Cerco l’estate tutto l’anno
di Marco Giovagnoli
Paolo Conte (con Pallavicini) aveva probabilmente in mente uno dei desiderata più in voga al tempo del boom economico postbellico, ossia la conquista della vacanza estiva al sole ristoratore dopo la guerra, le nebbie invernali perenni, i giorni in fabbrica o in ufficio, l’angustia della routine quotidiana, la pervasività dei persuasori occulti della nuova società dei consumi.
Comunque sia, “lei è partita per le spiagge”, dov’è naturale andare nella Italia vacanziera degli anni Sessanta del secolo scorso. In vacanza in montagna, a quell’epoca, ci andavano sostanzialmente gli Agnelli e consorteria, perché di norma dalle montagne chi ci viveva scappava via, erano luoghi di stenti e non di piste da sci o escursioni; men che mai si faceva agriturismo, stessa cosa della montagna, via dalle cascine dove umani e animali ancora vivevano assieme. La spiaggia, il mare, avevano l’aura del jet set, erano ancora i luoghi del buen ritiro estivo per chi di case ne aveva più di una, o di chi vi arrivava ben scortati da servitù e tutto l’occorrente. L’arrivo delle prime Cinquecento sui lidi adriatici o tirrenici era l’equivalente dei mezzi corazzati sbarcati in Normandia, o ad Anzio (non ancora ombrellonata), una operazione di liberazione, di conquista del diritto alla vacanza per tutti. Le masserizie sui tettini delle utilitarie sovrastavano abitacoli stipati all’inverosimile, famiglie ancora allargate e sudori misti a doposole, essendo ancor lontana l’aria condizionata universale.
Se c’erano code chilometriche, ieri come oggi, erano prodromiche a quella liberazione, la sofferenza è passaporto per la felicità, pur temporanea. Forse il mare, l’acqua vera e propria era e magari ancora è una variabile dipendente (dalla temperatura, dall’aver confidenza col nuoto, dalle esortazioni del gruppo), mentre la spiaggia assume una sua centralità assoluta: non la spiaggia geologica, ovviamente – forse solo per i bagni di sabbia – ma quella sociale e relazionale, delle chiacchiere sotto l’ombrellone, delle partite a carte, dei giochi enigmistici, dei picnic (spesso veri e propri pranzi luculliani), delle occhiate furtive alle bellezze generosamente evidenti, del caffè, gelato o spuma al bar. Come ricorda Marc Augé nella sua visita etnografica a La Baule, la spiaggia ha i suoi ritmi, i suoi orari, più affollata in certi, più vuota in altri, più silenziosa nella canicola, più chiassosa all’ora dell’aperitivo o del permesso postprandiale (con le ore di attesa canoniche) ai bambini discatenarsi in terra e in acqua.
Aggiungerei anche il respiro annuale, alle nostre latitudini: denso d’estate, rarefatto
nella stagione fredda. A La Boule Augé incontra l’inattività della vita di spiaggia – si sta distesi, per definizione – e forse sarebbe interessante sapere cosa ne penserebbe oggi della trasformazione delle spiagge in cittadelle sportive, dense di tennisti, pallavolisti, calciatori, bocciofili sotto il sole cocente, o delle rive (e le acque basse) in palestre per attempate signore e appesantiti signori in aquagym guidati da erculei istruttori, di norma ipertatuati; o anche delle acque un poco più alte, sfrecciate da canoisti, suppisti, motociclisti idrici ossessivamente incapaci di separarsi dalla identità mobiletica contemporanea, anche in vacanza.
Ceti operai ed impiegatizi oramai condividono democraticamente gli arenili, anche con le partite iva e gli autonomi, in parte regolati, nella scelta della location, solo dal costo dei lettini e degli ombrelloni in quello che nel nostro Paese è stato l’assalto agli spazi pubblici e che nella messa in valore delle spiagge (persino quelle lacustri!) ha trovato una sua espressione elettiva. Nel mentre, i ricchi, quelli veri, adottano verso i granelli dorati (o bianchi, forse anche neri…) una strategia duplice di distinzione: o si fortificano dietro spazi esclusivi quasi militarmente protetti, dove l’accesso è by invitation e ovviamente su base reddituale, oppure le spiagge se le comprano assieme all’isoletta tutta, come oggi va di gran spolvero, e non solo ai Caraibi.
Il proliferare di piscine a pochi metri dal mare segnala un escamotage utilizzato – si presume inconsciamente – anche dai negazionisti climatici, ossia il garantirsi la frescura dell’acqua (con in aggiunta un simulacro di high society) anche quando il mare sottostante ribolle (come il povero Adriatico), si copre di poco invitanti schiume biologiche e di scarichi vari, sovente derivanti dagli yacht-canile dei (medi) facoltosi attraccati un poco al largo delle baie. Spesso le spiagge sono il sostrato inerte
(ed inerme) di micro o megaeventi estivi, dove i molteplici Jovanotti-type, spesso in sedicesimi, mescolano più o meno inutili decibel alla brezza serale che, ignara, cerca di raffrescare i lidi, tra il panico dei rari uccelli notturni sopravvissuti. E a proposito di case-canili (un grazie sempiterno ad Antonio Cederna per questa immagine), la
spiaggia oggi in Italia va di moda, a quanto pare, osservarla sempre più dall’alto, a giudicare dai grattacieli che spuntano come funghi a ridosso degli arenili ad esempio in una Jesolo qualsiasi, nuove terre di conquista di archistar mai dome di aver appestato il resto del territorio, o anche qui in sedicesimi su un qualsiasi Lido degli Estensi, e per carità di mondo non parliamo dei nuovi luoghi-cult del Sud globali.
Un po’ nella filosofia di Marcovaldo, antieroe calviniano, c’è poi nella costante ricerca del piccolo vantaggio personale tanto più soddisfacente quanto più esclusivo e non pagato, per Marcovaldo spesso il cibo, per il ceto trasversale di nuovi piccoli Odìssei contemporanei lo sfuggire dalla pazza folla e scovare le spiaggiole più isolate, inaccessibili, esclusive appunto, raggiunte dal fricchettone in canoa come dal travet comunale in barchetta, o dal motoscafo defecato dallo yacht astutamente ormeggiato appena al largo, ultimo scampolo dell’ethos dell’esploratore, del nomade, del Robinson Crusoe che sonnecchia per il resto dell’anno in tutti noi, del naufrago felice; se l’indifesa spiaggetta è poi davvero incantevole, si provvederà a portarsene a casa un po’, riempiendo di sabbiolina le boccette appena svuotate di integratori e probiotici. Meglio se rosa, la sabbia, ovviamente.
La spiaggia è un luogo attraente, la sua aura di “immensa sala d’aspetto” (ancora Augé) ne determina una funzione di sospensione, che forse è quella cercata dalla maggior parte dei suoi frequentatori estivi, e il suo incanto deriva anche da questo senso di sospensione della routine annuale, di divertimento non colpevolizzato, di accesso normalizzato alla trasgressione, che sia il gelato fuori orario o la quasi-nudità, l’intimità dei corpi non sanzionata dalla morale o dal senso di opportunità. Laddove non travolti dall’iperaffollamento e dalle sue conseguenze obnubilanti sulla percezione degli spazi (ma “i turisti sono sempre gli altri”, come ci ricorda Marco D’Eramo), ci viene donato dalla spiaggia un sentimento di comunione col naturale, che pur in quella che Christin
chiama “morsa organizzatrice” del marketing contemporaneo emerge in certi attimi, rivelando la sua essenza di delicato ecosistema vivente, come ben ci spiega Carlo Bisci altrove in questo numero di Nautilus. Magari con certa luce radente, alle soglie della giornata, coi suoni dei suoi abitanti non umani e non turistici, con la straordinaria complessità della sua essenza materica, solo a volerla osservare un attimo più da vicino.
Certo, il Cremino mangiato in spiaggia a luglio è un dolce ricordo di vacanza, ma forse olo per noi baby boomers.
P.S.: quel cercare l’estate tutto l’anno di Azzurro si riferiva certamente ad un periodo dell’anno, relativamente breve, atteso a lungo per il resto del tempo. Oggi l’estate la si va a cercare anche d’inverno dall’altra parte del mondo, magia del turismo a buon mercato, e forse tra poco l’estate tutto l’anno ci sarà anche da noi, se le cose non cambiano. Ma la sabbia della spiaggia scotterà un po’ troppo.
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Abbiamo citato:
Marc Augé, Un etnologo a La Baule, in id., Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, To 1999 [1997]
Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, elèuthera, Mi 2019 [2014]
Abbiamo evocato Marco D’Eramo, Italo Calvino e Azzurro, di Pallavicini e Conte.