Architettura e territorio - Il villaggio Diaccioni, un esempio virtuoso di architettura sociale
di Patrizia Becherini
La tecnica non deve mai essere fine a se stessa,
ma deve servire a risolvere i problemi reali della vita.
(Adalberto Libera)
La condivisione di valori e il senso dell'identità collettiva, di appartenenza e radicamento; le forme di abitare la casa, il quartiere, la città, sono alcuni dei temi centrali del dibattito architettonico contemporaneo, che si ritrovano nell'esperienza del Villaggio Diaccioni a Piombino, esempio particolarissimo e significativo di architettura sociale.
Risale a un primo progetto di Adalberto Libera, uno degli architetti che hanno contribuito alla storia dell'architettura nel secolo scorso; il plastico è esposto al Centro Pompidou di Parigi, proprio perché si trattava di una progettazione all'avanguardia, non solo dal punto di vista tecnico per i nuovi sistemi di pre-fabbricazione industrializzata, ma anche dal punto di vista della concezione dell'abitazione e dell'uso degli spazi verdi e collettivi finalizzati a uno stile di vita 'a misura d'uomo'. La richiesta veniva dalle Acciaierie di Piombino e dalla CECA (Comunità Europea Carbone e Acciaio), che perseguiva la realizzazione di migliori condizioni di vita e di lavoro per gli operai delle industrie. Il villaggio, infatti, è uno dei cinque esperimenti urbanistici realizzati in Europa con il contributo della CECA; gli altri si trovano in Germania (Salzgitter) in Belgio (Genk), in Francia (Le Crusot-Torcy) e nei Paesi Bassi (Heemskerk).
Libera visitò nel 1959 la zona destinata al villaggio e fu subito colpito dalla particolare morfologia del paesaggio, dalla bellezza dell'ambiente e del suo legame con il mare; la sua progettazione planimetrica si basava sulla posizione, sulle caratteristiche del territorio, sui colori del paesaggio e sull'atmosfera complessiva dell'ambiente. Proprio dalla lettura del paesaggio di Salivoli è scaturita la composizione del villaggio, poi realizzato da un gruppo di progettisti formato da Federico Gorio, Marcello Grisotti, Enrico Mandolesi, Achille Petrignani, che ripresero le idee di Libera relative all' 'unità di quartiere' e 'di abitazione': ossia concepivano i condomini come 'città ideali' sulla base dell'idea della centralità dell'uomo, condomini che dovevano essere ben diversi da quelli presenti nelle periferie delle grandi città, impersonali e spesso squallidi.
In Italia i Diaccioni costituiscono un caso unico, esemplare, apprezzato ancora oggi a livello internazionale per le soluzioni offerte nel campo dell'edilizia residenziale popolare in termini di qualità di vita urbana, di attenzione alle esigenze degli abitanti e di integrazione con l'ambiente.
La struttura del villaggio e degli appartamenti era concepita per permettere una buona qualità di vita agli abitanti, lavoratori di un'industria a ciclo continuo. Alcuni esempi: la separazione tra zona giorno e zona notte, per permettere il riposo di chi aveva lavorato nel turno di notte e, contemporanemente, la normale vita familiare. E poi gli ampi spazi pensati per i bambini; se si vuole giudicare il livello di civiltà di un popolo uno degli indicatori più rivelativi è senza dubbio guardare come vengono trattati i bambini: ai Diaccioni tra i vari gruppi di palazzi (12 torri, 5 strutture lineari, 40 villette) ci sono giochini, piste di pattinaggio e un campino di pallacanestro; per anni c'è stata anche una palestra molto grande, utilizzata addirittura per gare nazionali indoor di atletica leggera.
Gli abitanti del villaggio hanno occupato contemporaneamente le abitazioni, agli inizi degli anni Settanta, e questo ha creato una situazione sociale veramente particolare: le famiglie si conoscevano pressoché tutte, grazie a una comune esperienza (i capifamiglia lavoravano tutti alle Acciaierie e dalmine) e alla dimensione volutamente 'paesana' del quartiere; esisteva una sorta di vivere comune, era un mondo molto diverso rispetto a quello attuale. L'architettura ha avuto certamente un ruolo fondamentale nel contribuire a migliorare la qualità di vita nel rispetto delle persone e dell'ambiente, favorendo un senso di comunità che perdura ancora oggi, dato che dagli abitanti del Quartiere, dopo quaranta anni, è nata un'Associazione (Quelli che ... ai Diaccioni) che continua a mantenere, attraverso iniziative sociali e culturali, un forte senso di identità e di valori comuni, testimoniati anche da un libro dedicato alla storia del villaggio: Villagio Diaccioni Piombino - Fisionomia e memorie di un quartiere modello (Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 2013), che fa rivivere, attraverso una documentazione fotografica e molte testimonianze, sia le atmosfere circoscritte a quel vissuto, ma anche quelle proprie, in generale, degli anni Settanta, "epoca contraddittoria, di grandi difficoltà, ancora intrisa di passioni civili e politiche", che hanno reso possibile l'attuazione di progetti animati da profondo impegno e spirito di partecipazione collettiva.
Oggi, nonostante alcuni luoghi continuino a essere di riferimento per l'intero quartiere, il villaggio appare profondamente cambiato sia in termini fisici che per il modo di vivere dei suoi abitanti; alcune soluzioni costruttive, innovative negli anni Settanta, sono inevitabilmente sorpassate, ma alcuni aspetti pregevoli, come l'inserimento armonioso nella natura circostante, gli spazi comuni, la condivisione, continuano a essere un esempio virtuoso di architettura sociale.