San Nicola da Crissa, paese di Vito Teti

L'infinito viaggiare

Restare, partire, tornare

di Vito Teti


 
In questa nota sul tema dei “Ritorni”, non posso che ricordare come nelle mie ricerche e nei miei libri i verbi o le parole restare, partire, tornare siano indissolubilmente legati e non possono essere considerati separatamente.  In Pietre di pane. Per un’antropologia del restare (2011), un libro di racconti, memorie, storie di chi viveva a Toronto, ma continuava a tornare in paese, o di chi era rimasto nel luogo di origine con il sogno, la nostalgia, la paura dell’altrove. Nel 1989 avevo intitolato Il paese e l’ombra (1989) una riflessione sull’emigrazione che avevo osservato, in cui emergeva che i due paesi, pure non potendosi più ricongiungere, non potevano mai separarsi definitivamente e che, per poter affermare una presenza, l’uno doveva percepirsi come l’ombra dell’altro. E, infatti, come potevo separare i due “paesi”, i paesi “doppi”, che nascevano dopo le calamità naturali o con l’emigrazione e spostamenti vicini e lontani? Ho pensato che il termine “restanza” (Teti 2011; 2022) potesse diventare una “categoria” e un termine problematico, da adoperare con cautela, nel quale si riconoscessero “rimasti” e “partiti”, i “rimasti-partiti” e i “partiti-rimasti”, le persone che “tornavano”.  Era per me per cercare il punto di caduta in cui una polifonia di voci, un caleidoscopio di immagini, potessero ricomporsi e trasparire nella dimensione densa dell’idea del restare indissolubilmente legato al partire e al tornare.
Se è vero, come sostengo nei miei libri, che “restanza” è un termine performativo e dinamico che parla anche di mobilità, spostamenti, resistenza, sentimento di altrove, di esilio, di spaesamento in patria, di inquietudine per cui “non si resta” mai del tutto e si parte anche “restando”, è vero che anche chi parte in qualche modo resta, con la mente, con la nostalgia, col tentativo di conservare o dimenticare il paese.  E i “Ritorni” non sono mai possibili, se non considerati come nuove pratiche di partenza, spostamento, difficoltoso (a volte impossibile), se non si ha consapevolezza che non si torna mai come prima e al punto di prima.

Immanuel Kant nella sua Antropologia da un punto di vista pragmatico (1798, p. 66) aveva già notato che gli svizzeri non facevano altro che pensare al ritorno, immaginando i luoghi di spensieratezza, delle gioie semplici e delle liete compagnie della gioventù, quando «però fanno ritorno in quei luoghi, se ne restano delusi e quindi non guariti: credono che ciò dipenda dal fatto che in quei luoghi tutto è cambiato, ma in realtà è perché non vi ritrovano più la loro giovinezza».
Il nostos spesso racconta un ritorno o un tentativo di ritorno al mondo in cui si è rimasti, ma che diventa, con il passare del tempo, irriconoscibile. Ogni ritorno che vede come protagonisti esuli, erranti, emigrati, errabondi, stanziali si trasforma in delusione, in lenta consapevolezza che è impossibile tornare in un mondo esploso, in cui nulla è rimasto come prima. I personaggi espulsi o fuggiti da un mondo ordinato, con le sue regole, la sua compattezza non possono più tornare. Il protagonista di un romanzo di Joseph Roth, dopo essere emigrato dalla Russia a New York, torna a casa, e tutto – le cose, le ragazze, le rondini, le allodole – gli giunge «come da un’infinita lontananza». Tarabas, “un ospite su questa terra”, si sente straniero a casa. «Si meravigliava che casa, podere, paese, padre e madre gli fossero stati più vicini nella lontana pietrosa New York che lì, e sebbene lui ci fosse venuto proprio per abbracciarli e sentirli vicini al suo cuore. Tarabas era deluso. Che lo avrebbero accolto come il figliol prodigo di ritorno, come salvatore ed eroe, secco cosa si era immaginato. Lo trattavano con troppo indifferenza».

Non si torna più indietro una volta che ci si è messi in viaggio. Non si può tornare più alla casa lasciata. Quando si torna, la casa è cambiata, è distrutta, è andata in rovina, circondata e sovrastata dalle erbe, è irriconoscibile. Chi torna è cambiato, si sente “estraneo” al mondo che trova ed è avvertito come “estraneo” da coloro che sono rimasti. Non può “raccontare” i propri cambiamenti, tanto non verrebbe creduto, e non può comprendere fino in fondo i cambiamenti avvenuti nel mondo che aveva lasciato e ricordava in altro modo. Valeva la pena tornare? Valeva la pena essere partiti?
Ulisse, ricorda ancora Magris, torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l’avesse abbandonata per andare in guerra, se non avesse spezzato i legami viscerali, per poterla ritrovare con maggiore autenticità. Bisogna viaggiare, abbandonare i posti, rischiare, per riconoscere sé stessi e dare un senso più profondo e più vero a quello che si è lasciato. Ma quando si dà un nuovo senso, subentrano anche la delusione e la disillusione. Il termine nostos non significa soltanto ritorno, ma allude anche all’idea di “andare”. Ulisse, allora, eroe del ritorno, non smette mai di tornare, ma, in un certo senso, non smette mai di arrivare. Il mondo che ritrova Ulisse non è più quello di prima. Lui stesso non è quello di prima. È invecchiato, non è riconosciuto e non si riconosce. Non è più il “poeta intenerito”, ma il giustiziere e il vendicatore spietato. Egli non “torna” nemmeno quando arriva a Itaca. Non si torna. Il vero nostos di Ulisse, ricorda Antonio Prete, non è Itaca, ma l’avventura dell’estremo.

Penso di avere posto, in questo modo, un problema che è di grande attualità. In un momento di grandi migrazioni e in cui paesi si spopolano, le riflessioni sul restare, partire, tornare pongono interrogativi complessi e richiedono risposte approfondite e ricerche di lunga durata, indagini etnografiche mirate. sono sempre più urgenti, coinvolgenti, e investono sempre più il discorso pubblico, le scelte politiche, le proposte che tendono ad arrestare il declino. Restare, partire, tornare Non possono diventare slogan, gadget, discorsi alla moda. 

Se in un certo senso, “non si resta”, “non si parte”, “non si torna”, vuol dire che tutti noi abbiamo il problema di rispondere alla domanda che si pone Latour “Dove siamo?”. Tutti - chi resta, chi parte, chi torna -  viviamo in uno stato di sospensione, a mezz’aria, d’inquietudine. Questo ha a che fare con l’imperfezione umana: un costante cammino, alla ricerca di un nuovo senso dei luoghi, dell’abitare, di nuove forme di appaesamento, mai definitivo, mai realizzato una volta per sempre. Il nostro, anche se scegliamo di restare, è un infinito viaggiare.