Il peso delle parole
Linguaggio istituzionale, cittadini, democrazia
di Bendetta Celati
Oggi le parole sono importanti soprattutto per costruire una relazione corretta e trasparente tra cittadini e pubbliche amministrazioni. Prima ancora che dai contenuti degli atti, il rapporto tra Stato e società civile passa infatti dal linguaggio: quando il destinatario non comprende il messaggio che lo riguarda, non fallisce soltanto la comunicazione, ma si incrina anche il patto democratico che dovrebbe sostenerla.
A ventisei anni dalla legge 150 del 2000 – che ha distinto, in Italia, l’informazione, intesa come trasferimento verticale di contenuti, dalla comunicazione, concepita come relazione bidirezionale tra cittadino e amministrazione – la promessa di una PA “comunicante” resta in larga misura disattesa. È noto che, per molti cittadini, i siti istituzionali non rappresentano più il canale privilegiato di accesso alle informazioni pubbliche. I social media occupano ormai uno spazio sempre più pervasivo e, al tempo stesso, sempre meno governabile, ridefinendo tempi, forme e aspettative della comunicazione tra amministrazioni e comunità.
In questo contesto, la trasparenza posta al centro del d.lgs. 33 del 2013 non genera necessariamente l’esito sperato: rendere l’amministrazione davvero comprensibile, una “casa di vetro” accessibile non solo formalmente, ma anche sostanzialmente. Al contrario, l’ipertrofia normativa si traduce spesso in atti poco “accoglienti”, appesantiti da molteplici rinvii a commi e articoli – bis, tris, fino ai nonies – che finiscono per allontanare proprio quei cittadini ai quali dovrebbero rivolgersi. Del resto, le riforme nate per semplificare, stratificate negli anni in decreti, direttive e circolari interpretative, hanno prodotto, sovente, l’effetto opposto: una “semplificazione complicante” che, invece di razionalizzare, alimenta incertezza giuridica.
La scarsa chiarezza contribuisce ad ampliare la distanza tra cittadini e istituzioni, rendendola sempre più difficile da colmare e finendo per deresponsabilizzare queste ultime proprio là dove sarebbe invece necessario riaffermarne il dovere di comprensibilità. Un dovere che non riguarda soltanto la qualità della comunicazione pubblica, ma anche la fiducia nell’apparato amministrativo e, in ultima analisi, la sua stessa legittimazione democratica.
Non è, dunque, un problema soltanto formale. L’impoverimento del linguaggio determina inevitabilmente una diminuzione della democrazia. L’aridità delle parole non impoverisce solo il discorso: restringe lo spazio del confronto, della comprensione e della responsabilità pubblica. Ce lo diceva già Calvino quando, nel 1965, individuava nell’“antilingua” una forma di “terrore semantico”: la fuga da ogni vocabolo che abbia di per sé un significato. Una lingua che nasce da una distanza ostentata tra chi parla e le cose di cui parla, e che proprio per questo smarrisce «un vero rapporto con la vita».
Ma vi è anche un secondo fronte, speculare e non meno preoccupante: il degrado del linguaggio dei rappresentanti politici. Se il burocratese opera per eccesso, affondando le proprie radici nell’esuberanza di termini e tecnicismi, la parola pubblica di chi ci rappresenta sembra oggi operare per difetto: impoverimento lessicale, slogan, contraddizioni ostentate, attacchi personali. Si è così passati «da una lingua artificialmente alta a una lingua altrettanto artificialmente bassa», nella quale la volgarizzazione costituisce “una precisa strategia comunicativa”: non uno strumento di divulgazione, ma una forma di svilimento del discorso pubblico, piegato alla semplificazione eccessiva e alla rinuncia alla complessità (seconda, grave, forma di deresponsabilizzazione).
Ma i cittadini non sono platee da intrattenere, né utenti da gestire.
“Non siamo qui per intrattenervi” – titolo di un libro di Mark Fisher e formula ripresa nell’esperienza del Festival di letteratura working class al Presidio ex Gkn di Campi Bisenzio – può valere come monito anche per le istituzioni.
Comunicare non significa addomesticare il conflitto attraverso una semplificazione rassicurante, né ridurre la partecipazione a consumo ordinato di messaggi pubblici. Significa, al contrario, riconoscere i cittadini come parte viva di un corpo sociale: soggetti capaci di comprendere, prendere parola, dissentire, contribuire.
E allora sì: le parole sono importanti. Non perché bastino a cambiare la realtà, ma perché nessuna realtà comune può essere trasformata se prima non viene detta, compresa e condivisa.
Le parole pesano quando chi le pronuncia se ne assume la responsabilità; diventano democratiche quando chi le ascolta può davvero farle proprie.