Giocare è conoscere
di Marica Notte
L’esperienza che più si lega all’infanzia è quella del gioco. Il gioco, potremmo dire, è una fonte della conoscenza umana, al pari della sensazione e dell’intelletto che, secondo il filosofo John Locke, garantiscono validità al processo conoscitivo in sé. L’essere umano, per formulare le idee, si mette in relazione al mondo esterno primariamente attraverso i sensi, e trasforma poi il percepito in contenuti mentali attraverso il senso interno, la ragione. La conoscenza deriva dall’apprendimento che il soggetto instaura con l’ambiente. Per questo possiamo pensare che il gioco, per un bambino, abbia una funzione esperienziale fondamentale affinché possa sperimentare se stesso nel mondo e il mondo stesso. Il filosofo naturalista tedesco Karl Groos studiò le funzioni evolutive del gioco da un punto di vista comparativo e notò che gli esseri umani sono la specie che gioca di più rispetto alle altre, perché ha molte più cose da imparare, conoscere e trasmettere.
Giocare è dunque conoscere, ma che cosa conosce un bambino attraverso il gioco? Una delle risposte più emblematiche è quella di Brian Sutton-Smith che in “The ambiguity of Play” (1997) sostiene che lo scopo principale del gioco è “imparare a imparare”. In questa affermazione salta agli occhi come manchi una finalità specifica dell’azione, ma in realtà è proprio questa caratteristica che rende il gioco un fatto unico e serio. Infatti, quando un bambino gioca simula e inventa qualcosa che prende spunto dalla realtà, ma che interpreta e adatta in base alla sua condizione, così potrà trasformare quel momento di scoperta in una metafora importante per il suo sviluppo.
Giocando si impara a creare e risolvere problemi, a relazionarsi con gli altri, a regolare i propri comportamenti ed emozioni, ad acquisire abilità linguistiche e numeriche e inoltre a scoprire le proprie inclinazioni naturali. Queste dinamiche intrinseche del gioco un bambino può sperimentarle pienamente solo a condizione che esso sia libero, cioè autonomo. L’autonomia, vale a dire la capacità di governarsi da sé, è una condizione fondamentale affinché un bambino possa organizzare il gioco e se stesso secondo regole non prestabilite da altri. Ma l’autonomia un bambino può sperimentarla se gli è concessa innanzitutto dai propri genitori, i quali devono rendere necessario il loro aiuto. L'iperprotettività genitoriale, in letteratura definita come “genitori elicotteri”, è alimentata dalla sottostima delle competenze infantili e questo atteggiamento rende i bambini più vulnerabili, più ansiosi, meno fiduciosi e inevitabilmente meno indipendenti. Secondo la teoria degli stili genitoriali elaborata dalla psicologa Diana Baumrind, un buon genitore è colui che sa rispondere autorevolmente alle richieste del figlio, senza esercitare autorità ed eccessiva permissività, equilibrando quindi controllo e autonomia.
La questione dell’autonomia è analizzabile su più fronti ed è un fenomeno che si correla a molti fattori. Rispetto a molti decenni fa, ai bambini di oggi non viene garantita la possibilità di giocare liberamente fuori casa, ovvero nello spazio pubblico urbano. Tra le molteplici cause[1], che hanno contribuito a questo significativo cambiamento generazionale, la paura genitoriale è la più dominante e la più difficile da contenere. La tendenza dei genitori di oggi è quella di non ammettere per il proprio figlio nessun rapporto con il rischio e questo è uno degli aspetti più pericolosi per la salute psicofisica del bambino. Il rischio non viene più calcolato come un’eventualità da gestire, come un esperimento che mette alla prova se stessi in una situazione che risulta poco sicura ma non dannosa, come un elemento naturale della vita. Il rischio sta al gioco come il gioco sta allo sviluppo del bambino, perché rende consapevoli delle capacità del proprio corpo, fa comprendere le conseguenze delle azioni, mette in un rapporto fisico con l’ambiente-mondo e, non ultimo, rende autentica la conoscenza.
Promuovere e garantire ai bambini l’esperienza del gioco libero e dell’autonomia di movimento specialmente fuori in casa è uno degli scopi principali del progetto internazionale “La città delle bambine e dei bambini”. I bambini, come sostiene Tonucci[2], hanno un doppio diritto: quello all’educazione e al gioco. Ma un gioco autonomo e libero. È sempre più raro vedere bambini giocare per strada e questo perché si ha la percezione che la strada sia insicura, ma è proprio l’assenza dei bambini a non produrre attenzione, sicurezza e senso di comunità. Come osserva Tonucci, i bambini per strada rendono la strada sicura.
Il gioco libero è riconosciuto come un diritto (articolo 31) nella Convenzione ONU (1989) sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e gli Stati che l’hanno ratificata, Italia compresa, hanno l’obbligo di garantirlo.
Il gioco, insomma, non è qualcosa di poco conto, qualcosa “da bambini”, al contrario è per i bambini il momento più prezioso della loro vita tanto da lasciare tracce durante la crescita e ricordi durante l’età adulta.
[1] Notte, M., Renz, D. (2022). Le cause psicosociali della perdita dell’autonomia di spostamento infantile. In-Mind:https://it.in-mind.org/article/le-cause-psicosociali-della-perdita-dellautonomia-di-spostamento-infantile[
2] Tonucci, F. (2015). La città dei bambini. Un nuovo modo di pensare la città, Zeroseiup.