Il tempo non è uguale per tutti: viaggio nelle culture che lo reinventano
di Pietro T. Ciatti
Se c’è qualcosa che diamo per scontato, è il tempo. Scorre, lo misuriamo, lo perdiamo, lo guadagniamo. Eppure, questa apparente evidenza – il tempo come una linea che va dal passato al futuro – è in realtà una costruzione culturale, non una verità universale. Basta uscire dal perimetro dell’Occidente moderno per accorgersi che il tempo può essere un cerchio, un paesaggio, un evento, perfino qualcosa che sta… alle nostre spalle.
Nella cultura europea contemporanea il tempo è lineare. Immaginiamo una freccia: dietro di noi il passato, davanti il futuro. Lo segmentiamo in unità sempre più piccole – ore, minuti, secondi – e lo trattiamo come una risorsa. Non a caso “spendiamo” tempo, lo “risparmiamo”, lo “investiamo”. Questa visione si è consolidata tra cristianesimo e scienza moderna: da un lato una storia con un inizio e una fine, dall’altro un tempo fisico, misurabile e universale.
Ma altrove il tempo non corre, ritorna. Nelle tradizioni dell’India, ad esempio, il cosmo è scandito da cicli immensi, gli yuga, che si ripetono in una sequenza senza fine. Anche i Maya concepivano calendari ciclici, in cui le combinazioni di giorni e numeri ritornano come ingranaggi di una macchina cosmica. In queste visioni il tempo non è una freccia ma una ruota: non porta verso una meta definitiva, bensì rinnova continuamente il mondo.
Ci sono poi culture in cui il tempo non si misura affatto, ma si riconosce. In molte società indigene, il calendario non è fatto di numeri ma di eventi: il tempo della semina, quello della pioggia, quello in cui i pesci risalgono i fiumi. Non si dice “a marzo”, ma “quando fioriscono i ciliegi” o “quando il ghiaccio si spezza”. Il tempo, in questo senso, non è astratto: è intrecciato alla vita, alla terra, ai cicli naturali. È qualitativo più che quantitativo.
Ancora più sorprendente è il modo in cui alcune lingue organizzano il tempo nello spazio. Nella lingua aymara, parlata nelle Ande, il passato sta davanti e il futuro dietro. Il motivo è semplice e insieme profondissimo: il passato è visibile, perché lo conosciamo; il futuro no, quindi resta alle nostre spalle, fuori dal campo visivo. È l’opposto della nostra intuizione. In cinese, invece, il tempo può essere disposto verticalmente: ciò che è “su” è passato, ciò che è “giù” è futuro. Non si tratta solo di metafore linguistiche: studi cognitivi mostrano che queste immagini influenzano davvero il modo in cui le persone pensano il tempo.
Anche all’interno delle religioni il tempo si sdoppia. Da una parte c’è il tempo quotidiano, quello che scorre uniforme; dall’altra il tempo sacro, che ritorna. Le feste religiose – dalla Pasqua al Ramadan – non sono semplici commemorazioni, ma riattualizzazioni: ogni anno, quel momento originario torna presente. Il tempo sacro non avanza, ma si riapre.
E poi ci sono le parole, piccole finestre su mondi temporali diversi. L’inglese antico usava “tide” non solo per la marea, ma per indicare un momento, una stagione. Ne resta traccia nel proverbio “Time and tide wait for no man”. In giapponese, ma indica l’intervallo significativo tra due eventi, un vuoto pieno di senso. In greco antico esistono almeno due parole per il tempo: chronos, il tempo che scorre, e kairos, il momento opportuno, quello da cogliere al volo. È lo stesso concetto che Shakespeare evoca quando parla di una “tide in the affairs of men”: una corrente favorevole che, se presa al momento giusto, conduce alla fortuna.
Questi esempi ci costringono a una piccola vertigine: e se il tempo, quello che crediamo più oggettivo di tutto, fosse in realtà una lente? Una lente che ogni cultura modella in modo diverso per dare ordine all’esperienza. Per alcuni è una linea da percorrere, per altri un ciclo da attraversare, per altri ancora un tessuto di eventi da abitare.
Forse il punto non è stabilire quale visione sia “giusta”. Piuttosto, riconoscere che il tempo non è solo ciò che misurano gli orologi, ma anche ciò che le culture raccontano. E che, cambiando racconto, cambia anche il modo in cui viviamo: con più urgenza o più attesa, con l’ansia di non perdere un’occasione o con la fiducia che tutto, prima o poi, ritorni.
In fondo, il tempo non passa soltanto. Parla. E ogni lingua lo fa dire qualcosa di diverso.