I Semi della Terra: Dignità e Comunità
di Cinzia Pagni
ASeS – Agricoltori Solidarietà e Sviluppo è l’Ong promossa dalla CIA-Agricoltori Italiani.
In un mondo agricolo sempre più dominato da logiche speculative, il lavoro che portiamo avanti in Mozambico e Senegal ricorda che la terra non è solo risorsa produttiva, ma bene comune, identità e dignità.
Come Presidente dell’associazione ho seguito da vicino progetti in contesti dove il possesso della terra non è garantito, l’acqua è una conquista quotidiana e coltivare significa sopravvivere. Non portiamo semplicemente sementi o attrezzi: costruiamo con le comunità un rapporto con la terra fondato su giustizia e autodeterminazione. Il diritto a nutrirsi e vivere del proprio lavoro si difende attraverso un’agricoltura radicata nei territori, che valorizzi le conoscenze locali, custodisca biodiversità e metta le persone – non il profitto – al centro.
È un impegno lento, che richiede ascolto, costanza e continuità. Il nostro modo di fare cooperazione si basa sulla fiducia e sul rifiuto di ogni forma di neocolonialismo agricolo mascherato da sviluppo. Non si tratta di esportare modelli, ma di favorire un incontro tra mondi, in cui chi ha di più non impone ma ascolta, e la solidarietà diventa strumento di giustizia. L’obiettivo non è portare l’agricoltura europea in Africa, bensì rafforzare le economie contadine locali, restituendo centralità ai piccoli produttori e favorendo una sovranità alimentare espressioni delle comunità.
Nei villaggi africani la terra è vita, identità e libertà. Chi la coltiva non chiede carità, ma diritti: restare nel proprio paese, nutrire la famiglia, decidere il proprio futuro. La sicurezza alimentare non si misura solo in tonnellate di grano o mais, ma in accesso alla terra, equità, resilienza. Dove la terra è distribuita e custodita, le comunità resistono; dove è concentrata, la povertà si radica.
I progetti di ASeS partono da qui: dall’autonomia. In Mozambico, un gruppo di donne ha creato un orto collettivo che oggi garantisce cibo a oltre cento famiglie ed è diventato un modello da replicare. In Senegal, giovani contadini hanno scelto di restare, perché la terra ha riacquistato valore originando speranza. In altri villaggi, corsi di formazione e microcrediti hanno permesso a cooperative di sviluppare piccole filiere locali, generando reddito e nuove opportunità. La sicurezza alimentare non è soltanto produzione: è libertà di decidere come e per chi produrre, senza dipendere da logiche esterne. Eppure, questo sguardo sulla terra, che cerchiamo di difendere in Africa, diventa sempre più raro anche in Italia. Sta accadendo qualcosa di molto simile a ciò che in Africa cerchiamo di evitare: la concentrazione della terra, la spoliazione del lavoro contadino, la perdita di controllo da parte dei territori.
Con altri nomi – fondi di investimento, agricoltura industriale, economia di scala – stiamo ricostruendo forme moderne di latifondo. Più pulite, più tecnologiche, ma pur sempre concentrate. Con poche grandi realtà che gestiscono migliaia di ettari, e migliaia di piccoli agricoltori che faticano a sopravvivere.
Nel Sud del mondo, sosteniamo il diritto di restare, in Italia, rischiamo di cancellarlo.
Nel Sud del mondo, ci battiamo per la terra come bene collettivo, qui, la si tratta sempre più come un’opportunità di rendita o speculazione, e non di vita.
La domanda è inevitabile: che tipo di agricoltura vogliamo? Non è nostalgia né retorica, ma responsabilità. Possiamo scegliere un’agricoltura che include e rigenera, o un modello che concentra ed esclude.
L’esperienza africana rafforza la convinzione che l’agricoltura sia parte della società, non solo del mercato, le stesse ingiustizie che combattiamo altrove rischiano di radicarsi anche in Italia, sotto altre forme. Una nuova concentrazione della terra impoverisce comunità e paesaggi, riduce il ruolo sociale dell’agricoltura e alimenta disuguaglianze.
Non è una battaglia ideologica, ma una scelta di visione. Possiamo costruire un’agricoltura che mercifica e concentra, o un’agricoltura che distribuisce, coinvolge e restituisce. La terra può essere solo suolo e reddito, oppure tornare a essere legame, comunità, futuro.
Con ASeS crediamo in questa seconda possibilità. La coltiviamo ogni giorno, in Africa e in Italia, insieme a chi ha il coraggio di restare. Perché la terra, se custodita e condivisa, non garantisce solo cibo, ma dignità e futuro. Le esperienze che nascono nei villaggi africani ci ricordano che un’altra agricoltura è possibile: più giusta, inclusiva e sostenibile.
Per questo, il lavoro in Africa non è soltanto un sostegno a realtà lontane, ma ci mostra che la terra, ovunque, ha bisogno di cura, e che il destino di chi la coltiva è intrecciato a quello delle comunità.
Difendere i diritti dei contadini africani significa, in fondo, difendere anche i nostri, perché dignità, giustizia e futuro non hanno confini, ma crescono, come i semi, in ogni terreno che siamo capaci di custodire.