Quando l’acqua riconquista la terra: la drammatica realtà delle inondazioni sul lago Tanganika
di Angelo Ferrara (circolo Costa etrusca di Legambiente)
Il Lago Tanganika, il secondo lago più grande del pianeta per estensione e volume, si estende per ben 673 km con una profondità massima di 1.470 metri nella sua fossa più profonda. Fino al 2020, questo enorme bacino idrico era in arretramento: le sue acque si ritiravano lentamente, lasciando scoperte ampie fasce di terreno lungo le sue rive. A Bujumbura, la capitale del Burundi che sorge sul bordo nord-orientale del lago, si raccontava di un piccolo proprietario terriero che, ogni volta che il lago lasciava libero un pezzo di terra, vi piantava un albero orgogliosamente esclamando: “Anche questo terreno è mio!”.
Tuttavia, dal 2021 la situazione è drasticamente cambiata: il livello del Lago Tanganika ha cominciato ad aumentare a causa delle piogge torrenziali che si abbattevano sul suo vasto bacino idrografico. Nessuno aveva previsto che il lago avrebbe riconquistato i terreni abbandonati, soprattutto nell’area settentrionale, dove una pianura alluvionale con pendenza molto bassa ha consentito un rapido avanzamento delle acque, sommergendo centinaia di metri di terra.
Questa fascia costiera era diventata negli ultimi vent’anni quella di Gatumba, una città in crescita che da piccolo villaggio è diventata un centro abitato con migliaia di residenti. Oggi gran parte di Gatumba è quasi inagibile, sommersa o minacciata dall’avanzata delle acque. Non solo Gatumba, ma tutta la fascia lungo la strada che costeggia il lago è stata interessata da questa trasformazione: quello che una volta erano siti di svago in riva al lago è diventato un susseguirsi di abitazioni e attività commerciali, molte delle quali ora rischiano di scomparire sotto la forza delle inondazioni.
Si parla di un fenomeno ciclico che si ripete ogni 50-60 anni, ma sorge la domanda: se ciò fosse vero, come mai né le amministrazioni pubbliche, né le università o gli organi di governo avevano previsto questo rischio? Sono state realizzate infrastrutture come strade, scuole e ospedali senza considerare la ciclicità del livello lacustre, esponendo migliaia di persone al pericolo.
La realtà è che il Lago Tanganika riceve molta più acqua di quanta ne riesca a disperdere. Questa enorme quantità d’acqua in eccesso potrebbe essere legata al cambiamento climatico, che negli ultimi anni ha assunto una traiettoria esponenziale. Alcuni studiosi ipotizzano che fenomeni noti come i “fiumi volanti” — correnti di umidità atmosferica trasportate dalle masse d’aria, teorizzati dal meteorologo brasiliano Salati nel 1979 — possano alimentare la massa di piogge che cade sul bacino del lago. Altri indicano la maggiore evaporazione dall’Oceano Indiano come possibile causa, o forse l’insieme di entrambi i fattori.
Per quanto riguarda l’apporto di sedimenti derivati dall’erosione dei terreni agricoli circostanti, è improbabile che questo fenomeno contribuisca all’innalzamento del livello dell’acqua. Al massimo, un aumento di sedimenti ridurrebbe il volume del lago, non lo farebbe crescere.
Spetta ora agli scienziati e ai ricercatori investigare e chiarire le cause di questi cambiamenti, mentre intanto a fare le spese di questa crisi climatica sono decine di migliaia di persone rimaste senza casa e lavoro in uno dei paesi più poveri del mondo. La popolazione rivierasca della Repubblica Democratica del Congo, un paese ricco di risorse naturali ma da decenni dilaniato da conflitti, soffre analogamente. Anche lì, nonostante le ricchezze presenti nel sottosuolo, la maggioranza vive in condizioni di povertà, e il Lago Tanganika, con le sue inondazioni, non risparmia neanche queste comunità, mostrando quanto il cambiamento climatico stia colpendo in modo sproporzionato i più vulnerabili.
A Bujumbura e nelle città costiere, il governo burundese ha già iniziato ad alzare i muri di protezione e a lanciare progetti di infrastrutture per limitare i danni, ma esperti e attivisti chiedono una più ampia azione climatica regionale e internazionale, anche alla luce dei principi di giustizia climatica, che riconoscono come i paesi meno responsabili delle emissioni siano spesso i più colpiti dalla crisi globale.