Conoscere e ricostruire

Giochi e giocattoli nel mondo contadino padano

di Claudio Davoli

Nella società contemporanea nella quale il gioco è sempre più legato a interessi economici e quelli che chiamavamo contadini ora si sono trasformati in imprenditori agricoli, può apparire anacronistico riproporre all’attenzione giochi e giocattoli appartenuti al mondo agricolo della Pianura Padana già in via di progressiva scomparsa a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Rimane tuttavia necessario ricordare come il gioco sia sempre stato e continui ad essere una componente che caratterizza i luoghi e le culture a cui appartiene e in cui viene praticato, differenziandosi di conseguenza nelle diverse classi sociali, per chi vive nelle città o nelle campagne o per chi conduce attività diverse. Nel mondo contadino, a cui facciamo riferimento, sia per i bambini sia per gli adulti, non mancavano momenti di gioco, anche se queste attività ludiche erano limitate per più impellenti necessità. Se bambini e bambine giocavano in modi spesso diversi ma con uguale frequenza, nel mondo degli adulti, pur con una prevalenza della componente maschile, terminate le attività domestiche e in campagna, ci si ritrovava nelle stalle.

È all’interno di questi ambienti, riscaldati dalla presenza degli animali, che le serate vedevano il gioco come uno dei momenti di intrattenimento, di svago e anche di confronto serrato tra persone appartenenti a famiglie diverse che di solito eleggevano una stalla tra le tante come luogo privilegiato di ritrovo. A partire dalla fine degli anni ‘60 del Novecento saranno sempre più le osterie a sostituire la stalla ma i giochi resteranno spesso gli stessi. Prevaleva quello delle carte praticato sempre con sfide tra coppie fisse che mettevano in atto vere e proprie contese attese dai presenti divertiti, ma anche altri più raffinati che andavano dallo scherzoso al satirico con cui i più abili imbastivano rime e filastrocche sugli avvenimenti più o meno piccanti e sui personaggi appartenenti alla comunità. Rime e filastrocche che nelle aree appenniniche confluivano nei Maggimentre in pianura prendevano il nome di Satire.  Si trattava di giochi che, pur mantenendo il carattere ludico e di svago gioioso, contenevano contemporaneamente quel carattere di sfida il cui esito determinava sovente un riconoscimento e un apprezzamento sociale, all’interno del paese, per coloro che in questo modo si distinguevano per maggiore capacità, perspicacia e conoscenza nel maneggiare la parola e che spesso venivano chiamati di stalla in stalla o di osteria in osteria. Insomma, per gli adulti del mondo contadino che rappresentasse un semplice svago, un rilassante distacco dalle fatiche del lavoro o una gara intrisa di un giusto grado di tensione limitato a quel momento, il gioco costituiva sempre un elemento identitario del luogo e dell’ambito sociale di appartenenza. Come ci ricorda Johan Huizinga nel suo saggio del 1939 “Homo Ludens” il gioco “è indispensabile all’individuo in quanto funzione biologica, ed è indispensabile alla collettività per il senso che contiene, per il significato, per il valore espressivo, per i legami spirituali e sociali che crea, insomma in quanto funzione culturale”.

Se guardiamo al mondo dell’infanzia, il gioco dei figli dei contadini, come quello di appartenenti ad altri strati della società, è sempre accompagnato da giocattoli. In ambiente agricolo esso assume molte caratteristiche che tendono a scomparire nel gioco degli adulti. Prima tra molte è la valenza educativa che vede nel gioco l’occasione per imitare e assumere i principi e gli impegni di futuri agricoltori in un mondo che dà per scontato il prosieguo delle attività famigliari anche per le giovani generazioni. A conferma di tale funzione basta guardare ai giocattoli che circolavano nel mondo dell’infanzia contadina. Carretti in miniatura trainati da animali stilizzati, piccoli strumenti di lavoro dei campi, rane e pesci dei fossi, oggetti che l’ambiente offriva e persino gli animali presenti nel podere per i maschi; mentre per le bambine piccole riproduzioni degli oggetti che le madri utilizzavano nelle cucine, bambole che rappresentavano donnine intente a svolger lavori domestici. Per i genitori dovevano diventare futuri contadini e piccole massaie. In questo contesto sono gli adulti che, anche per la penuria di denaro e la scarsa offerta del mercato, costruiscono i giocattoli per i figli. Giocattoli in legno, semplici, rustici, bellissimi agli occhi di chi li riceve perché assieme al manufatto trasmettono l’attenzione del genitore verso figli e figlie, stabiliscono un rapporto intimo e amorevole subito percepito dai piccoli.

Il gioco, oltre a quella propedeutica alla futura funzione nel contesto di quella società, nel mondo dell’infanzia si esprime però anche attraverso una dinamica libera dalle aspettative e dalle regole vigenti che viene gestita autonomamente dai giovani protagonisti. Inventiva e fantasia trasformano oggetti comuni in strumenti per condurre o inventare nuovi giochi. Semplici sassi allineati diventano vagoni del treno, scarti delle pannocchie di mais si trasformano in bambolotti o piccole costruzioni di un nuovo mondo dove vigono regole nuove del tutto svincolate da quelle abituali, vecchi stracci si mutano in costumi adatti a rappresentare storie fantastiche piene di mistero, le fionde, costruite con meticolosa perizia, rendono i ragazzi grandi cacciatori. Nei poderi e nelle corti della pianura i bambini e le bambine erano tanti; figli di fattori e di braccianti giocavano assieme su grandi aie e nei campi, ambienti e elementi che mettevano a disposizione spazi e prodotti naturali come gli accumuli di fieno su cui saltare o costruire tane in cui nascondersi o la terra umida con cui modellare figure umane e animali o bastoni e legni a cui attribuire molteplici usi. In questi ambienti i bambini inscenavano qualcosa di diverso dalla solita realtà e, pur consapevoli di fare solo per finta, conducevano con grande serietà i ruoli scelti nella finzione. Questo essere rigorosi nel rispetto delle regole stabilite nel gioco è visibile, ad esempio, nella “conta” che stabilisce chi darà inizio al gioco stesso. Gioco essa stessa, prevede lealtà da parte dei componenti il gruppo e chi trasgredisce viene estromesso non per ragioni morali o divieti imposti dall’esterno, ma perché la trasgressione altera l’equilibrio interno al gioco e chi non rispetta la regola lo svilisce e non lo rende più giocabile.

Il ricordo, anche personale, del gioco nell’ambiente contadino, motiva la scelta di non lasciar cadere nell’oblio quelle pratiche ludiche che hanno caratterizzato luoghi e modelli di società che hanno fatto parte della formazione di molti e mia. Ricostruire e riproporre giochi e giocattoli appartenuti al mondo contadino non può tuttavia essere un’operazione nostalgica, ma risponde al tentativo di trasmettere ciò che quel modo di giocare e quei materiali, impiegati dai bambini del secolo scorso, possono ancora insegnare. Si tratta di ricostruire emozioni, partecipazione attiva e stimoli a fantasticare in bambini e bambine che troppo spesso si affidano, o vengono affidati, a giocattoli preconfezionati da mondi commerciali che non permettono la libera costruzione del gioco, non consentono ai giocatori di stabilirne le regole, annullano la possibilità di inventare a piacimento la funzione e le storie partendo di un qualunque oggetto che diventa giocattolo. Ecco allora che il mettere a disposizione del mondo dell’infanzia giocattoli come quelli di un tempo, fatti di materiali semplici e caldi come il legno, permette di ricreare una condizione favorevole alla creazione di storie e avventure immaginarie, a contrattazioni tra i partecipanti, a scambi di idee sulla direzione da far prendere al gioco. Situazioni di gioco “aperte” in cui i partecipanti sono gli autori e i protagonisti. Libertà di interpretare i giocattoli e l’invenzione di storie sono emersi in recenti incontri in occasioni di feste paesane e all’interno di scuole per l’infanzia. Qui, dopo la narrazione di brevi storie proposte dall’adulto, sono stati dati a bimbi e bimbe alcuni giocattoli in legno che non conoscevano. Subito è comparsa meraviglia e il desiderio di utilizzarli non sapendo ancora bene per cosa. Soltanto successivamente alcuni hanno chiesto che funzione avessero mentre altri se ne sono impossessati sperimentando la loro abilità nel farli funzionare. Un bambino ha chiesto stupito se fossero in “legno vero” quasi non si aspettasse che ancora si potesse fare uso di questo materiale nella costruzione di un giocattolo. Piccoli gruppi si sono spontaneamente creati attorno a singoli giocattoli per fare valutazioni e apprezzamenti individuali e stabilire gerarchie nell’utilizzo dell’oggetto mentre qualcuno si è limitato a toccare e accarezzare con delicatezza i giocattoli trattandoli come oggetti preziosi. A questo punto la situazione ha subito il capovolgimento di ruolo sperato. I bambini hanno iniziato a narrare piccoli episodi che i nonni o i genitori avevano riferito loro e a raccontare quali giochi intrattengono con i compagni. Con piacere sono sempre emersi giochi collettivi che spesso non necessitano di molti oggetti ma si esprimono attraverso azioni e comportamenti nel contesto di storie più o meno realistiche. Risultati simili suggeriscono che nei piccoli esistono grandi risorse e potenzialità che si esprimono attraverso il gioco. Sta a noi adulti creare le condizioni favorevoli affinché emergano. Alcune altre esperienze, rivolte a ragazzi e ragazze della scuola primaria e secondaria di primo grado, hanno utilizzato il gioco come veicolo per la trasmissione di contenuti culturali. 

Nella piccola comunità in cui vivo (circa settecento abitanti) che vede una significativa percentuale di famiglie di origine straniera, si conduce da qualche anno un’attività pomeridiana di supporto scolastico per ragazzi e ragazze. Si fornisce aiuto nel fare i compi ma si dedica anche tempo al gioco. In questo contesto, che vede tanti piccoli studenti assieme, si è instaurata l’abitudine di dedicarsi al gioco una volta terminato il compito assegnato. Ragazzi e ragazze aspettano questo momento per ritrovarsi assieme, correre, saltare, ma anche per partecipare a sfide nell’individuare informazioni errate, facenti parte delle conoscenze scolastiche, all’interno di testi appositamente preparati. Si apprende giocando, in modo da unire contenuti di cultura generale, linguistici o matematici a momenti piacevoli all’interno dei quali ciascuno può sorridere dell’altro e gli errori ricorrenti vengono così superati senza che la loro presenza costituisca motivo di inferiorità o disagio. L’ambiente è quello di un centro sociale circondato da strutture sportive che permettono il gioco all’aperto e che i ragazzi utilizzano a loro piacere. La loro ultima idea, nata dai disegni che fanno nei momenti di pausa, è quella di poterne realizzare uno tutti assieme su una grande parete. Le proposte sono ormai molte e attraverso un confronto interno al gruppo, verrà scelto un tema che pare orientato alla rappresentazione delle stagioni dell’anno. Anche l’espressione artistica sarà motivo di gioco, questa volta pieno di colori.