La relazione ontologica dell’uomo con lo spazio (pubblico)
di Marica Notte
Tutti sappiamo sensorialmente che cosa sia lo spazio perché possiamo percepirlo. Quello che non potremmo mai sapere è che cosa sia lo spazio in sé, perché, come ricorda Kant, è una forma a priori, cioè un’intuizione pura trascendentale. Dello spazio, dunque, possiamo farne esperienza perché instauriamo una relazione primariamente corporea con esso. Questo perché abbiamo un rapporto connaturato e simbiotico con lo spazio, in quanto sul piano della realtà fisica noioccupiamo quella dimensione di apertura che ne definisce il significato (dal lat. spatium, forse derivazione di patēre, ossia "essere aperto"). Siamo nello spazio, noi stessi siamo spazio, siamo cioè sostanza estesa, siamo grandezza e misura, e questa nostra essenza rende proprio il nostro essere spaziale, cioè aperto alla relazione. Per esplicitare meglio questo passaggio possiamo dire, grazie alle parole di Le Corbusier, che la prima prova che noi esistiamo è data dal fatto che occupiamo uno spazio. Occupiamo nel senso che lo abitiamo. Abitare (dal lat. habitare, deriva da habeo, "avere") è l’essenza ontologica del nostro io.
Tenendo a mente questa premessa, possiamo comprendere quanto sia ancestrale il rapporto tra l’individuo e lo spazio in generale, perché determina e influenza i nostri bisogni primari, sociali e politici, e quando questa relazione intima si indebolisce entra in crisi la fruizione e la concezione stessa dello spazio, nello specifico quello pubblico. Da decenni, stiamo assistendo a trasformazioni, o meglio rivoluzioni, urbanistiche che ci sottraggono spazio pubblico, il quale è «ridotto a mera infrastruttura di supporto alla circolazione di mezzi e persone, funzionale alla quasi esclusiva soddisfazione di bisogni legati alla produzione o al consumo. Le strade carrabili, caratterizzate da una lunga schiera di vetrine e fast food lungo “strade corridoio” che fanno somigliare le città a degli immensi centri commerciali, costituiscono forse l’elemento più emblematico».[1] Con lo scomparire dello spazio pubblico scompare anche il potere sociale generato dalle nostre singolarità che unite creano collettività e stimolano un senso di appartenenza ai luoghi in cui viviamo. Infatti, uno spazio diventa un luogo quando assume un significato comunitario, quando diventa un bene comune. Per questo, solo se ci viene data la possibilità di abitare attivamente possiamo costruire luoghi, cioè identità. Secondo Heidegger, il filosofo dell’esser-ci, «l’essenza del costruire è il ‘far abitare’. Il tratto essenziale del costruire è l’edificare luoghi mediante il disporre i loro spazi».
Ma di quanti spazi possiamo disporre? Cosa resta soprattutto dello spazio pubblico delle città? Secondo l’interpretazione filosofica-antropologica data da Francisco Jarauta, la città come costruzione culturale, come laboratorio sociale, come esperienza di convivenza sta svanendo perché si è ribaltata la prospettiva dei bisogni e dei rapporti sociali a favore di una logica solipsistica, puramente consumistica e utilitaristica. La città contemporanea sta perdendo i suoi “luoghi urbani” e questo causa il nascondimento dei suoi “luoghi corporei” che erano all’interno, a vantaggio di un progresso funzionale (mobilità di trasporto, parcheggi, centri commerciali, etc..) che ha avuto avvio dal processo storico d’industrializzazione. In questo modo, si è subordinato, quello che Cacciari chiama, il valore d’uso a quello di scambio dando origine ad una urbanizzazione “disurbanizzante e disurbanizzata”. Infatti, come riflette Paolo Pileri «se gli spazi dell’interazione collettiva franano, frana la capacità di pensare il/al futuro. Se le nostre piazze sono sottratte all’uso sereno e libero delle persone perché occupate dal traffico; se le biblioteche spariscono o diventano a pagamento; se i parchi si restringono; se le mostre d’arte diventano esclusive esposizioni per pochi e pure ricchi; se gli spazi si banalizzano nella forma degli antri finti e rumorosi dei centri commerciali dove l’imperativo dell’acquisto ti condiziona. Se, se, se. Si dissolve e immiserisce la discussione pubblica, il progetto politico»[2]. Gli spazi pubblici sono i potenziali luoghi democratici, perché aperti a tutti e tutti, perché di beneficio collettivo, e questa loro essenza intrinseca è riconosciuta e ribadita anche nel 17esimo punto della “Carta dello spazio pubblico”[3]: «lo spazio pubblico è palestra di democrazia, occasione per creare e mantenere nel tempo il sentimento di cittadinanza e di consapevolezza del ruolo che ciascuno di noi ha e può avere».
Gli spazi pubblici sono elementi chiave del benessere psicofisico degli individui, sono il nostro spazio vitale nel senso biologico del termine, sono «esigenza dell’anima» secondo Simone Weil. Dovrebbero anche per questo essere eredità dell’agorà greca, dove la vita politica era al centro della città.
Se ci viene tolto lo spazio ci viene tolto terreno comunitario e se continuiamo ad accettare questa sottrazione di ambienti, in cambio ad esempio di catene commerciali alienanti che hanno modificato la fisionomia delle vie più storiche e centrali delle nostre città, allora significa che stiamo cambiando volto anche noi, perché l’ambiente, lo spazio gioca una pressione selettiva sulle nostre esistenze.
[1] N. Capone, Lo spazio pubblico come luogo per riabitare mondi in comune, Diritto & Questioni pubbliche, 2022, pp. 157-178. [2] https://altreconomia.it/le-piazze-vuote-per-riprendere-il-contatto-tra-spazio-persone-e-democrazia/[3] Carte dello spazio pubblico: http://www.biennalespaziopubblico.it/la-carta-dello-spazio-pubblico/#:~:text=Gli%20spazi%20pubblici%20sono%20elemento,dalla%20Convenzione%20Europea%20del%20Paesaggio