È tempo di annoiarsi
La noia come cura (filosofica)
di Marica Notte
A volte capita che, quando abbiamo a nostra disposizione del tempo libero, sentiamo il bisogno di riempirlo immediatamente perché accettare la sua attribuita condizione di libertà e vacuità può diventare insopportabile.
Diversamente dall’antica Roma, dove l’ozio (otium) era un momento fondamentale da dedicare alla cura fisica e allo studio, che si contrapponeva al negozio (negotium), nella società di oggi il “dolce far niente” sta cambiando gusto perché fatichiamo sempre di più a vivere esperienze ricercate e consapevoli di inazione e di pura contemplazione.
Abbandonarsi alla casualità degli eventi, al non programmato, rimanere in attesa dell’inatteso può mettere in crisi perché temiamo di poter ritrovarci disarmati nella gestione del conflitto che potrebbe aprirsi con noi stessi.
La noia, quindi, spaventa e se lo fa è perché è potente, infatti, come annotava Blaise Pascal nei Pensieri[1]:“Noia. Nulla è così insopportabile all'uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l'umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione. [...]”. Per Pascal, la noia deriverebbe dalla consapevolezza che l’essere umano ha della propria finitudine e di conseguenza cerca rimedi per sfuggirla attraverso il divertissement. Avvicinandoci a una lettura più contemporanea, la visione filosofica di Byung-chul Han attualizza le dinamiche che strutturano tale problema associandolo alla logica produttiva del capitalismo. Infatti, “visto che ormai percepiamo la vita solo in termini di lavoro e prestazione, per noi l’inazione è una carenza a cui bisogna porre rimedio il prima possibile. L’esistenza umana viene assorbita senza sosta dall’attività, e questo la rende sfruttabile. Stiamo smarrendo il senso stesso dell’inazione [...]. Nei rapporti di produzione capitalistici, l’inazione ritorna come un fuori circoscritto. La chiamiamo “tempo libero”: servendo solo a rinfrancarsi dopo il lavoro, ecco che resta incatenata alla logica di quest’ultimo”[2]. L’angoscia che nascerebbe da uno stato di riposo alimenta ulteriormente lo stato di alienazione esistenziale perché abbiamo introiettato come valore giusto quello della produttività, rendendo le nostre azioni merci di scambio finalizzate a scopi precisi. Non contempliamo più serenamente un tempo svincolato da attività, libero appunto, ma è proprio l’inazione a dare significati autentici alla vita perché la riporta nella sua dimensione naturale, portandola fuori dalla bolla consumistica che consuma beni e tra questi anche noi.
La noia è uno stato filosofico per eccellenza, non solo nel senso specifico del termine, perché può essere per tutti un’occasione di ricerca, di interrogazione sul reale, di aprire la mente all’immaginario, di disvelamento. In Che cos’è la metafisica? Martin Heidegger annota che «la noia profonda, che va e viene nelle profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi, in una strana indifferenza. Questa noia rivela l’ente nella sua totalità». Manifesta l’esserci e ci garantisce la via per accedere al fondo dell’esistenza, cioè all’Essere stesso, e lo fa senza rumore, cioè in silenzio. Inoltre, sempre per Heidegger «la noia profonda ci trasporta in uno stato in cui ci appare il nulla e, con esso, l’Essere come tale», perché il tempo stesso si sospende e perde la sua funzione del fare divenendo momento del sentire.
Come se fosse uno specchio in cui si riflette la nostra immagine, la noia confessa le nostre paure, i nostri desideri più intimi generando processi terapeutici introspettivi, e questa sua essenza, anche se spaventa, è benefica. Secondo la scienza, la noia offre al nostro cervello, sovrastimolato da informazioni e input, la possibilità di rilassarsi e di rigenerarsi. Come sottolinea la psicologa Sandie Mann nel saggio The Science of Boredom, «la noia è uno stato emotivo, un’emozione specifica che si verifica quando cerchiamo uno stimolo, qualcosa che gratifichi la nostra attenzione, ma questa ricerca non viene soddisfatta. È proprio lo stato di insoddisfazione che porta alla creatività. Quando siamo annoiati cerchiamo uno stimolo e se non lo troviamo nell’ambiente circostante allora ce lo creiamo, magari cominciamo a sognare a occhi aperti, lasciamo la nostra mente vagare e ci vengono grandi idee».
L’uomo contemporaneo cerca costantemente nuove esperienze, nuovi stimoli, vive di frenesia e dissipazione e quando la noia si manifesta rompe questo stato.
Anche se percepita come una perdita di tempo, la noia non ci fa perdere tempo, non vanifica il nostro non fare. Perché aspettare, passare delle ore a fissare un punto, iniziare a fare qualcosa per poi cambiare subito idea, camminare da una stanza all’altra è dare sfogo alla noia, è viverla nella sua pienezza e forse accoglierla senza resistenze può anche farci sentire felici.
In ogni caso, se siete molto annoiati e non sapete stare con le mani in mano, allora ecco alcuni consigli per tenerle occupate rimanendo comodamente seduti ovunque voi siate.
Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione, nottetempo, Milano, 2023.
Lars F.H. Svendsen, Filosofia della noia, Guanda, Milano, 2004.
P. Valéry, Il bilancio dell’esistenza, Ibis, Como, 2023.
[1] B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967.
[2] B-C. Han, Vita contemplativa o dell’inazione, nottetempo, Milano, 2023, pp 11-12.