Linguaggi del territorio
Le mappe di comunità come scrittura dell’oralità
di Sara Fabrizi
Negli ultimi anni, il mio lavoro da antropologa mi ha portata a partecipare alla realizzazione della mappa di comunità di due piccoli paesi dell’Alta Tuscia laziale.
A Farnese, l’ attività è stata portata avanti dall’Arci di Viterbo e dall’ Associazione Universitaria per la Cooperazione e lo Sviluppo (AUCS) mentre a Trevinano, la mappa è stata voluta da Te.Bo Aps, all’interno del progetto Trevinano Ri-wind.
Una mappa di comunità è uno strumento attraverso cui gli abitanti di un luogo rappresentano patrimoni materiali e immateriali, paesaggi, pratiche e memorie in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere. È una rappresentazione collettiva e soggettiva del territorio: un prodotto concreto ma aperto, attraverso cui una comunità prova a raccontarsi.
Le mappe di comunità possono assumere forme diverse — cartografiche, artistiche, su differenti supporti in base alle competenze e vocazioni di un territorio — ma condividono una caratteristica fondamentale: permettono a una comunità di auto-rappresentarsi, selezionando ciò che considera significativo e identitario.
Il processo prende forma attraverso interviste singole e incontri collettivi. Le persone raccontano luoghi, memorie, pratiche quotidiane, relazioni e trasformazioni del territorio. Questi materiali vengono poi organizzati e restituiti in forma grafica e narrativa. Il risultato è un prodotto inevitabilmente ibrido, nato dall’incontro tra oralità e scrittura.
Nel pensiero antropologico, il rapporto tra queste due dimensioni non si riduce a una semplice opposizione. L’oralità, come ha mostrato lo storico e teorico delle comunicazioni Walter J. Ong, vive nella relazione e nella presenza; la scrittura, come ha osservato l’antropologo Jack Goody, permette invece di fissare e ordinare il sapere, introducendo però inevitabilmente una selezione.
Ogni traduzione dell’esperienza in un altro linguaggio produce uno spostamento: alcune sfumature si perdono, altre emergono con maggiore forza. È in questo passaggio che prendono forma linguaggi ibridi, in cui esperienza e rappresentazione continuano a intrecciarsi.
In questa prospettiva, la questione non riguarda soltanto il rapporto tra oralità e scrittura, ma i linguaggi attraverso cui un territorio diventa raccontabile, rappresentabile e condivisibile.
Le mappe di comunità si collocano proprio in questo spazio intermedio. Non sono semplici strumenti cartografici, ma pratiche narrative attraverso cui una comunità rende visibili memorie, relazioni e valori spesso assenti dalle rappresentazioni ufficiali.
La mappa diventa così una superficie narrativa, in cui il territorio prende forma attraverso ciò che viene detto e ricordato. In questo senso, il territorio finisce per funzionare come un vero e proprio testo collettivo: fatto non solo di luoghi, ma di simboli, relazioni e modi di abitare il mondo.
Uno degli aspetti più interessanti emersi nelle esperienze di Farnese e Trevinano riguarda proprio il linguaggio condiviso attraverso cui il territorio viene percepito e raccontato. In entrambi i casi, il paesaggio non appare mai come semplice sfondo, ma come presenza attiva, quasi vivente. A Trevinano si “perde la vista” nelle colline e nei campi che raccontano dei rapporti tra uomo e natura, dell’addomesticamento agricolo dei terreni, che cambia da regione a regione; a Farnese la Selva del Lamone viene descritta come un “cuore pulsante”. Il paesaggio avvolge, modella, unisce. Non è qualcosa che si possiede: è qualcosa a cui si appartiene e di cui ci si nutre con tutti i sensi.
Nei racconti raccolti, la selva non appare soltanto come ambiente naturale, ma come uno spazio attraversato da memorie di lavoro, sopravvivenza e solidarietà. I briganti, i carbonai, i boscaioli e i pastori continuano a vivere nel linguaggio con cui il territorio viene raccontato.
Anche il ricordo del bombardiere B-24 precipitato durante la Seconda Guerra Mondiale nella Riserva e dell’aiuto offerto ai soldati superstiti continua a funzionare come memoria collettiva della solidarietà, capace di superare paura e violenza della guerra. La mappa di Farnese rivela spesso un linguaggio dell’accoglienza, probabilmente legato anche alla sua storia di terra di confine e di passaggio: carbonai casentinesi, pastori sardi, briganti, viandanti. L’identità locale non si definisce contro chi arriva da fuori, ma anche attraverso di lui.
A Trevinano emerge invece un’altra dimensione del territorio, costruita non solo attraverso ciò che si vede, ma anche attraverso ciò che si ascolta e si percepisce. Il suono dei campanacci, il martello del fabbro, l’odore del pane appena sfornato, o della cantina diventano elementi centrali del racconto.
Il territorio viene così definito tramite atmosfere sonore, ritmi quotidiani e forme di presenza condivisa. Anche le paure collettive — le streghe, il lupo mannaro, i racconti legati alla Paura (un’entità indefinita che aleggia nell’oscurità delle campagne) — mostrano come il paesaggio rurale fosse abitato simbolicamente attraverso la narrazione orale.
In entrambe le mappe emerge inoltre un forte linguaggio della reciprocità. Le relazioni economiche non appaiono fondate sul profitto, ma sul contraccambio, sulla fiducia e sulla presenza fisica. La scagnopra (il lavoro a scambio) tra i poderi di Trevinano, le fraschette e i mestieri “a porte aperte” di Farnese raccontano un’economia profondamente relazionale. La sarta che dai poderi torna a casa con la macchina da cucire in testa e una forma di cacio in mano o il giro di questua dei cacciatori che mostrano la volpe uccisa e ricevono in cambio uova come ricompensa. Il valore di un gesto coincide con la relazione che riesce a generare.
Anche il lavoro assume una dimensione diversa da quella puramente produttiva. La trebbiatura si trasforma in festa quando la sirena suona i 100 quintali di grano e arrivano per festeggiare i ciambelloni ed il vermouth fatti in casa o si condividono i pasti; la spezzatura del maiale diventa momento conviviale; la bottega del calzolaio si apre sulla strada e diventa spazio di incontro. Il confine tra lavoro e socialità resta continuamente sfumato.
Allo stesso tempo, le persone ricordate nelle mappe raramente coincidono con un solo mestiere. Il barbiere è anche contadino, falegname è pure benzinaio. Questa moltiplicazione dei ruoli non viene percepita come precarietà, ma come competenza diffusa, capacità di rispondere ai bisogni della comunità.
Osservate insieme, queste esperienze mostrano anche un’altra caratteristica importante: la comunità non coincide mai soltanto con il centro abitato. A Trevinano i quaranta poderi disseminati nel territorio costruiscono una rete di relazioni diffuse; a Farnese la comunità si estende nel centro storico, nella selva, lungo i sentieri, nelle campagne. È un linguaggio del movimento e dell’attraversamento: i matrimoni itineranti, i percorsi nei boschi, le transumanze, le camminate collettive mostrano come l’identità si costruisca anche nel continuo attraversare il territorio.
Osservate insieme, queste esperienze mostrano come rappresentare un territorio significhi sempre scegliere. Non tutto viene incluso, e non tutto assume lo stesso peso. Ma questa selezione non è un limite: è ciò che permette alla mappa di diventare racconto.
A Farnese, la Selva del Lamone diventa il centro narrativo attorno a cui si organizzano memorie e identità; a Trevinano, il paesaggio vissuto — fatto di suoni, gesti e relazioni — prevale su quello puramente visivo. In entrambi i casi emerge non una gerarchia dello spazio, ma una gerarchia di senso.
È qui che il linguaggio delle mappe di comunità mostra la sua specificità. La proporzione non è solo metrica, ma legata al valore che un luogo assume per chi lo racconta. La mappa segue così una logica affettiva prima che geometrica: ciò che conta davvero per la comunità diventa visivamente centrale.
La mappa si configura quindi come una forma di scrittura iconografica dell’oralità: non riproduce fedelmente ciò che è stato detto, ma ne conserva relazioni, memorie e significati.
E proprio per questo non chiude il racconto, ma lo lascia aperto. In entrambe le esperienze emerge una sorta di nostalgia attiva: non il rimpianto immobilizzante di un passato perduto, ma il tentativo di recuperare saperi, pratiche e relazioni per renderli ancora trasmissibili.
Anche il silenzio assume un significato preciso. Lo spopolamento non viene raccontato attraverso dati o statistiche, ma attraverso la scomparsa di suoni, odori e presenze: il martello del fabbro, il pane nei forni, le voci nei vicoli, i campanacci. Dove il rumore indicava vita collettiva, il silenzio diventa segno di una frattura.
Scrivere una mappa, allora, non è solo un esercizio di rappresentazione. È un atto linguistico: un modo attraverso cui una comunità costruisce il proprio vocabolario del territorio, la sua grammatica del cuore e la sintassi delle relazioni attraverso cui può essere raccontato.
È in questo continuo processo di traduzione tra esperienza, memoria e rappresentazione che le mappe di comunità rivelano il loro significato più profondo: non conservare semplicemente un territorio, ma mantenerlo parlante.