Se la rosa perdesse il suo nome
di Patrizia Lessi
Nella scena finale di un film in bianco e nero che ha ormai più di sessant’anni si vedono una donna e una bambina lottare strenuamente. La donna ha due spessi occhiali neri a indicare una vista molto debole e occhi ipersensibili alla luce. La bambina, vestita come una bambola ma con i movimenti e la ferocia di un animale selvaggio in trappola, rovescia e rompe una brocca piena mentre la donna sta tentando di digitare water sul palmo della sua mano. La bambina non vede, non sente e da molto tempo ha ingaggiato una guerra contro chi la costringe a fare cose incomprensibili come sentire caldo, freddo, ruvido, morbido, buono, cattivo e muovere le dita sul palmo seguendo un percorso che per lei non ha alcun significato. Frustrata dall’ennesima battaglia la donna trascina la bambina in giardino dove la forza a sentire sui palmi l’acqua che sgorga da una pompa a mano. La bambina si ribella, si contorce. Non ci vede, non ci sente. Si dimena in tenebre silenziose e ostili, costretta a subire la sensazione di freddo e bagnato che le percuote le mani.
Finché succede qualcosa. Dal più profondo anfratto del buio senza voci e rumori in cui ha sempre vissuto si fa strada un’illuminazione. Non una luce. Non un colore. Un’epifania. La sensazione nuda si veste di un suono, quello che foneticamente sarebbe ˈwɑː.t̬ɚ e che in italiano corrisponde più o meno a UÒ-ter, Acqua. Lei non può udirlo, ma quando questo esce con forza primordiale dalla sua bocca e si cristallizza nei segni che per la prima volta riesce a digitare sul palmo della mano, quella sensazione brutale di gelo e bagnato diventa qualcosa, una cosa che lei ora riconosce e può nominare digitandone il nome sul palmo della mano.
She Knows dice commossa la donna. Lei non sente, lei non vede, ma finalmente lei sa. Nel celeberrimo finale di The Miracle Worker[1] di Arthur Penn, conosciuto da noi come Anna dei miracoli, assistiamo al momento esatto in cui la piccola Helen Keller si emancipa dallo stato di minorità in cui la famiglia per paura e affetto l’ha progressivamente imprigionata a causa della sua condizione di sordocieca. La via per questa liberazione ha i margini, la direzione e l’orizzonte del linguaggio. In questo consiste il miracolo fatto da Anne Sullivan, la sua caparbia e coraggiosa maestra. Il linguaggio di Helen, di Anne, di tutti noi, ha in sé l’essenza di ciò che ci rende umani. Senza la capacità di tradurre in simboli il mondo e di trasmetterne il significato ai nostri simili in un codice condiviso la nostra specie non sarebbe quello che è. Per questo motivo il filosofo Ernst Cassirer ormai un secolo fa dedicò alla vicenda di Helen Keller pagine importanti de La Filosofia delle forme simboliche[2] e de Il saggio sull’Uomo[3]. Cassirer osserva che quando Helen riesce a digitare acqua non si limita a nominarla, ma realizza che ogni cosa ha un nome e che attraverso quello lei può conoscere e dominare ciò che prima la dominava. La potenza di questa scoperta ha fatto sì che Helen Keller, vissuta a cavallo fra Ottocento e Novecento, sorda e cieca dall’età di diciannove mesi, a partire dai sette anni abbia cominciato a comunicare, a scrivere per poi laurearsi con lode diventando la prima persona sordocieca in America a conseguire una laurea universitaria, a viaggiare, a sostenere i diritti delle persone cieche, del suffragio femminile, della possibilità di estendere l’istruzione e l’educazione alle persone con disabilità, a pubblicare quattordici libri e numerosissimi articoli e saggi.[4] Tutto questo grazie al linguaggio, alla capacità umana di costruire sul mondo un mondo di simboli linguistici, religiosi, artistici, scientifici. Per Cassirer Helen Keller ci ha indicato che fra le tante definizioni date agli esseri umani in filosofia - Animale politico e razionale per Aristotele, faber per Marx, ridens per Rabelais, loquens[5] per Humboldt - forse animal symbolicum[6] è quella che più ci mette a fuoco, individuando la peculiarità tutta umana di poter creare, abitare, condividere mondi simbolici. I simboli non sono cose, ma funzioni attraverso le quali mettiamo in relazione noi stessi a ciò che ci circonda o alle realtà che creiamo. Tanto più ce ne rendiamo conto tanto meno sarà possibile che i simboli da noi stessi creati finiscano per coincidere con una realtà ingiusta, costruita apposta per piegarci e governarci.
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus[7], ci dice il monaco benedettino Bernardo di Morlay del XII secolo citato da Umberto Eco alla fine de Il nome della rosa[8]: La rosa primigenia esiste nel suo nome, noi possediamo solo nomi nudi. Della rosa per come è nulla sappiamo. Possiamo conoscerla solo attraverso il suo nome. Certo, il suo profumo non cambierebbe col cambiare del suo nome (rammenta Giulietta a Romeo, Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome profumerebbe altrettanto dolcemente[9]) ma senza di esso come potrebbe quel fiore differenziarsi dall’indistinto non sapere, dunque non vedere, a cui saremmo tutti condannati?
In fondo siamo tutti eternamente attaccati a una pompa d’acqua che ci doni l’incanto di un nome. Qualcosa che ci permetta di sentire nel palmo della mano il battito dell’insondabile cuore del mondo.
[1] The Miracle Worker di Arthur Penn, 1962, proiettato in Italia col titolo Anna dei miracoli.[2] Ernst Cassirer, Philosophie der symbolischen Formen, 1923-1929[3] Ernst Cassirer, An Essay on Man: An introduction to a Philosophy of Human Culture, 1944 [4] Parte dell’esperienza di Helen Keller è stata scritta da lei stessa in The Story of My Life, 1903[5] Ho ridotto e tradotto in latino un concetto che Humboldt esprime più dettagliatamente e che qui riporto brevemente: il linguaggio individua la capacità specificamente umana di costruire il mondo senza limitarsi semplicemente a descriverlo.[6] Espressione usata ampiamente da Cassirer nei volumi citati in nota.[7] Bernardo di Morlay, De contemptu mundi, XII Sec.[8] Umberto Eco, Il nome della rosa, 1981[9] William Shakespeare, Romeo and Juliet, 1597