La vanità del tutto: la grande finzione della vita in Gabriele D’Annunzio

di Laura D’Angelo

Il primo romanzo decadente della nostra letteratura, Il piacere (1889) di Gabriele D’Annunzio, è la storia di un giovane aristocratico amorale e esteta, dilaniato dai continui richia­mi della voluttà, contemporaneamente appassionato di due donne, che però è sconfitto dagli stessi meccanismi da lui creati. Quello che doveva essere un romanzo sull’eros e sulla mondanità, occasione celebrativa attraverso la figura del dandy Andrea Sperelli, di un ceto sociale che alle soglie della modernità appare sempre più in decadenza, ecco che si configura come una delle più vive rappresentazioni del dolore della finitudine umana. Un romanzo già moderno, e ancora attuale, se in quella casa sperelliana che «era un perfettissimo teatro», rappresentazione materiale di quel «bisogna fare la vita come si fa un’opera d’arte»,  l’alter ego dannunziano aveva già espresso la crisi dell’uomo moderno di fronte alla «mutabilità» dell’esistenza, laddove inquietudine, incertez­za, vacuità ed esasperazione dell’esperienza sensitiva sono i sintomi di un malessere che seppur rispondente ad un periodo storico ben circoscritto, sembra già richiamare, con le dovute cautele, taluni aspetti della nostra realtà contemporanea, sempre più artificiosamente virtuale, quasi attenta ad apparecchiare con cura l’esteriore, il visibile, per coprire il vuoto della stanza. E anche Andrea Sperelli era un abile apparecchiatore: sempre in bilico tra salvezza e perdizione, tra idealità e bisogno di realizzazione, tra turbamento e facili entusiasmi, l’eroe dannunziano aveva scelto l’arte come sostituto oggettivo alla vita, incapace com’era di sottrarsi all’an­nullamento della volontà per dar credito ed energia agli istinti.

Esperienza estetizzante e edonismo formale infarciscono anche l’universo poetico dell’Isottèo di Gabriele D’Annunzio (1890), silloge che potrebbe a buon diritto esser stata composta dall’eroe Sperelli, in cui si celebra l’assoluta perfezione della forma attraverso cui il mondo artificiale dell’arte emerge come unica alternativa al reale oggettivo. Quell’attitudine sperelliana ad anteporre alla vita la finzione, l’esasperazione dell’esperienza sensitiva rispetto alla forza morale, fa sì che egli fosse come l’incantatore «intrappolato nel cerchio del suo incantesimo»[1]. È racchiusa, infatti, nell’emistichio sentenziale «il Verso è tutto», quella che è la poetica decadente dell’Isottèo, in cui la dimensione estetizzante de Il piaceresi realizza liricamente con l’adesione ad una poetica di netto disimpegno culturale: in un preziosismo verbale fatto di rimandi alla tradizione, si delinea una poesia elitaria capace, nell’ispirazione antiquaria e nel decor di gusto parnassiano e preraffaellita, di confermarsi come spazio del sogno, in una dimensione edonistica ed estetizzante della vita e della l’arte. L’«eletto sentimento della forma»[2] si afferma a dispetto del contenuto, in un lirismo che dialoga con il romanzo in prospettiva metaletteraria, per rappresentare la crisi di una realtà caratterizzata da profonde trasformazioni, in quella Roma umbertina e bizantina in cui l’avvento del nuovo aveva lasciato l’uomo di cultura solo e sofferente, senza punti di riferimento e valori cui conformare se stesso e la propria arte, privato di un orizzonte ontologico che lo autentificasse all’interno dei nuovi meccanismi della nascente società di massa.

Sonetti, sestine, ballate, madrigali, amori cortesi, palazzi e paesaggi raffinati diventano pertanto nell’Isottèo lo sfondo di una poesia in cui il culto della forma sublima l’indifferenza per il contenuto, all’insegna di un esercizio di stile che ha nel potere della parola, nell’espressione più che nel sentimento, la sua intrinseca validità. Nelle proprie opere D’Annunzio risemantizza la realtà oggettiva in una dimensione estetizzante che sancisce il predominio dell’esperienza evasiva decadente e l’annullamento di ogni altro valore etico-sociale o orizzonte esistenziale. Di fronte alla «vanità del tutto», l’intellettuale moderno coglie il dramma di un’umanità che si scopre smarrita. Nello storicizzare la sua poesia, nella «finzione della vita» che non ha altro valore, D’Annunzio ne coglie pericolosamente i limiti. Forse perché per essere degni dell’ideale, bisogna rinunciare alla vita. Una scelta che all’uomo non è possibile.


[1] «La sua grande forza sensitiva, […] non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella forza era in lui la distruzione di un’altra forza, della forza morale […] Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si stringeva sempre più d’ intorno, inesorabilmente […]». G. D’Annunzio, Il piacere, a cura di F. Roncoroni, Oscar Mondadori, Milano, 2010, p.36.  [2] «Essenzia quinta dell’eleganza poetica» con attenzione tutta volta alla forma, aveva definito il D’Annunzio l’Isottèo. Cfr. G. D’Annunzio,Lettera all’editore Treves del 7 agosto 1889. In Id., Lettere ai Treves, a cura di G. Oliva, Garzanti, Milano, 1999, p.80.