Dal centro ai margini
Linguaggio artistico e arte socialmente impegnata nelle aree rurali
di Irene Macalli
Può l'arte essere uno strumento di riscatto sociale nei territori rurali? La ricerca artistica può offrire strumenti nuovi per leggere geografie complesse e ricostruire un immaginario di possibilità future? Queste domande non trovano ancora risposta nei principali dibattiti sulla rigenerazione delle aree interne, eppure la pratica artistica partecipativa — radicata nel territorio e nei suoi tempi lenti — può offrire strumenti di lettura e attivazione che altri approcci disciplinari faticano a restituire.
Il Novecento è stato un periodo di forti cambiamenti nel panorama artistico. Duchamp ci porta a rivalutare la percezione dell'arte stessa e gli anni Sessanta-Settanta segnano l'emergere di nuovi movimenti orientati a uno sguardo socio-politico. In Italia nasce l'Arte Povera in contrapposizione alla società degli scarti, mentre il boom economico, la rapida industrializzazione e l'abbandono delle campagne trasformano il paese da contadino a industriale. Il 1968 vede un movimento di artisti impegnati nel sociale: la Biennale di Venezia diventa teatro di proteste, nei paesi anglosassoni nasce la community art e anche in Italia gli artisti sperimentano pratiche partecipative come forma di azione politica. Gli artisti che fuoriescono dalle gallerie per riversarsi nello spazio sociale si trovano di fronte a una pluralità di modi di gestire la partecipazione. Si osserva una decentralizzazione dell'arte verso luoghi marginalizzati, facendo emergere una partecipazione popolare anche di persone non inserite nel sistema dell'arte. Il paradigma della cooperazione diventa una delle chiavi di lettura del lavoro di molti artisti socialmente impegnati che si iniziavano a formare tra il 1974 e il 1975. Il processo artistico relazionale approda quasi sempre nello spazio pubblico, aprendo un problema definitorio ancora irrisolto tra chi considera pubblica un'opera semplicemente perché occupa uno spazio pubblico (monumento) e chi invece ritiene che lo sia solo se genera processi collettivi tra le persone (New Genre Public Art). Negli anni 90 si osserva un progressivo cambio di sensibilità per cui lo spazio pubblico diventa scenario di azioni artistiche radicate nel sociale, l'artista non depone più un oggetto nello spazio ma attiva processi dentro di esso - Socially Engaged Art - dove la partecipazione diventa il medium stesso dell'opera.
“Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”.
Matarasso, citando l'articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, afferma che tutti possono accedere all'arte e al suo processo. Questo non significa che tutti abbiano voglia di fare arte o che possano farlo con le stesse capacità, ma ci dice che l'arte orientata nel sociale non deve creare gerarchie.
Mi chiedo quale ruolo possa avere un’artista rispetto allo spopolamento e al crescente individualismo dei piccoli paesi delle aree interne. Il deterioramento del tessuto sociale ha indebolito il desiderio stesso di stare insieme e di immaginare un "noi". È proprio qui che l'arte partecipativa può giocare un ruolo importante: creare legami, relazioni e scambi intergenerazionali attraverso pratiche semplici di cooperazione. Con il progetto L'arte come riscatto sociale nei piccoli comuni, condotto a Pietraroja (BN), gli abitanti sono stati coinvolti attivamente nella ricerca teorica, nella documentazione e nella pratica artistica, sperimentando un laboratorio di ricamo nello spazio pubblico per realizzare un'installazione site-specific. Un gesto semplice come ricamare è diventato un modo per riabitare il paese e interrompere l'idea che quei luoghi siano solo luoghi di passaggio. In queste pratiche l'agentività dell'arte sta nel processo che genera, non solo nell'opera in sé. L'arte deve avere una tensione politica, non ideologica, ma come attivazione: una forma di micro-attivismo quotidiano. Diventa uno strumento per stare insieme, produce relazioni, sposta anche di poco lo sguardo su ciò che consideriamo marginale. Non risolve i problemi strutturali dello spopolamento, ma apre immaginari, crea connessioni e amicizie, restituisce momenti sereni e sensibili ai luoghi e a chi li abita. Oggi, tuttavia, si moltiplicano progetti calati nei piccoli comuni che adottano il linguaggio dell’arte e della partecipazione senza un reale radicamento nelle comunità — forme di artwashing che semplificano i problemi e li nascondono dietro un risultato estetico. Mi interrogo su cosa rimanga dopo la conclusione di un progetto, quale trasformazione sia stata attivata. La figura dell'artista resta necessaria se pratica con responsabilità: la ricerca artistica può essere una nuova lettura, può rappresentare un metodo capace di restituire delicatezza e attenzione ai territori, soprattutto a quelli marginalizzati, spesso trasformati in scenari turistici o in campi di sperimentazione politica. Se praticata con responsabilità, l’arte può generare spazi di ascolto e di relazione, invece di sovrapporsi ai luoghi con logiche estrattive.
Riferimenti bibliografici:
- Vettese, Angela. Si fa con tutto. Il linguaggio dell'arte contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2012.
- Crispolti, Enrico. Arti visive e partecipazione sociale, De Donato, Bari 1977, p.105.
- Pioselli, Alessandra. L’arte nello spazio pubblico urbano. L’esperienza italiana dal 1968 a oggi, Johan&Levi, Milano, 2015.
- Matarasso, François. A Restless Art: How Participation Won, and Why it Matters, Calouste Gulbenkian Foundation, London, 2019.
- Macalli, Irene. L’Arte come riscatto sociale nei piccoli comuni. Arte, luogo e comunità, Giacovelli editore, Locorotondo, 2025.
- Helguera, Pablo. Education for Socially Engaged Art: A Materials and Techniques Handbook, Jorge Pinto Books, New York, 2011.