Non chiamateli borghi. Sono paesi
di Rossano Pazzagli
Negli ultimi dieci anni è maturata una intensa riflessione sui paesi come parte della più generale questione delle aree interne: una moltitudine di associazioni ed esperienze, un flusso crescente di articoli, libri e convegni in cui si rischia di annegare, mentre la realtà continua imperterrita a provocare ferite, disuguaglianze e degrado, come un fiume che scende a valle incurante di tutto ciò che erode, travolge e stravolge. A un certo punto il dibattito si è focalizzato sulla dissonanza tra i termini “borgo” e “paese”: il primo come proiezione oggettivizzante, borghese e urbana in un mitizzato contesto rurale-turistico; il secondo come espressione soggettiva di comunità, popolare e inclusivo. C’è ormai una sostanziale convergenza, purtroppo non ancora acquisita nel linguaggio comune e in quello politico, sulla pregnanza del paese: il borgo è una parte, il paese è un tutto.
Un’utile sintesi dello stato dell’arte in tema di zone fragili e di linguaggi è contenuta nel Vocabolario delle aree interne, pubblicato da Radici e curato da Nicholas Tomeo. È importante, per i paesi, rimettere ordine alle parole, partire da esse per arrivare ai concetti e alle pratiche, ma soprattutto per essere comprensibili. Così facendo ci accorgiamo, ad esempio, che “interno” non significa “dentro”, ma anche dimenticato, marginalizzato, quasi invisibile; che “borgo” non vuol dire paese, né comunità, ma è solo un vezzo urbano per immaginare una comoda e informe alterità dei luoghi; che il turismo è diverso dalla turistificazione, e così via.
Una quindicina d’anni fa Franco Arminio introdusse il termine “paesologia”, spiegato come l’arte di osservare, incontrare e raccontare i piccoli paesi. Una parola che al di là delle intuizioni iniziali, quando sembrò a taluni quasi una nuova scienza, e della capacità di accendere l’attenzione sui paesi, non ha avuto seguito e si è sostanzialmente ridotta a un approccio poetico che sostanzialmente riprende la poesia ben più alta di Cesare Pavese e di Giorgio Caproni. Un altro autore, Gianluca Galotta, ha coniato invece la “paesofia”, intesa come ricerca di nessi tra il pensiero filosofico i paesi. Giochi di parole e gusto del neologismo, si potrebbe arguire. Ma la spinta ha avuto comunque un effetto nella produzione o riproduzione di quelle che possiamo chiamare le biografie di paese, una sorta di prosecuzione delle storie di comunità e della microstoria. Infine, un recentissimo libro di taglio antropologico ricorre al termine più pittorico di “paesismo”, utilizzato da Francesco Della Costa per rappresentare, descrivere, interpretare e immaginare le comunità locali. Lo stesso Tomeo ha recentemente utilizzato il termine “paesanza”, inteso come diritto al paese.
Il linguaggio dei paesi non deve nutrirsi di sole parole. Ci sono le pratiche, i gesti e perfino i silenzi che possono dire molto. Anche la letteratura e il cinema hanno dimostrato di poter sostenere efficacemente la causa delle aree interne, del difficile equilibrio tra partire, restare e tornare, tra difesa passiva e resistenza attiva. Occorre recuperare la lingua del paese per chiamarlo con il suo nome, contro il piccoloborghismo, superando finalmente l’abuso del termine borgo, un’etichetta ormai buona per tutto – dalla promozione turistica alle sagre, dagli eventi gastronomici a quelli artistici. Il borgo toglie dignità ai luoghi, riducendoli a punti, specchietti per il turismo mordi e fuggi.
I paesi non sono punti, ma nodi. Fanno parte di una rete che è il territorio, il quale ha una dimensione visibile costituita dal paesaggio. Come abbiamo detto più volte non sono borghi ma comunità, non contenitori vuoti ma spazi di vita, esseri viventi con un passato lungo e un futuro incerto.
Per guardare avanti bisogna tornare ad essere rete, nodi vitali attorno ai quali impostare strategie di difesa e di rinascita. Non sono i borghi, ma i paesi a definire l’identità dei territori e il valore del paesaggio: paesi fitti o radi, assolati o grigi, svettanti sulla cima dei colli, aggrappati alle pendici o disseminati nelle vallate. Anche nel linguaggio comune, dal Nord al Sud, quando si vuole indicare il luogo dove si nasce, dove si torna o dove si resta, si dice “paese”, non “borgo”: vado in paese, torno al paese, ecc. Il borgo riguarda soprattutto la dimensione urbanistica, definisce più il contenitore che il contenuto, mentre il termine ‘paese’ rimanda alla comunità, all’insieme di relazioni e funzioni che includono le persone, le loro attività, i loro sentimenti di appartenenza e di vicinato. Il borgo è solo una parte, una visione parziale e riduttiva della comunità. Anche storicamente, il borgo indicava soltanto una porzione del villaggio fortificato, oppure un aggregato di case sviluppatosi ai bordi del vecchio castello o subito fuori delle antiche mura.
Lo spopolamento e i problemi che oggi affliggono le aree rurali non possono essere risolti applicando lo stesso modello che le ha marginalizzate. E neppure dal solo turismo. Occorre ridare valore all’agricoltura, all’allevamento e all’artigianato con filiere corte, gestione collettiva dei beni comuni, microimprese cooperative, solidarietà al posto della competizione, in un quadro di politiche differenziate, a partire dalla fiscalità e dai servizi: scuola, sanità e trasporti in primis. È la via per sfuggire ai rischi dell’omologazione/colonizzazione culturale, dello snaturamento e dello spaesamento. Il paese è comunità, non è solo un borgo, né un buen retiro; deve essere luogo di attività e di incontro, di partecipazione e di conflitto: è innanzitutto spazio di vita.
Come ha dimostrato un recente convegno antropologico svoltosi a Castiglione del Lago, in Umbria, e frutto di un ampio progetto di ricerca sull’etnografia dei paesi coordinato da Daniele Parbuono, antropologo dell’Università di Perugia, Il linguaggio non è tutto, ma è importante per passare dallo spaesamento (perdita del paese, disorientamento) all’appaesamento inteso come nuova centralità del paese e una ritrovata capacità di orientarsi nella società in cui viviamo.
Nota bibliografica:
- F. Arminio, Vento forte tra Laucedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza, Roma-Bari 2012.
- F. Barbera, D. Cersosimo, A De Rossi (a cura di), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli, Roma, 2022.
- L. Bindi, Oltre il ‘piccoloborghismo’. Comunità patrimoniali e rigenerazione delle aree fragili, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 75, marzo 2021.
- F. Della Costa, Paesismo. Etnografia del rurale nella Marsica, CISU, Roma, 2025.
- G. Galotta, Paesofia. Filosofia e viaggi nei piccoli paesi, La scuola di Pitagora, Rende, 2021.
- R. Pazzagli, L. Di Lello, P. Reveglia (a cura di), Appaesati. Storie di ordinaria ruralità, Radici, Capistrello, 2025.
- N. Tomeo (a cura di), Vocabolario delle aree interne. 100 parole per l’uguaglianza dei territori, Radici, Capistrello, 2024.