Il Manifesto di Rivolta femminile del 1970:

cosa ci dice ancora oggi?

di Marica Notte

Quest’anno, il 2026, l'Italia celebra gli 80 anni della Costituzione e dell’Assemblea costituente. Come citato nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il ruolo delle donne fu determinante per il risultato del referendum sulla forma istituzionale dello Stato: “il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne”. Attraverso il voto, le donne poterono rivendicare il diritto di essere cittadine, di essere parte attiva della società, di togliere agli uomini quel privilegio che non aveva ragion d’essere. Una questione di libertà ed eguaglianza, diritti questi sanciti nell’articolo 3 della Costituzione italiana. Per essere garantiti si esplicita che il compito della Repubblica è quello di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l'attuazione perché l’eguaglianza e la libertà sono condizioni determinanti la dignità della persona.

Però, nonostante le conquiste costituzionali, l’eguaglianza proclamata era ben lontana dall’essere vissuta realmente dalla donna. Infatti, l’articolo di legge poteva affermare la parità tra gli individui senza alcun tipo di distinzione di sesso, ma la società di quegli anni del secondo dopoguerra continuava a essere strutturata secondo modelli maschili, patriarcali e gerarchici di dominio, nei quali la donna faticava a definire la propria autonomia perché ancorata a ruoli di assoggettamento, a ruoli subalterni e questo perché ritenuta sesso debole. Questo perché l’uomo aveva assorbito tutte le concessioni di potere sociale. Serviva per questo un forte risveglio della coscienza collettiva sulla condizione della donna, serviva anche alle donne prendere coraggio e trovare sostegno per avviare un cambiamento che rivoluzionasse gli schemi sociali e le ideologie maschiliste.
Su queste basi, agli inizi degli anni Settanta, prende forma e sostanza il femminismo italiano, un movimento sociale che mirava, e continua a farlo, a spostare l’attenzione dalle rivendicazioni giuridiche ed economiche ad una più ampia critica culturale in nome dell’autodeterminazione femminile. Costruire una nuova soggettività della donna senza che questo significhi voler risolvere la questione in termini di sola emancipazione, perché altrimenti si cadrebbe nell’errore di contraddire lo scopo, quello di mettere in rapporto l’uomo con la donna e viceversa.

Tesi questa centrale nel Manifesto di Rivolta femminile di Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti. Apparso per la volta prima sui muri di Roma nel luglio del 1970, il Manifesto con le sue tesi (ben 65) segnò un punto di svolta radicale nel femminismo italiano e fu considerato un gesto di ribellione e consapevolezza politica e sociale, un alzare la voce per intonare un inno di rivolta. Immaginate di camminare per strada e trovare queste frasi:
“La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto”.
“Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario”. 
“Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione. Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza”. Che effetto vi farebbe leggerle se foste negli anni 70’? Ne capireste il senso? Ne condividereste lo scopo? E soprattutto, oggi che cosa significano?
Esprimere il senso dell’esistenza non è un semplice invito filosofico ma è la meta di ogni individuo per dare valore al proprio essere, alla propria presenza nel mondo.
A distanza di 56 anni dal Manifesto, la condizione femminile soffre ancora della presenza ingombrante del ruolo maschile in tutti gli ambiti della società e quello che colpisce il cuore del problema, e fa capire quanto ancora siamo lontani dal costituire una comunità senza logiche servo-padroni (e questo per molti aspetti), è sentire che le donne vogliono sempre di più, come se questo significasse che l’uomo tema di avere sempre di meno. Ma chi ragiona in questi termini sembra seguire la logica del baratto, e qui non ci sono scambi da attuare per mantenere in equilibrio il rapporto sociale degli individui tra avere e dare.

La donna non vuole ricoprire gli incarichi maschili, vuole avere la possibilità di ricoprire determinati incarichi; la donna non nasce madre ma nasce madre solo se a deciderlo è lei perché nasce persona. Secondo la riflessione di Adriana Cavarero la «tradizione occidentale assume la differenza sessuale come un’opposizione di maschile e femminile, i cui due termini non sono posti sullo stesso piano, uno di fronte all’altro, bensì strutturati secondo un ordine gerarchico di subordinazione e esclusione».

La donna non vuole diventare come l’uomo, non vuole essere il suo alter ego, ma vuole essere un soggetto autonomo, è questa la sua alterità: dimostrare la propria identità e contribuire alla società in cui vive secondo la sua natura. Questo significa far fede ai principi democratici e per questo occorre ribaltare la prospettiva maschilista sulla questione femminile. La democrazia è anche nelle mani delle donne e la storia lo dimostra. Cosa accadrebbe, d’altronde, se le donne decidessero di non andare più a votare? Quali diritti sarebbero davvero lesi?