Tempi sospesi

di Enrico Mariani

Avevo già sperimentato il tempo sospeso, ovvero ne avevo fatto esperienza, prima di capire davvero che cosa fosse. Quindi non avevo compreso quell’esperienza: per avendola vissuta, non era diventata un vissuto. Come poi è stato invece quando ho cominciato a fare ricerca ed elaborare l’esperienza etnografica dell’abitare nel post-terremoto dell’Appennino centrale. In particolare, nella zona di Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera, epicentro delle scosse di ottobre 2016, teatro di una disgregazione sociale e territoriale senza precedenti. La ricerca etnografica è un periodo, più o meno prolungato, trascorso nel contesto studiato, a diretto contatto con le persone che fanno esperienza degli stessi fenomeni che la ricerca si propone di descrivere e comprendere. Nel mio caso, per parlare di abitare nel post-terremoto ho ritenuto di estendere l’etnografia fino a farla coincidere con la temporalità di un abitare stanziale in Alto Nera. Abitare un anno ad Ussita ha generato la possibilità di comprendere che cosa significa abitare in un’area interna – dunque un territorio già in crisi, marginale e spopolato – dopo il terremoto. Traslocare ad Ussita mi ha permesso di istituire una temporalità autonoma e prolungata, di sintonizzarmi con il quotidiano, di guadagnare tempo: giornate piene, in cui succedono un sacco di cose, ma anche di giornate vuote, di noia, di tempi morti. Un tempo denso, in cui si sperimenta: trovare e perdere abitudini, osservare e praticare una certa presa di confidenza, stringere amicizie e alleanze, passare un martedì qualunque dalle parti dell’Alto Nera. Dunque, non si trattava di diventare come gli abitanti, di fare quella stessa esperienza tentando di aderire ad un ipotetico, quanto illusorio, piano di autenticità del loro vissuto. Piuttosto, invece, di predisporre un periodo di tempo adeguato a costruire una comprensione situata sull’abitare nel post-terremoto. Situata nel senso di basata su un processo di sintonia solida e duratura con il contesto e le persone che ci vivono, che permette di comprendere e aggiustare, progressivamente, la prospettiva.

Quando poi l’ho fatto, mi sono davvero trasferito ad Ussita, ho capito che ci avrei messo del tempo a sentirmi meno un pesce fuor d’acqua. Sì, avevo una ricerca come guida: giornate piene di incontri, investito di impressioni, suggestioni e intuizioni, sì adrenalina per quella scoperta o per quella intervista intensa e rivelatrice. Ma poi camminando da Pratolungo fino alla piazza realizzavo quanto fossi spaesato per tutte altre ragioni di quelle degli spaesati del post-terremoto, insieme a cui stavo facendo quella esperienza. Ovvero pur insieme, eravamo spaesati per ragioni diverse, pur attraverso gli stessi contesti facevamo esperienza di forme diverse di sospensione. La loro esperienza era già divenuta una categoria, un modo attraverso cui anche nel dibattito pubblico si fornivano fotografie della situazione: il tempo sospeso. Questa condizione liminare, in cui l’emergenza non viene superata e anzi diviene sempre più qualcosa di evidentemente cronico e stratificato, esemplificato da alcune tracce spaziali che ne diventano al contempo indice ed emblema: su tutte, le messe in sicurezza degli edifici, le zone rosse chiuse al transito, le stesse SAE. Vincolati ad un territorio prima disastrato e poi progressivamente riconfigurato nelle sue parti più sensibili – compresi quei punti di riferimento che costituiscono il fulcro delle identità territoriali – fino a diventare estraneo e richiedere uno sforzo perché possa essere riconosciuto come proprio, i terremotati sperimentano un vissuto sospeso: non più ciò che era, ma ancora lontanissimo dal divenire ciò che sarà.

Camminando per Ussita e cercando le diverse prospettive su Monte Bove, cominciavo a capire quanto questa lettura del tempo sospeso fosse riduttiva, se applicata estesamente per descrivere l’esperienza del post-terremoto. Tutti gli sforzi quotidiani per orientarmi ad Ussita, prendere le misure e aggiustare i ritmi, parlavano di un processo di adattamento ad un nuovo ambiente, che gli abitanti dell’Alto Nera avevano dovuto già affrontare, cominciando ad abitare nelle SAE. E con uno sguardo quotidiano su questo processo di adattamento, non si può non vedere che quella esperienza è tutto fuorché solo sospesa. Le pratiche quotidiane di adattamento esprimono infatti progetti di senso non solo contingenti, ma anche di memoria e prefigurazione. Tramite il racconto di un oggetto, ad esempio, è possibile che si possano tracciare dei percorsi che dal prima attraversano il durante, per arrivare al dopo terremoto, riscrivendo ogni partizione ordinaria tra passato, presente e futuro. L’intensità affettiva ed emotiva di questi processi sovraccarica l’abitare quotidiano di molteplici temporalità, con delle accelerazioni ma anche degli arresti, delle immobilità e delle stasi; repentine prefigurazioni ma anche asincronie, compressioni e distensioni.

Fare etnografia dell’abitare ha avuto per me questo significato, trovarmi a stretto contatto i racconti e le esperienze dirette di queste molteplici temporalità. E tentare di mediare e trascriverle a partire da una condizione personale liminale che ci accomuna, al di là delle complesse dinamiche del disastro dell’Appennino centrale. Quando attraversiamo fasi di stallo e indecisione dovute a situazioni di frammentazione, recisione e precarizzazione che non dipendono solo dalle scelte che possiamo prendere, e che sospendono la stessa possibilità di quelle scelte, rendendo angosciante e ricorsiva la valutazione di giusto, sbagliato, opportuno e sconveniente. Se fare etnografia significa mediare tra il vissuto e la sua comprensione analitica, facendo esperienza, allora più che di tempo sospeso potremmo parlare di corpo a corpo con la temporalità: in alcuni casi assenza e privazione, ma anche compresenza di tanti, a volte anche troppi, futuri possibili.


Mariani E. (2025), Abitare sospeso. Etnografia dell’abitare nel post-terremoto del 2016-17 in Appennino centrale, Torino, Rosenberg & Sellier.