Un’eroina
di Stefano Lucarelli
Di corsa: sempre di corsa.
Di corsa mi sono alzata e ho svegliato mio figlio per la scuola.
Di corsa ho mandato giù un po’ di caffè salutando mio marito, e sono uscita.
Di corsa, verso il treno prima e l’autobus dopo, che mi portano al lavoro.
E lì, seguire il ritmo: ore e ore sulla macchina, a misurare la concentrazione.
In una postazione fissa, attrezzata dietro un nastro trasportatore, a trovare l’accordo tra i tempi di lavorazione dell’oggetto e le mie mani.
Non ho nessuna voglia di provare l’effetto degli ingranaggi sulle dita.
Mi piacciono così come sono: semplici e capaci di fare le cose.
Un boccone in pausa pranzo per ricominciare fino alla fine dell’orario, e tornare a casa dopo aver lasciato un pezzo di me.
Ogni giorno un pezzo e poi un altro, fino a quando non ne avrò più.
Qualche ora durante la settimana, per liberare le scorie che accumulo, saltellando sopra un tappetino insieme ad altre con la mia stessa faccia.
Facce stanche, sudate sotto il ritmo musicale; storte durante l’esercizio; luccicanti nelle pieghe di una ruga spalmata a crema perché non solchi troppo.
Una volta a casa, qualche minuto per lasciar correre l’acqua della doccia sul mio corpo ogni giorno un po’ diverso, trasformato, segnato dai ripetuti spostamenti.
E ancora di corsa per affrontare le cose del mondo, per cercare con altri di cambiarlo in meglio, anche solo nella mente e nel cuore.
Dentro quelle stanze del vecchio sindacato, con le sedie rotte, i tavoli affumicati e le pareti che odorano di oratorio, e dove, parlare di scuola, progetti, figli e altro sembra di affogare in un acquario.
E poi, altro tempo, spartito con quello di mio marito: per la caldaia, per il rubinetto del lavandino che non va, per la tassa della mensa scolastica scaduta, per la visita ai denti del piccolo, per i suoi compiti: che fai, non lo aiuti? E poi le lingue: vedrai che così potrai viaggiare, vedere il mondo ma anche condividerlo, capirlo, ascoltarlo; vedi che la matematica non è difficile, t’insegna a ragionare, ad andare fino in fondo per risolvere i problemi. Tempo per sentire mamma: ma certo, certo che vengo domenica, vedrai; e lo so, lo so che non ti chiamo ma non credere che non ti penso, ma tanto so anche che appena chiuso il contatto lei resterà immobile, col capo reclinato, appoggiata su quelle stesse mani che mi hanno cresciuto, piene d’attesa, di sacrifici, di speranze mai sopite e di delusioni sfiancanti.
Tempo ancora per la spesa tutti insieme, per le giornate da uscire e quelle da restare a casa, quelle per i compleanni, nostri e degli amici.
Tempo per me e per lui a fare l’amore se la fatica non ci stramazza, per congedarci sulle domande, quelle di sempre e quelle nuove: cominciando dal confidarci se ci amiamo ancora per finire a fare il conto del tempo che ci dedichiamo a quello dei soldi, pochi e che non bastano mai, che finiscono ogni mese di più, ogni mese prima.
Vivo di corsa per tenere insieme tutto questo.
Di corsa per lamentarmi di un tempo che non c’è e che alla sera mi mostra, allo specchio, quanto di corsa viaggi anche lui.
Allora mi metto le mani sul viso.
Tiro un po’ la pelle ai lati degli occhi.
Recupero una linea della curva delle guance nel respiro di un gesto minimo.
Guardo la mia espressione riflessa sperando di farcela.
Provando a lasciar fuori per un momento il domani di sempre e smettendo di preoccuparmi per quello futuro.
Solo ora: ora e basta.
Mio figlio entra in bagno e mi chiede se mi accoccolo con lui, ed io, nonostante la sua età, lo faccio volentieri. Mi stendo nel suo letto insieme alla copertina a rombi di lana fatta dalla nonna e gli sussurro tenere parole in rima con una melodia appena accennata.
Il suo respiro cambia repentinamente: si rilassa, s’abbandona e molla la presa sulla mia mano più rugosa, adesso.
S’è addormentato.
Ed io gli vado dietro, mi lascio afferrare dai suoi sogni, dalle sue mani bambine nella stanza piena di manifesti con super eroi e gagliardetti sportivi.
Nella stanza a fianco, dove entro aggiustandomi un po’ i capelli, il mio uomo legge, legge il suo libro pieno di pagine come tutte le sere, e come sempre, appena mi avvicino, mi fa partecipe di qualche riga.
È bella la sua voce: calda, profonda, la sento partire dalla pancia fin dentro la testa.
Ha sempre avuto una bella voce, anche quando ci vedemmo per la prima volta, mi piaceva il suono che facevano nella sua bocca le parole, il gusto che rimandavano, e anche i baci erano uguali.
Mi piacevano i suoi abiti tabacco.
L’anarchia fin dentro la pelle.
Mi piaceva la sua ostinazione a mettersi di traverso se il mondo andava da un'altra parte, e la sentivo fin dentro il petto quando prendeva la parola in assemblea senza risparmiare nessuno.
Come ora mi piace la sua intelligenza a scuola, quando insegna a quei ragazzini gommosi la differenza tra un congiuntivo e un condizionale; mi piace la sua passione sentimentale, il suo amore per me e per il nostro ragazzino che cresce ora che la vecchia altalena in cortile non gli basta più.
Il cacciavite in mano non gli appartiene, neanche il martello, eppure le maniglie delle porte si aggiustano, i muri s’imbiancano, gli elettrodomestici si manutengono, e poi, quando gli condivido i miei pensieri, l’intimo della mia anima e lui mi risponde, anche dentro di me s’aggiusta tutto.
Quanto vorrei essere meno stanca, per lasciarmi trasportare dalle sue braccia lunghe e dalle sue mani che sanno a memoria il mio corpo.
Tutto sembra più semplice per lui: riesce sempre a fare in tempo, a stare nel ritmo del suo fiato, ma sono io, io, che ce l’ho stretto.
E non solo io.
Dovunque mi giro, osservo i visi rapidi delle altre.
Nel parco comunale tra le giostre stabili segnate dalla ruggine ma vive dentro i sorrisi grandi dei loro figli.
Le vedo tutte con qualcosa addosso di pensato al volo, infilato in fretta, sempre in fretta, ma comunque decente, quasi elegante nella loro scomposta ordinarietà.
Durante il caffè, prima del lavoro, ascolto le loro parole, i fatti della loro cronaca giornaliera.
Ascolto anche le loro premure, la paura di un lavoro sempre precario, e il tremore della giovanissima collega in attesa dell’aspettativa per la gravidanza.
Gli leggo la paura negli occhi, nel timore che un cartellino possa diventare obsoleto.
Allora gli stringo la mano, gli offro la tazzina zuccherata e gli sposto i capelli appena unti per condividere il tempo del suo doppio battito cardiaco.
Ma dentro il capannone, quell’indumento si piega sulla stessa misura: tutte uguali, tutte di spalle o a fianco, tutte in silenzio nel frastuono delle macchine e la testa dentro le cuffie tenute a modo col nastro isolante.
In bagno, nel tempo necessario, appoggio la testa sulle maioliche e mi permetto una sigaretta, l’unica, respirata a boccate piene fino in fondo. Stringo le mani intorno alle braccia. Sento il tessuto duro e resistente del camice: vorrei non doverlo indossare, vorrei andar via, ma poi penso che non appartiene solo a me, appartiene a tutta una schiera di simili a me che in un secolo l’hanno portato, difeso, onorato nonostante tutto e tutti.
Spengo la cicca dentro il water, tiro l’acqua, la pausa bagno è finita, devo riprendere, le telecamere spiano e tracciano un orario che qualche volta la vescica non condivide.
Fuori, dopo la sirena, in attesa del pullman del rientro, sulla banchina, il cielo sembra salutarmi con un rosso tramonto, sfacciato e insolente per la sua bellezza.
Incantata, l’osservo, e penso: ecco, un’altra giornata è andata.
Salita sul mezzo che parte, dal grande finestrino butto l’occhio fuori ad osservare questa periferia tutta uguale, sempre uguale, con le terrazze piene di panni e magliette sportive, di tute arancioni, blu o grigie con le strisce catarifrangenti a testimoniare il tipo di lavoro operaio.
Scorgo piante ben curate ed altre perdute per sempre, impianti per scaldare l’acqua e far funzionare la lavatrice, stendini improvvisati e catini di plastica dai colori ormai sbiaditi.
Incrocio lo sguardo di chi non ha più l’età per tenere in piedi questo paese e che, affacciata alla finestra, prova almeno a guardare il mondo che gli gira intorno appoggiata anche lei su una sigaretta con i gomiti piantati sul davanzale.
Vedo uomini anziani uscire fuori improvvisamente a palleggiare un pallone per due euro di cortesia durante il tempo di un semaforo rosso, e donne anziane che li seguono mostrando vecchi merletti e zinali per la cucina. Qualcuno apre i finestrini e compra o lascia qualcosa per una pensione che non tiene conto del mondo che accelera e costa sempre di più.
In un tema a scuola un compagno di mio figlio ha scritto che le mamme che lavorano sono le eroine di questi tempi veloci.
Non posso che dargli ragione, ahimè.
Mio figlio sorride sornione verso il padre che gli rimanda l’espressione.
Non fate gli scemi, gli dico, voi che ne potete sapere.
Poi, nella penombra della luce sulla cappa della cucina, ripasso il girone percorso nella giornata e mi dico che no, non è necessario ammazzarsi per essere eroi.
Serve restare in piedi.
Serve stare dentro quest’ingorgo incoerente.
Ed è tutto.
Raggiungo il divano e m’infilo sotto la coperta di flanella. Ce la dividiamo tutti e tre.
Mi appoggio sulla spalla la testa del piccolo e sposto un momento gli occhi fuori, oltre la parete della casa.
Dalla finestra, la stanza dal riflesso blu si confonde con le altre del caseggiato fabbricato come un lego designato, uguale a tutti gli altri di questa moderna periferia.
In ogni salone la stessa luce blu, la stessa fatica, lo stesso bisogno di sognare attraverso la vita degli altri che lo schermo offre pagato in abbonamento.
Intorno alla grande via consolare, la città si è fermata, è tornata a casa anche lei.
Più in alto ancora, la luna tenta una linea di bagliore arredata col taglio mediorientale.
Ma sotto di essa non c’è appesa nessuna altalena per giocare.
Domani sarà di nuovo giorno.
Ancora di corsa, sempre di corsa, solo la brina a salutare.