Andiamo a vivere in provincia
di Francesco Paolo Tanzj
Il fatto è che, da quando scrissi il mio saggio romanzato Elogio della Provincia, questa attitudine (o desiderio) di scappar via dalla città per andarsene a vivere nei luoghi a misura d’uomo sparsi tra le varie provincie del Bel Paese sta accomunando sempre più persone che vogliono (e molti lo stanno già facendo) in questo modo dare un senso alternativo alla propria vita trasferendosi in pacifiche e accoglienti località delle aree interne dove è più facile vivere curando anche le proprie passioni ben lontani dal traffico e dalla confusione dalla vita cittadina. Perché, come dice Plinio Perilli “Forse davvero la provincia è rimasta - o è diventata – oggigiorno l’unica isola sana e vivibile per i più seri e non stravolti, non inquinati o approssimati progetti di vita e di futuro. Un’oasi del pensiero, degli affetti, perfino del piacere”.
E come fare a non essere d’accordo, proprio oggi che vediamo sempre più spesso persone di ogni tipo che decidono fattivamente di prendere casa nei paesini più sperduti dove poter vivere serenamente dando spazio ai propri interessi senza alcuna forma di angosce e nevrosi. Fermandosi a guardare fuori dalla finestra il panorama mozzafiato o scendendo nell’orto sottocasa a coltivare serenamente pomodori o fresche insalatine che prima sarebbe stato impossibile gustare come prodotti genuinamente naturali.
Ma riflettendo ci accorgiamo anche – al di là del tempo e dello spazio – che nei millenni questo desiderio di pace si è avverato più volte perché, a ben pensarci, come diceva il fisico Emilio Del Giudice, non si tratta nient’altro che del “concetto di risonanza nella meccanica quantistica”, dove tutto si ripete nel continuum spazio-temporale in cui siamo tutti immersi. Pensiamo allora a Marziale che, stanco del caos della Roma imperiale, si trasferì nella sua amata Biblis dove era più facile scrivere e pensare. Con Giovenale o Tibullo fino a giungere a Jean Jacques Rousseau che nel 1762 così scriveva: “Le città sono l’abisso della specie umana, in capo ad alcune generazioni le razze periscono o degenerano; bisogna rinnovarle, ed è sempre la campagna che contribuisce a tale rinnovamento”.
E oggi che succede? In un mondo sempre più sconvolto da autocratismi, guerre insensate e follie di ogni tipo c’è forse bisogno di ritemprare mente e corpo attraverso una nuova visione consapevole del rapporto uomo-natura per allontanarci da forme di neocapitalismo fine a se stesso e quindi assumerci finalmente il compito di migliorare noi stessi e ciò che ci circonda.
Ecco allora che - nella mia esperienza personale di “immigrato” dalla grande città in una cittadina di provincia – vediamo sempre più spesso giovani o anziani, intellettuali o persone semplici acquistare case in paese o nelle campagne circostanti per andarci a vivere, sia per coltivare la terra che per avere maggior tempo a disposizione per curare in pace i propri interessi creativi e culturali. Perché c’è una bella differenza tra lo stare in silenzio nella propria casetta a scrivere il proprio ultimo romanzo o lavorare in smart working (forse l’unica cosa positiva ereditata dai tempi del Covid) per la propria azienda o dedicarsi alla propria campagna ecosostenibile dopo averne fatto un mestiere e chi invece perde ore e ore della propria giornata immerso nel traffico della tangenziale o nel caos delle metropolitane affollate fino all’inverosimile!
Ed era lo stesso nella Roma Caput mundi di duemila anni fa quando Marco Valerio Marziale scriveva “A me sta bene un focolare, un tetto che non protesta per il fumo nero, una sorgente viva e un prato incolto” … Perché “la terra io amo. Dove il poco che c’è già mi fa ricco”.
E, molto più vicino a noi, scriveva Cesare Pavese ne La luna e i falò: “Un paese ci vuole… vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Ma parliamo ora di noi che siamo adesso qui in provincia – qualunque essa sia – a guardarci intorno per capire se la scelta è stata giusta, confrontando la nostra esperienza con quella di chi ci vive da sempre e chi invece ci si è trasferito da poco.
E così nel “Molise che non esiste” e tra i tanti paesi sparsi nelle sue terre, compresa la cosiddetta “Atene del Sannio” sono arrivate persone da Napoli, Bologna, Fano, Roma, Bari, da Amsterdam e da Londra e persino dall’America e dalla Corea del Sud per inserirsi in nuovi pacati contesti fatti di serenità e comunicazione integrata e umanamente fattibile.
E quando ci parli, sono tutti entusiasti della loro scelta e ti sorridono quando li incontri per le stradine del centro storico e ti invitano a prendere un caffè nel bar più vicino per raccontarti della loro esperienza e ringraziarti per averli accolti in questa nuova realtà.
Tutto bene allora, perché tanti paesini spopolati negli anni dal fenomeno dell’emigrazione si vanno rivitalizzando pian piano ridando ai propri abitanti speranza per il futuro.
Il problema semmai è il lavoro che non c’è, ma a tutto si può rimediare se c’è la volontà di armarsi e combattere, superando il pessimismo tipico dei paesi delle aree interne, a volte – ahimè spesso – mancante di fiducia in una plausibile ri-nascita. Come scrive nel suo libro Un paese di paesi Rossano Pazzagli, creatore appassionato della Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messer Marino (Ch), “Dove si nasce è per caso, dove si vive è per scelta o per necessità”. Ma ricordandoci anche che per stare bene “Si vive soprattutto di salute, di alimentazione sana di aria buona, di cultura, di ritmi più umani, di relazioni sociali, di spazio e di natura, di libertà”.
E torniamo allora un po’ indietro di tempo, quando negli anni ‘70 i giovani di tutto il mondo cominciavano a dar vita alle cosiddette comuni, dove politica, ambiente e cultura si univano insieme in un visionario tentativo di provare a mettere le basi per realizzare un mondo migliore dove la propria felicità potesse coincidere con quella degli altri.
Era solo una banale utopia? Forse, ma come aveva scritto Oscar Wilde: “Una mappa del mondo che non comprende il paese dell’utopia è indegna finanche di uno sguardo…. Il progresso non è altro che l’avverarsi delle utopie”.
Ecco allora che il fenomeno del passaggio dalle metropoli alle realtà delle aree interne assume al giorno d’oggi caratteristiche sempre più evidenti, fondate su esperienze condivise e su di una sempre maggiore volontà di emulazione di chi ha fatto questa scelta e ne è appagato sotto tutti i punti di vista in modo tale da convincere gli altri a fare la stessa cosa.
Andiamo allora a vivere in provincia. Ve lo assicuro, non ce ne pentiremo!