo. Il nostro futuro ha bisogno di pensiero, di confronto, di progetti comunitari che mettano al centro i bisogni collettivi e la non violenza.
Bibliografia:
Eschilo, Prometeo incatenato. Con i frammenti della trilogia, (a cura di) E. Mandruzzato, Rizzoli, 2004
M. Valgimigli, Eschilo: la trilogia di Prometeo. Saggio di una esposizione critica del mito e di una ricostruzione scientifica della trilogia, Beltrami, 1904
G. Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Vol. I, Bollati Boringhieri, 2003
G. Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Vol. II, Bollati Boringhieri, 2003
M. L. Costerbosa, Gunther Anders, Deriveapprodi, Collana essentials, 2023