Le parole sono importanti

di Marco Giovagnoli

Molti di noi ricorderanno la scena di Palombella Rossa nella quale Nanni Moretti, con molta enfasi, scandisce l’espressione “le parole sono importanti” riferendosi a una giornalista che lo sta intervistando. Ora, al netto di una restituzione filmica che non sappiamo dire oggi come sarebbe interpretata, nell’epoca del politicamente corretto (la donna/giornalista presa a schiaffoni a causa del suo linguaggio), rimane la forza del messaggio veicolato da Moretti che, nell’epoca corrente, sembra infrangersi contro gli scogli del progressivo decadimento linguistico forse globale ma certamente ben presente nel nostro Paese. La cosa curiosa è che l’importanza delle parole viene da un lato completamente scardinata da una molteplicità di fattori, che non è semplice elencare compiutamente: forse i dati drammatici sugli italiani come lettori di libri (e tralasciamo i generi eventualmente letti), forse la catastrofe culturale generata dal linguaggio social, forse una progressiva semplificazione del pensiero quasi quasi riconducibile all’utilitarismo neoliberista dominante. Dall’altro lato, però il potere si riappropria del significato evocativo delle parole torcendolo a proprio vantaggio con intenti alle volte evidentemente narcotizzanti e mistificatori.

Se è vero che chi parla male pensa male, e probabilmente è così (“parlare male, già lamentava Platone [nel Fedone], oltre a essere una cosa brutta in sé, nuoce anche all’anima”, ricorda Ivano Dionigi), sembra essere altrettanto vero che indurre pensieri funzionali al potere attraverso l’utilizzo iterativo di termini, espressioni, brevi concetti manipolanti riporta la parola al centro dell’attenzione contemporanea. Già il burocratese ha cresciuto, già nella seconda metà del Novecento, intere generazioni nell’assuefazione al significato oscuro ma indiscutibile di prescrizioni, obblighi etc.: come dimenticare il “severamente vietato” che sanziona ciò che non si può fare con un rinforzo paternalistico quasi religioso (con l’effetto forse involontario di rendere meno cogente il solo ‘divieto’, come a dire beh, sì, si può anche trasgredire ma non qui e ora)? E l’idea di base è che il linguaggio burocratico (così come oggi quello ipertecnologico, quello ‘professionale’ etc.) serva a presidiare il potere di chi lo utilizza, come una sorta di cortina fumogena. Perché altrimenti il trauma del licenziamento di un lavoratore o di una lavoratrice viene travisato con mobilità (ma non era un piacere potersi ‘muovere’?), esubero (i bimbi a volte sono ‘esuberanti’), si è sentito anche ridimensionamento produttivo come alternativa a ‘licenziamento di massa’? e in fondo cosa sono le tutele crescenti dei contratti nel famigerato ‘Jobs Act’ se non la foglia di fico della precarizzazione del lavoro portata ai suoi estremi limiti, come si è ben visto? La razionalizzazione per la scuola o la sanità pubbliche è un altro modo di dire ‘chiusura’ o ‘taglio delle risorse’, mentre i ristori non sono i meravigliosi baretti da spiaggia ma un termine consolatorio (perché il ‘ristorarsi’ è una cosa piacevole, tutto sommato) per ammansire chi ha perso qualcosa o molto, ce li ricordiamo come un mantra in era Covid o anche oggi nelle patetiche mancette a sostegno dei vari caro-qualcosa (energia, catastrofi natural-sociali etc.) determinati dalle insipienze o dal malaffare della famosa ‘manciata di tiranni’ che proprio manciata non sembrerebbe, tuttavia.

Un caso emblematico di uso di un termine a mo’ di etichettamento è quello di maranza, utilizzato oggi a piene mani dalla retorica xenofoba e razzista per individuare le seconde o terze generazioni dei migranti, quelle fondamentalmente nate e cresciute in Italia ma ancora vissute in larga parte ancora come corpo estraneo. La fortuna della parola maranza origina verso la fine dei famigerati anni Ottanta del Novecento, quando in una serie di precoci esternazioni il cantante Jovanotti, allora poco più che imberbe, si autodefinì ‘maranza’ indicando con questo una sorta di attitudine ribelle ma innocua, molto estetizzante, urbana e puerilmente americaneggiante (come questi sia diventato un riferimento culturale della sinistra italiana sarà oggetto della storiografia del futuro). Oggi il termine ha assunto il più cupo significato di ‘deviante etnico’, spesso associato all’idea dell’agire in gruppo (bande di maranza) soprattutto nelle periferie urbane con incursioni anche nei ‘salotti buoni’ delle città, con grande sconcerto del popolo degli aperitivi serali. Nel capoluogo regionale marchigiano, prossima città della cultura, una intensa campagna di stampa del quotidiano locale di riferimento, proprio basata sulla ‘emergenza maranza’, ha arruolato nei titoli a caratteri cubitali anche un parroco di quartiere (non molto periferico a dire il vero) nella sua (del prelato) battaglia contro la presenza dei maranza nei dintorni dei campetti parrocchiali o addirittura tra le scare panche, con relativa presenza di spaccio di stupefacenti etc., lì dirottati dall’espulsione dai quartieri del centro storico dei ragazzi in questione, ‘scesi’ dalle periferie appunto e lì prontamente ricacciati. Al netto della successiva tirata di orecchie al parroco da parte delle alte sfere ecclesiastiche locali (è pur sempre un pastore, anche per le pecore nere…), rimane l’utilizzo oramai ‘sdoganato’ dell’appellativo per significare nella ampia generalità il giovane etnicamente ‘altro’, specie se marca esteticamente la sua diversità, come consuetudine giovanile ben collaudata, e questo indipendentemente da ciò che fa o come si comporta; è un concetto, in altri termini, funzionale al controllo sociale, come ci ricorda Dario Melossi utilizzando le riflessioni di alcuni studiosi statunitensi, per cui “viene a essere definito come deviante ciò che viene visto come tale, ciò che viene prima di tutto percepito socialmente come deviante o criminale”. Insomma, il potere (anche quello mediatico, evidentemente) sposta l’attenzione dalla persona al suo controllo, da chi è punito a chi punisce, con evidenti ricadute sulla generazione del consenso sociale per il secondo: tutto ciò con l’ausilio di un semplice termine che si evolve nel tempo da boutade commerciale a stigma collettivo.

In una contemporaneità dove, ancora per citare Dionigi, viviamo in una “quotidiana Babele linguistica, nella quale una stessa parola rinvia a significati diversi e parole diverse vengono convogliate verso un senso unico”, e dove i segnali di un indebolimento culturale generalizzato sembrano essere più frequenti, la parola vive una schizofrenia per la quale da un lato è degradata, sminuita come vezzo intellettuale, e dall’altro viene arruolata dal potere per legittimarsi e legittimare il consenso. Resiste, in mezzo, quella che Erri De Luca ha chiamato la parola contraria, il suo utilizzo consapevole e civilecontro tutte le banalità, conferma che chi parla bene, pensa bene ma forse anche che chi pensa bene, parla bene.

Abbiamo evocato:
Erri De Luca, La parola contraria, Feltrinelli, Mi 2015
Ivano Dionigi, Benedetta parola. La rivincita del tempo, il Mulino, Bo 2022
Dario Melossi, Stato, controllo sociale, devianza, Bruno Mondadori, Mi 2002
Nanni Moretti, Palombella rossa, 1989