L’utopia filosofica come tensione verso il futuro

di Marica Notte

Chi vive di filosofia si sente dire il più delle volte che si nutre di utopie. Per certi versi questo è vero, perché chi osserva il reale con lo sguardo filosofico, con le domande negli occhi, si sposta in altre dimensioni, idealizzando un pensiero. Infatti, quando un filosofo pensa lo fa perché desidera indagare e scoprire se e quante vie ci sono per rispondere a quei perché che girano nella mente e soprattutto qual è il posto migliore per metterli a casa. Non per difenderli ma perché diventino radici nel terreno del fare e del costruire. L’utopia, così come la filosofia, nasce da un’interpretazione critica, ossia giudiziosa, della realtà. Nasce come un’alternativa al presente, come tensione verso ciò che potrebbe essere meglio di ciò che è. Il termine utopia, coniato da Tommaso Moro nel 1516, indica un luogo che non esiste (ou-topos) ma che deve essere un buon luogo (eu-topos). In questa ambiguità etimologica si cela tutta la forza concettuale dell’utopia di Moro: un luogo metaforicamente e idealmente giusto, perché rappresenta una forza opposta all’ingiustizia politica e sociale.

Alcuni secoli dopo,
Ernst Bloch riprende il tema e lo ripropone nella sua prima opera: Spirito dell'utopia (1918). Già il titolo stesso fa intuire qual è la natura dell’utopia secondo Bloch; infatti, egli per spirito non intende richiamare necessariamente il metafisico, al contrario ne attribuisce un valore di potere utile per innescare cambiamenti che devono fiorire prima di tutto nell’animo dell’uomo, nello spirito appunto. Lo spirito è una forza insita nell’anima umana e per questo può spingere l’azione umana verso l’utopico, verso il realizzabile, verso l'esercizio del possibile. L’utopia per Bloch deve essere alimentata dalla speranza, ossia da quel moto interiore che spinge l’uomo a non rassegnarsi, a prendere consapevolezza del suo compito esistenziale: partecipare. Per questo, Bloch vede nell’utopia non un inganno consolatorio, bensì una forma di coscienza anticipatrice. L’uomo, sognando, anticipa ciò che ancora non esiste e apre così uno spazio di libertà all’interno del reale. Il sogno utopico, dunque, non serve a fuggire dal mondo, ma a trasformarlo, a renderlo più conforme a un ideale di giustizia, bellezza o armonia.

Interessante anche la riflessione data da
Paul Ricoeur, il quale in Ideologia e utopia (1997), pone in un rapporto antitetico e simbiotico l’ideologia e l'utopia, perché considerate entrambe due modalità complementari dell’immaginazione. Infatti, l’ideologia serve a conservare credenze e valori comunitari e dà coesione a una società. L’utopia, invece, svolge una funzione critica e liberatrice perché immagina mondi alternativi. Ha una funzione di stimolo per pensare a un modello di riferimento altro per strutturare una trasformazione, per questo non è fuga egoistica dalla realtà ma tentativo di abitare il mondo con più attenzione. Come osserva Carlo Altini «essa è alla base anche della capacità di guardare criticamente l’esistente, di «denaturalizzare» la struttura storico-sociale e di sottolineare la possibilità di mutamento delle condizioni date, che si sono realizzate storicamente ma che non sono immutabili o garanti di libertà e giustizia. L’esistente è prodotto dalla contingenza, non dalla necessità: esiste sempre lo spazio per la possibilità di pensare o realizzare altro. Utopia non significa solo una fuga dalla realtà; al contrario, essa rimanda alle possibilità insite nel reale, allo scopo di realizzarle attivamente. L’utopia appartiene pertanto allo stesso campo concettuale su cui insistono altre categorie centrali per il pensiero filosofico e politico della modernità: libertà, contingenza, mutamento, possibilità, immaginazione, progresso. Naturalmente non esiste alcuna garanzia che l’utopia si realizzi: malgrado ciò, l’utopia svolge una funzione fondamentale nell’indicare all’essere umano nuove possibilità di vita»[1]. Questo perché l’utopia si muove in un avvenire migliore rispetto al passato, ossia nel futuro e il futuro è un tempo positivo perché è aperto. In questa apertura lavora l’utopia.

Non si cade nel pozzo se camminiamo verso il futuro, ma occorre non rivestirla di ingenuità, di parole che truccano gli scopi tesi al miglioramento delle condizioni umane. È anche questo il compito della filosofia: nutrire utopie concrete, interpretare, trasformare e agire per il bene. Dove il pensiero osa, lì comincia il cambiamento, il convincimento. Altrimenti, come recitano i versi finali di Utopia di
Wislawa Szymborska:
Malgrado le sue attrattive l’isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.
Come se da qui si andasse soltanto via,
immergendosi irrevocabilmente nell’abisso.
Nella vita inconcepibile.

[1] Carlo Altini, L’utopia non è antiquata. In Cosmopolis online: https://www.cosmopolisonline.it/articolo.php?numero=X12014&id=14