Un niveo Mediterraneo
“Sutt’acqua fami, sutta nivi pani”: sott’acqua fame, sotto la neve pane; gli inverni molto piovosi rovinano il raccolto, mentre quelli nevosi lo favoriscono. Se questo vecchio proverbio siciliano nasceva a ragion veduta nel mondo contadino, a maggior ragione valeva per i “nevaioli”. Il pane, loro, se lo andavano a guadagnare appunto “sotto la neve”.
È un proverbio “inatteso”, questo, che mette in relazione il “pane” con la neve, soprattutto per la sua localizzazione: la Sicilia. Quando si pensa alla Sicilia, e al Mediterraneo in generale, immediatamente vengono in mente sole e mare, spiagge e bagnanti. L’idea è quella di un ambiente tipico del clima mediterraneo, o meglio del clima come viene immaginato e poi trasferito nei dépliants turistici, una realtà climatica portata al limite della mitizzazione.
Prende vita così una sorta di predisposizione a credere nella dolcezza e nella spontaneità della vita mediterranea e siciliana. Ingannati dal fascino del primo approccio marittimo, si tende a creare uno stereotipo dell’Isola.
Per poter procedere in questa direzione bisogna però malamente dimenticare la lezione di Fernand Braudel, il grande storico del Mediterraneo del XX secolo. Il Mediterraneo – come dice la parola stessa – è un mare “fra le terre”; poi ad avvicinare lo sguardo geografico, si vede che queste terre sono per lo più montagnose.
Così, raccontando la storia della neve, torniamo al Mediterraneo di Braudel, mettendo in luce non solo il ruolo dell’ambiente, ma anche il modo in cui l’uomo interagisce con il suo ambiente nel tempo, in questo caso a lungo termine. Il rapporto tra uomo e ambiente sembra divenire, in questo scenario, il fondamento dell’organizzazione sociale di un territorio, il vero tratto indelebile dell’identità sociale di un luogo o di una regione. “Il tempo non è lineare, ma plurale, così come lo è lo spazio, che va pure lui pensato e analizzato nella sua complessità”.
La lezione di Braudel vale anche “per la Sicilia, che può così conciliare una storia squisitamente locale e una storia aperta su tutti gli orizzonti del mare” e su tutti quei sentieri che non hanno lasciato isolate le montagne[1].
Anche la neve nel Mediterraneo, e in particolare in Sicilia, racconta infatti una storia di solo parziale isolamento delle montagne dai centri urbani, in relazione al movimento animato e visibile sulle coste, a partire dai porti e dalle città portuali. Le reti di lavoro su quella che era considerata una risorsa preziosa sono vaste, così come le reti di scambio, che nel caso della neve in età moderna possono essere limitate solo dalla deperibilità della merce trasportata via terra e soprattutto via mare. I ritmi climatici, sia “lunghi” che “evenemenziali”, influenzano anche i trasporti, come già accade più evidentemente per le nevicate.
A questo punto nel processo conflittuale che dà origine al capitalismo dell’età contemporanea, con la sua scarsa considerazione del clima, della terra, delle variazioni atmosferiche, delle condizioni geografiche e degli assetti sociali che si erano sviluppati in coevoluzione con l’ambiente, anche il Mediterraneo montuoso può apparire più nitido.
Questo processo dell’età contemporanea pone nuovi interrogativi a chi vuole riaffrontare la storia della montagna mediterranea: il paesaggio montano evolve per fasi cicliche attorno ad un asse di situazioni “medie” o attraversa stati di equilibrio messi inesorabilmente in discussione fino a una fase definitiva decisa dalle azioni antropiche più o meno intenzionali, soprattutto del secolo scorso[2].
Ancora una volta il tentativo è di spiegare come il clima e i ritmi stagionali creano un’unità fisica e come le comunicazioni attraverso e intorno ad essa creano un’unità umana[3].
Lo storico può ora provare a descrivere i momenti storici e i passaggi in cui le montagne sono uscite dalla loro attuale marginalità. Forse il primo modo per costruire una nuova identità di montagna è raccontarne le storie. Una di queste storie di montagne nasce dal semplice fatto meteorologico che su quelle più alte del Mediterraneo in inverno nevica e che, nelle estati dell’età moderna, troviamo neve e ghiaccio nelle città più importanti del Mediterraneo stesso. La neve spiega il primo sviluppo dell’arte del gelato e della granita in Italia e in particolare in Sicilia.
[1] Maurice Aymard, La Sicilia nel Mediterraneo di Fernand Braudel, in Angela Accardi (a cura di), Ricordando Braudel. Mediterraneo, un mare condiviso, Regione Siciliana, Palermo 2014, p. 24;
Rossano Pazzagli, Analisi e critica dell’identità. Note metodologiche per una glocal history, in “Glocale”, 1, 2010, p. 81.
[2]Bernard Debarbieux, Review di J.R. Mc Neill, The Mountains of the Mediterranean World, an environmental history, in “Revue de géographie alpine”, tome 81, n. 3, 1993. p. 104.
[3] John A. Marino, Braudel’s Mediterranean and Italy, in “California Italian Studies”, 1, 1, 2010, p. 3; Giuseppe Restifo, Capizzi fra Tre e Seicento. In un mondo mediterraneo di tensioni”, Pungitopo, Gioiosa Marea 2022, pp. 120-121.