Il margine del tempo

Governare l’immaginario nelle aree interne

di Luciana Petrocelli 

“Guardare al di là della meschina contingenza, oltre il reticolato del tempo, è la restituzione dello sguardo invulnerabile di Dio”. Così scriveva Spinoza a metà del Seicento. Eternità e contingenza erano, per il filosofo, i due effetti polarizzati e polarizzanti di ciò che rende divino l’umano: da un lato l’intelletto, dall’altro l’immaginazione. Due modi, spinoziani, di nominare il nostro stare al mondo, in cui il tempo si configura come il dispositivo per abitarlo e per leggerlo. Al di là delle connotazioni cristianeggianti del concetto di eternità, essa ci pone di fronte a un problema profondamente politico: è infatti un esercizio di comprensione autentico e, in quanto tale, una sospensione da tutto ciò che è parziale, contratto e meramente immaginato.

Nel 1942, Paul Valéry scriveva: «Tutto comincia da un’interruzione». Un’interruzione dell’ordinaria percorrenza di immagini abituali che, sedimentandosi, diventano immaginari e, cristallizzandosi, si solidificano in stereotipi. È, per certi versi, questa l’origine dell’abitudine come forma di sedimentazione che trasforma i comportamenti in seconda natura, riducendo progressivamente la soglia del dubbio e dell’interrogazione. Ciò che chiamiamo forse troppo semplicemente “tempo” - la frequentazione del quotidiano - proprio perché ripetuta, produce una doppiezza paradossale, poichè da un lato tende a stabilizzare, dall’altro restringe progressivamente il campo dell’esperienza, contraendo l’immaginario in un numero esiguo di “idee disponibili” che diventano i confini empirici entro cui ci muoviamo.
Il problema è che “accade raramente che gli uomini vivano sotto la guida della ragione” ripete, lapidario, Spinoza, nelle sue opere principali. Tuttavia, accade raramente che gli uomini possano passare alla prospettiva del “se stesso pensante”, mentre la percezione continua, inesorabilmente, a riprodurre i propri schemi.

Claude Monet figura, in pennellate, questa ripetizione dell’uguale: quarantotto le tele dedicate alla cattedrale di Rouen, quarantotto sforzi di afferrare la variazione del tempo, quarantotto tentativi di sospensione dell’abituale che si traducono nella sottrazione del monumento alla pretesa di permanenza. L’opera architettonica – emblema della monumentalità occidentale e concepita nella sua “velatura escatologica” come promessa di sottrazione alla temporalità – viene qui assorbita da e nel tempo, riconfigurandosi come oggetto continuamente riscritto dalle variabili leggi della percezione. La serialità delle vedute rende visibile un mutamento del regime temporale e ciò che pretende di essere “identico” si interrompe invece nella durata. In questo senso, la serie di Rouen si fa sineddoche del carattere interpretante e situato del vedere, poichè il monumento “accade” nel differenziare tra condizioni, filtri, selezioni e durata. È qui che l’interruzione smette di essere solo un gesto estetico e diventa una condizione di conoscenza: la percezione pone la dipendenza dalle condizioni. In questo scarto, il monumento cessa di essere garanzia di identità per divenire luogo di possibilità, esposto alla contingenza e all’erosione percettiva prodotta dal tempo. Nel tempo stesso, non nell’eternità, che l’artista realizza in figura un’interruzione analoga a quella evocata da Valéry. Spezza l’orizzonte del consueto, scongiurando l’appiattimento nell’immaginario fisso.

Trasposto sul piano territoriale, il regime dell’autoconferma percettiva, avvalorato dai meccanismi di ripetizione, può essere pensato come una specifica configurazione del rapporto tra tempo ed esperienza, poiché, quando lo spazio di esperienza tende a saturare l’orizzonte di attesa, il possibile si contrae e il passaggio diviene impensabile prima ancora che impraticabile. La dinamica dell’interruzione consente dunque di percorrere, anche linguisticamente, un problema che spostato sul territorio, diventa immediatamente politico: che cosa accade quando un luogo (e chi lo abita) vive entro un regime percettivo rigidamente ripetitivo, entro un immaginario del vuoto e del margine che tende costantemente ad auto-confermarsi?
Se l’immaginario istituisce il reale, come vuole Castoriadis, esso non è mai un campo neutro, ma uno spazio attraversato da rapporti di forza simbolici, entro cui si decide anche ciò che può essere pensato e desiderato. In questo senso, allora, la crisi delle aree interne può essere letta soprattutto come crisi dei dispositivi simbolici attraverso cui esse si rappresentano e vengono rappresentate. E questa è una questione di immagini, che siano figurative o linguistiche.

Non si può dunque nemmeno parlare di processi di rigenerazione dei territori senza interrogare preliminarmente gli immaginari del margine che, nel tempo, hanno perimetrato gli spazi fisici e simbolici delle aree interne. La rappresentazione del “vuoto”, dell’“abbandono” o della “minorità” non è mai puramente descrittiva, ma diviene prescrittiva, contribuendo a produrre ciò che nomina, scrive Marco Gatto ne L’egemonia della superficie. In tal senso, il margine coincide con un dispositivo immaginativo che organizza aspettative, limiti del pensabile e orizzonti del possibile, naturalizzando la sua coincidenza con una condizione territoriale svantaggiata. Siamo heideggerianamente nell’epoca “dell’immagine del mondo”, quella in cui il mondo si rappresenta nella modalità dell’immagine, la stessa che, se segue la via della semplificazione e della riproducibilità, si configura come la peggior scorciatoia del pensiero. A essa Spinoza attribuiva l’immediatezza, perché non necessita dei rallentamenti logici della ragione, dei suoi cadenzamenti, ma si impone come evidenza; e ciò che appare immediato tende a sottrarsi all’indagine, stabilizzandosi come dato.
Parlare del tempo delle aree interne significa allora disattendere alla retorica della lentezza, ormai abusata, della turistificazione esperienziale che si alimenta di validazione massiva e sensazionalismo, e interrogare i regimi temporali che innervano i funzionamenti della rappresentazione, del simbolico e dell’immaginazione. Il nostro tempo ha standardizzato la percezione, ha introdotto nuove categorie con cui pensare e selezionare porzioni di mondo: il gusto addestrato alla semplificazione rende alcune possibilità visibili e ne esclude altre. È l’egemonia della superficie, e dunque dell’immediato, rispetto alla quale le aree interne non occupano affatto una posizione marginale.

Parlare di immaginari comporta, in ultima istanza, parlare di tempo. Non solo di quello che si deposita nelle forme della sedimentazione, ma anche di quello che struttura i meccanismi della percezione, organizza i dispositivi simbolici e delimita ciò che può essere visto, pensato e desiderato. In questo senso, il margine non è che un effetto del tempo, il prodotto dell’egemonia della durata che si è fatta immagine e che, proprio per questo, può essere interrotta.

Nota bibliografica
Castoriadis, C., L’istituzione immaginaria della società, Mimesis, Milano 2022.
Garroni, E., Immagine Linguaggio Figura, Laterza, Roma-Bari 2015.
Gatto, M., L’egemonia della superficie. Per una critica del postmoderno avanzato, Castelvecchi Editore, Roma 2024.
Heidegger, M., Sentieri interrotti, La nuova Italia, Firenze 1979.
Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003.
Valéry, P., Cattivi pensieri, Adelphi, Milano 2006.
Spinoza, B., Tutte le opere, Sangiacomo A. (a cura di), Bompiani, Milano 2010.