Le spiagge italiane e i loro pericoli

di Dario Giorgio Pezzini 

Si può leggere una spiaggia in molti modi. Le forme assunte da questo ambiente così particolare possono essere valutate diversamente dal geologo che è interessato alla sabbia o da chi che, come me, non è tanto la sabbia che lo interessa quanto la gente che ci cammina sopra.  Da sempre – sono nato in uno stabilimento balneare a Viareggio (1952) – mi occupo di sicurezza delle spiagge. Ultimo di 6 figli, ho fatto il bagnino, il capo spiaggia, il gestore e il direttore di stabilimenti balneari. Presidente di una cooperativa di bagnini, ho gestito il servizio di salvataggio su una ventina di spiagge e, alla direzione della Società Nazionale di Salvamento (Genova) - un’associazione che forma i futuri bagnini di salvataggio – ho preparato i piani collettivi di salvamento per molti comuni del sud.  Potrei dire, come potrebbe dire il mio amico Enzo Pranzini, che contribuisce anche lui con un articolo a questo numero di NautilusRivista, che conosco gran parte dei litorali italiani, anche se in una prospettiva molto diversa dalla sua. In una vita in parte parallela, ho insegnato scienza della politica a Pisa e oggi, in pensione, mi occupo soprattutto di epidemiologia degli annegamenti.

In Italia annegano ogni anno poco meno di 400 persone (quasi la metà delle quali sulle spiagge in estate, 2-3 al giorno nei periodi di grande affluenza,), un numero che, dopo quelli del Covid-19, può far sorridere, se non fosse che non sono numeri ma morti, per la gran parte evitabili. In questo articolo cercherò di descrivere brevemente i pericoli delle spiagge italiane, che sono poi del resto le cause per cui le persone annegano. Qualcuno potrebbe pensare che questo argomento sia un po’ truce o incuta timore, ma potrebbe rivelarsi istruttivo per non correre qualche rischio altrimenti evitabile.  Molto spesso chi corre un rischio si espone a un pericolo ignorandolo o sottovalutandolo.

La spiaggia, nella parte emergente vicino alla riva, è un ambiente particolare, molto diverso dal mare aperto. Le onde che raggiungono l’acqua bassa, avvicinandosi alla battigia, si trasformano creando grossi pericoli per la balneazione. Il pericolo più grande sono le correnti di ritorno, che causano in Italia una cinquantina di vittime ogni estate, tra un terzo e un quarto delle vittime totali delle spiagge.

Le correnti di ritorno sono correnti provocate dal moto ondoso che scorrono verso il mare aperto da zone prossime alla battigia. Sono note in tutto il mondo col nome di rip current (un termine inglese da tenere a mente). Sono il pericolo numero uno per la balneazione, vere e proprie macchine di annegamento per l’efficacia meccanica con la quale attirano i bagnanti, li sfiancano e li annegano.  Nel disegno le frecce indicano il meccanismo circolatorio che può, prima, attirare un bagnante verso una buca per poi trascinarlo via verso il largo. 

L’acqua accumulata a riva da frangenti traslatori – capaci di trasportare acqua nella direzione in cui si propagano - torna indietro incanalandosi e concentrandosi in un unico flusso, largo non più di qualche decina di metri, capace di trascinare via con grande forza tutto ciò che galleggia, anche ottimi nuotatori. Le correnti di ritorno hanno infatti un grande vantaggio sugli esseri umani: non si stancano. Una corrente di ritorno può raggiungere i 9 Km orari (durante una forte mareggiata), ma è sufficiente una velocità di 2 - 3 Km per mettere in difficoltà anche un buon nuotatore. 

La foto qui sopra mostra la presenza di una “buca” evidenziata dalla interruzione dei frangenti: l’acqua più profonda non fa frangere le onde. Sulle spiagge sabbiose, infatti una corrente di ritorno è in grado di scavare un profondo solco nel fondale, il canale di erosione (“la buca”, nei termini gergali dei bagnini del mar Tirreno dove le “buche” hanno spesso un carattere infestante). Questo, però, è un secondo pericolo delle spiagge: l’irregolarità di un fondale che, alternando zone di acqua bassa e zone di acqua improvvisamente profonda nella zona prossima alla battigia, può irretire – a mare calmo - il bagnante che non sa nuotare e che affonda in una manciata di secondi (un bambino “non-nuotatore” scompare sott’acqua in una ventina di secondi, un adulto qualche decina di secondi in più). Non sono però solo le correnti di ritorno che alterano il fondale: le strutture rigide, in massi e cementi, protettive della spiaggia, (pennelli e scogliere parallele) caratteristiche soprattutto del Mar Adriatico ma presenti su tutte le coste, formano tanti pericoli che potremmo scriverne un’enciclopedia. In particolare, a mare mosso, formano correnti impetuose che scavano profondi solchi e avvallamenti non meno pericolose delle buche del Mar Tirreno.    

Purtroppo, questi non esauriscono la gamma dei pericoli presenti. C’è dell’altro. Il vento di terra, per esempio, è pericoloso per chi usa galleggianti: braccioli e ciambelle non sono, quando il vento spira da terra, uno attrezzo di sicurezza, ma un giocattolo. Su questi giocattoli sta scritto infatti: Attenzione, da usarsi solo in acqua bassa e sotto la supervisione di un adulto! Un altro pericolo, questa volta caratteristico di spiagge ripide, come ce ne sono in Liguria e in molti tratti della costa alta italiana, è la risacca. La risacca è l’onda che, dopo esser salita come getto montante su per l’arenile, torna indietro per gravità, talora tenendo prigioniero un bagnante spinto in avanti dall’onda incidente e indietro dalla risacca. Anche se vento di terra e risacca provocano parecchi salvataggi e tengono indaffarati i bagnini, la letalità di questi incidenti è per fortuna molto bassa. Provocano ciascuno poco più di una vittima per estate. Più pericolose sono le onde anomale capaci di trascinare in mare un ignaro bagnante che se ne sta tranquillo a prendere il sole su uno scoglio troppo vicino ai marosi. Provocano una decina di vittime nel corso dell’anno. 

Il pericolo più grande, però, è diventata l’acqua. Detto così, può sembrare strano, ma l’acqua – che non è il nostro ambiente naturale, siamo animali terrestri – può trasformare anche un piccolo incidente in un rischio mortale.  Di fatti “gli annegamenti improvvisi (o “per malore)” sono diventati, complice l’invecchiamento della popolazione italiana, il tipo di annegamento più frequente sulle nostre spiagge.  L’annegamento improvviso avviene per la perdita di coscienza o della più semplice capacità di galleggiare e tenere le vie aeree al di sopra della superficie dell’acqua in seguito ad un malore, un malessere o un piccolo incidente in grado di provocare la sommersione quasi immediata della vittima. Un incidente avvenuto qualche giorno fa sulla spiaggia di Bellaria-Igea marina, in provincia di Rimini, può spiegare meglio di mille parole di cosa si tratta. Sette signore attempate camminano in acqua bassa, vogliono raggiungere la scogliera e si fanno coraggio tenendosi per mano. Una di queste improvvisamente ha un malore, si accascia nell’acqua perdendo i sensi e facendo cadere tutte le altre che, incapaci di rialzarsi, cominciano ad annegare. L’acqua più profonda della lunghezza delle braccia, per una persona molto anziana, è acqua profonda: la persona, resa fragile dall’età, non riesce a rimettersi in piedi come farebbe sulla terra spingendosi dal fondo. Solo l’intervento provvidenziale di quattro bagnini ha impedito una strage. Sei delle signore sono già tornate a casa, la settima purtroppo, colpita dal malore, è ancora, grave, all’ospedale. 

Il seguente grafico riassume quanto ho raccontato. È stato preparato per un rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità dall’Osservatorio nazionale dell’annegamento.   (Rapporto ISTISAN 23/15, scaricabile dal Web, per chi volesse saperne di più).