Ciò che spiaggia non è

di Patrizia Lessi

Una spiaggia ai limiti di una città che potrebbe rappresentarne mille, sullo sfondo un incendio che non si spenge mai e tre persone in cui potremmo identificarci in molti: la Donna, il Viaggiatore, l’Uomo che cammina. Non ci sono altri elementi di rilievo nel romanzo breve L’amore[1] della scrittrice e regista francese Marguerite Duras. Sulla riva del mare tutto è rarefatto, in bilico fra sogno e realtà. Man mano che andiamo avanti nella lettura per conoscere chi sono i tre personaggi, cosa sono stati gli uni per l’altra e cosa ci fanno lì, il linguaggio si fa sempre più frammentato, volatile, sfuggente. La spiaggia è il punto di non ritorno della storia. Ci sono una città immaginaria e immaginata come un ricordo che si addentra nella terra, il mare immenso che promette il futuro senza farci sapere se intende realizzarlo oppure no e la spiaggia senza tempo e senza nome a stagliarsi in mezzo. Così i tre personaggi progressivamente ammutoliscono sospesi fra l’impossibilità di tornare indietro e quella di andare avanti rimanendo in un limbo in cui il paesaggio è sempre uguale a sé stesso, un luogo dove le parole non incidono segni, ma si perdono e amalgamano eternamente nella sabbia. Dei romanzi di Duras questo è generalmente considerato fra i più ostici. Denso di simbolismi che lasciano quasi interamente al lettore il lavoro di ricostruzione e collegamento alla realtà, L’amore ci narra la spiaggia come spazio chiuso, confinato fra due mondi, impermeabile allo scorrere del tempo. Duras gioca a infastidirci perché anziché proporre la tradizionale visione di un paesaggio che si apre all’incognita e alla libertà, ne fa una prigione senza tetto e senza sbarre e le cui catene diventano tanto più forti quanto più si indeboliscono i nostri punti di riferimento, il passato, presente e futuro in cui ognuno di noi ordina la vita riconoscendoci chi è.

La letteratura offre esempi potenti sul valore che la spiaggia incarna da sempre nel nostro immaginario. Se Duras alla fine del secolo scorso ne ha fatto un luogo in cui le coordinate di spazio e tempo perdono progressivamente di significato, in apertura del ‘900 Thomas Mann l’ha imposta come inizio e fine della storia in cui l’amore e la morte si legano per sempre. È sulla spiaggia del Lido di Venezia che Gustav Von Aschenbach, uomo dedito da sempre all’intelletto e alla disciplina, perde il controllo che ne ha scandito l’intera esistenza innamorandosi del giovane Tadzio. Von Aschenbach è nel momento della vita che facciamo coincidere con la mezza età. Si sente vuoto, ha perso l’estro creativo che alimentava la sua scrittura. Sulla spiaggia adiacente l’hotel del Lido in cui alloggia l’uomo ha però una folgorazione riconoscendo la figura di un giovane visto poco prima nella sala della colazione. Da quel momento Aschenbach sembra tornare a vivere. Sente nuovamente la passione circolargli nel corpo, le idee fiorire spontanee nella mente. Per chi legge invece la sensazione è del tutto opposta. Sul ragazzo si fissa senza più spostarsi la prospettiva dello scrittore. Non c’è più niente che idealmente allontani l’uomo dalla spiaggia. Da quel momento in poi ogni giornata, ogni pensiero, ogni desiderio di vita ruota attorno a Tadzio. Nel disperato tentativo di ridurre gli anni che li dividono, di tornare ad essere giovane per essere amato come ama, Aschenbach si ferma, non va più avanti. Si illude di agire, di avanzare, ma noi sappiamo che sta girando in tondo, un cerchio costante attorno a quella figura abbagliante colta a camminare sulla riva. E quella spiaggia che all’inizio della storia gli ha reinfuso la vita gli inocula alla fine la morte. La morte a Venezia[2] di Thomas Mann costituisce un esempio perfetto di apertura e chiusura di un cerchio narrativo all’interno di una spiaggia, un bagno per turisti in cui nel momento esatto in cui scattiamo l’istantanea di una passione incontrollabile la luce ci acceca e ci imprigiona in quell’ultima immagine.

La spiaggia si fa infine teatro di un passo letterario fra i più celebri della letteratura americana. Nell’epilogo del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, Nick, la voce narrante, si addormenta sulla spiaggia vicina alla dimora ormai abbandonata di Jay Gatsby.[3] Svegliandosi all’alba il ragazzo contempla l’orizzonte e si chiede come dovesse apparire quel primo lembo di terra ferma ai naviganti europei giunti dal mare alla conquista dell’America. Riflette sul sogno americano, intatto e puro finché lo cullano le onde del mare, fino a che non si infrange, e sempre si infrangerà, con esse sulla battigia della realtà. Poi Nick pensa alla meraviglia forse provata da Gatsby la prima volta che da quella spiaggia aveva visto la luce verde all’estremità del pontile che collega (e contemporaneamente divide) la sua casa da quella della donna che aveva amato, Daisy.  Pensa a quell’amore che lo aveva inchiodato per tutta la vita al momento in cui in gioventù non aveva avuto i mezzi per conquistarla. E anche se negli anni aveva accumulato ricchezze, fatto esperienze, vissuto intensamente, tutto si fermava su quella spiaggia dalla quale contemplare una luce verde. La chiusura del romanzo è memorabile:

E mentre ero seduto là a meditare sul vecchio, sconosciuto mondo, pensai alla meraviglia di Gatsby quando per la prima volta aveva scorto la luce verde all’estremità del pontile di Daisy. Aveva percorso una lunga strada fino a quel prato blu e il suo sogno gli doveva essere sembrato così vicino che difficilmente avrebbe potuto fallire nell’afferrarlo. Non sapeva che era già alle sue spalle, da qualche parte nelle immense tenebre oltre la città, dove i campi oscuri della repubblica si estendono nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi. Ci elude poi, ma non importa – domani correremo più veloci, stenderemo le braccia ancora di più… E un bel mattino… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, costantemente risospinti nel passato.[4]

La letteratura ci ha offerto nel corso del tempo non tanto la descrizione di una spiaggia, di ogni spiaggia che somiglia a quella dei nostri sogni o ricordi, ma l’idea di un luogo e un momento in cui non sappiamo se trovarci o perderci. È la finisterrae, il punto più estremo e remoto in cui affacciarsi nel mare oscuro dei nostri desideri o paure più profonde. Lungi dal rappresentare soltanto le vacanze e i giochi in acqua, la spiaggia può trasformarsi velocemente in un non-luogo, più che un posto, una sensazione capace di farci sperimentare la solitudine in una folla di bagnanti o la connessione col mondo seguendo il volo di un gabbiano.  È da sempre apertura e chiusura, orizzonte e confine. Nelle variabili del mondo che rapidamente cambia e ci cambia una costante immutata in cui confrontarci a piedi nudi con la nostra ombra.


[1] Marguerite Duras, L’amour, Gallimard, 1971, in Italia tradotto da Mondadori, 1989[2] Thomas Mann, Der Tod in Venedig, Hyperion, 1912, prima pubblicazione in Italia nel 1930[3] Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatzby, 1925, in Italia Il grande Gatsby, prima pubblicazione 1936 per Mondadori[4] Il grande Gatsby, pag. 208