Il paesaggio come linguaggio

di Erminia Irace

Nel 1998 l’architetta statunitense Anne Whiston Spirn pubblicò The Language of Landscape, un libro destinato a diventare un punto di riferimento nel dibattito internazionale sul paesaggio. Rielaborando un’idea le cui origini rimontavano assai indietro nei secoli (era stato Galileo a parlare della natura come di un libro che poteva essere oggetto di interpretazione), Whiston Spirn affermò che il paesaggio costituiva una forma di linguaggio. Questo significava, innanzitutto, che esso andava analizzato come fosse un discorso, vale a dire una struttura unitaria articolata in una molteplicità di elementi costitutivi e fondata su precise regole preposte alla sua formazione e al conseguente funzionamento. Il ricorso alla metafora del linguaggio serviva a sottolineare che tutti coloro i quali si occupavano in maniera professionale di paesaggio, a partire dagli architetti paesaggisti, non dovevano considerare quest’ultimo alla stregua di un semplice scenario in cui intervenire a proprio piacimento. Il paesaggio, infatti, rappresentava la memoria del territorio; non era ammissibile l’idea di poter scrivere sul libro della natura come se esso fosse composto soltanto da pagine bianche. 

Assimilare il paesaggio al linguaggio significa avere ferma la convinzione che, accanto alle componenti naturali e antropiche, ogni tipologia di paesaggio è caratterizzata da strutture, segni e codici che hanno scandito nel corso del tempo le relazioni tra i contesti ambientali e le società che li hanno modellati e vissuti. In sostanza, il paesaggio rappresenta un dispositivo comunicativo complesso e stratificato, risultato di processi storici, culturali e simbolici che ne hanno determinato la forma e il significato.

Tra i vari esempi che si possono menzionare, tale chiave di lettura risulta particolarmente feconda in riferimento all’Italia nei secoli di età moderna, epoca in cui la costruzione del territorio fu scandita da profonde trasformazioni economiche, politiche e culturali. Si pensi alle campagne, le quali, organizzate secondo sistemi agrari specifici, rappresentano casi di studio emblematici di questa “mise en texte” territoriale. La diffusione della mezzadria nell’Italia centrale, per citare una delle tipologie più note e studiate del paesaggio agrario, si tradusse in una maglia fitta di poderi, case coloniche e coltivi promiscui, che esplicitavano un preciso assetto socio-economico imperniato sulla relazione asimmetrica di potere tra proprietari e contadini.

Se lo consideriamo un linguaggio, il paesaggio non appare una struttura rigida e immutabile. Al contrario, balza in primo piano il fatto che la grammatica che ne sostanzia le forme è soggetta a una continua evoluzione nel corso del tempo. Nell’Italia tra Rinascimento e Ottocento, questa grammatica fu profondamente influenzata dall’evoluzione conosciuta dai poteri politici e dalle trasformazioni culturali. Le ville venete progettate da Andrea Palladio costituiscono un esempio significativo. Queste dimore non erano semplici residenze di campagna, ma formavano veri e propri dispositivi spaziali, che organizzavano il territorio circostante secondo principi di ordine, simmetria e razionalità, riflettendo l’ideologia classicistica e la rilevanza sociale che la terra rivestiva per le classi dirigenti della Repubblica di Venezia. Le relazioni esistenti tra gli edifici della villa, i campi coltivati e le infrastrutture idrauliche sono interpretabili come altrettante parti di un discorso coerente, in cui architettura e paesaggio si integravano in un sistema semantico. Si trattava di un sistema profondamente unitario, come comprese il geografo Denis Cosgrove, che nel 1993 coniò la definizione di «Palladian landscape».
 
La tematica del paesaggio come linguaggio si presta altresì ad essere utilizzata in riferimento ai contesti urbani. Tra il Settecento illuminista e riformatore e il periodo postunitario, le città italiane conobbero una molteplicità di trasformazioni architettoniche e urbanistiche, che rappresentarono il riflesso dei profondi mutamenti che riguardarono le dinamiche sociali e le forme di governo, nonché le concezioni dello spazio pubblico. Attraverso gli interventi di risanamento e di riorganizzazione urbana vennero esplicitate nella sfera pubblica nuove idee di ordine, igiene e controllo sociale, rendendo percepibili i processi di modernizzazione nel tessuto cittadino.
 
In definitiva, interpretare il paesaggio come linguaggio consente di coglierne la profondità semantica e la stratificazione storica. Lo scenario ambientale ha così modo di risaltare in qualità di sistema di comunicazione, attraverso cui le società hanno costruito e trasmesso significati. Analizzare il paesaggio utilizzando questa impostazione significa, insomma, riconoscerne la rilevanza culturale e simbolica, oltre che materiale. E questa consapevolezza svolge un ruolo fondamentale non soltanto ai fini della sua comprensione, ma anche in tutte le attività che, in differenti modi e forme, si propongono di tutelare e valorizzare il «libro della natura».