Mobilità sostenibile

da pratica "alternativa" a necessità

di Enrico Caracciolo

Quando negli anni ’90 si iniziava a parlare di mobilità sostenibile l’argomento riguardava solo gli ambientalisti e chi era già consapevole dei problemi a cui stava andando incontro il pianeta assumeva comportamenti controcorrente. Alla fine del secolo scorso il mondo occidentale costituiva la rappresentazione fedele di una dimensione in cui l’uomo, prima ancora che un essere sociale, stava diventando un individuo consumatore.
La comunicazione globale ha alimentato e velocizzato questo processo di trasformazione ma oggi i campanelli d’allarme dell’epoca sono vere e proprie emergenze.
Nel contesto degli anni ’90 dunque attuare pratiche  e stili di vita ispirati al rispetto dell’ambiente e al risparmio energetico significava essere “diversi” ma soprattutto rinunciare alle opportunità offerte da una società moderna, tecnologica, efficiente. Andare in bici a scuola o condividere un' auto per andare a lavoro rientravano in un modus vivendi quantomeno originale o interpretato dal comune pensiero come l’ostentazione di una diversità per il gusto di apparire originali.
Oggi, a distanza di un trentennio, quell’essere un po’ bohemienne è diventata una necessità. L’individualismo sfrenato che ha alimentato la civiltà dei consumi è arrivato al capolinea: soddisfare i bisogni e desideri individuali ignorando problematiche che incombono all’orizzonte sull’esistenza di tutti noi oggi è sinonimo di ignoranza. Basti pensare a imprenditori che fino a vent’anni fa venivano considerati uomini di successo mentre oggi sono figure decadenti, superati e travolti da quella società che li ha dipinti e raccontati come vincenti.
L’evoluzione della specie umana passa attraverso la consapevolezza che il pianeta Terra non si caratterizza per risorse infinite e che l’impatto di una popolazione sempre più pressante sugli equilibri ambientali sta provocando cambiamenti traumatici che non permettono di affrontare con superficiale fatalismo il prossimo futuro che ci attende.
Probabilmente in questo contesto anche la figura dell’ambientalista duro e puro non è più attuale. Nella realtà complessa in cui viviamo una rigida posizione ideologica non supportata da argomentazioni scientifiche ed economiche è destinata a rimanere una voce isolata e forse molto autoreferenziale.
Oggi più che mai è diventato importante studiare, approfondire, documentarsi da fonti attendibili e osservare il mondo nella sua complessità. La mobilità sostenibile è un argomento che testimonia questa importante metamorfosi di metodo nell’affrontare le tematiche ambientali. Stiamo parlando infatti di un sistema che per essere appunto sostenibile deve tenere in considerazione temi ambientali, economici e sociali.
La parola “magica” che dona equilibrio, concretezza e fruibilità alla mobilità sostenibile è “integrazione”.
La mobilità sostenibile è un concetto che prevede spostamenti urbani ed extraurbani pensati nel rispetto del territorio, per ridurre l’inquinamento, aumentare il risparmio energetico, salvaguardare la salute e valorizzare gli spazi pubblici. Non a caso, stando alla definizione riportata nella strategia europea in materia di sviluppo sostenibile approvata nel 2006 dal Consiglio Europeo, “l’obiettivo della mobilità sostenibile è garantire che i sistemi di trasporto corrispondano ai bisogni economici, sociali e ambientali della società, minimizzandone contemporaneamente le ripercussioni negative sull’economia, la società e l’ambiente”.
E così siamo passati da un’ispirazione visionaria (e consapevole) a misure e progetti di grande valore pubblico. Basti pensare che dal 2017 per le città sopra i 100.000 abitanti è obbligatorio adottare i Piani Urbani di Mobilità Sostenibile (Pums) introdotti con una legge risalente al 2000.
Nella sostanza oggi tutti i piani territoriali prevedono nuove modalità di spostamento che integrandosi formano un sistema condiviso di totale rottura col recente passato fondato sulla mobilità dolce (a piedi, in bici e a cavallo), l’utilizzo di mezzi leggeri ma molto efficienti come bici muscolari e a pedalata assistita, monopattini elettrici, segway e hoveboard; e soprattutto su sistemi integrati (esempio bici + treno) come il bike sharing, il car sharing e il car pooling.
Una ricerca del Politecnico di Milano su “Il futuro della mobilità urbana sostenibile – Come ci muoveremo nel 2035?” evidenzia innovazioni e azioni strategiche per una mobilità sostenibile che si orientano in due direzioni principali: 1) Passaggio dalle automobili di proprietà ai servizi di sharing; 2) implementazione di un sistema di trasporto pubblico più intelligente e multimodale.
Ecco che le città contemporanee capaci di rimodellarsi su queste esigenze sono considerate a ragione “smart city”, vale a dire nuclei urbani dove si investe in nuove tecnologie, infrastrutture per la mobilità come parcheggi scambiatori, reti di ricarica elettrica, segnaletica dedicata, mezzi come bici e bus e soluzioni efficienti in tema di mobilità pensati per la popolazione residente e quella temporanea come studenti, lavoratori, turisti.
Questo cambiamento coinvolge privati cittadini, amministrazioni pubbliche e imprese. Dati molto confortanti stanno arrivando dalla nuova micromobilità basata sulla condivisione (sharing) di biciclette e monopattini che garantiscono tempi più rapidi di spostamento rispetto n realtà urbane rispetto all’auto o i mezzi pubblici. Studi di mercato evidenziano come gli spostamenti urbani condivisi possano arrivare al 70% del totale generando un fatturato mondiale per l’industria della green mobility  di circa 400 miliardi di dollari.
Alessandro Felici,  CEO di RideMovi, azienda presente con le sue bici in oltre 200 città di tutto il mondo, ritiene che “la strada da percorrere è quella di un business sostenibile fondato su know how, pianificazione, innovazione, investimenti ponderati e soprattutto tecnologie sempre più sofisticate in relazione ai mezzi (e-bike e monopattini elettrici) e alla parte digitale come le app per poter condividere l’utilizzo dei mezzi a disposizione”. 

Il futuro è iniziato e, per fortuna, quello che sembrava progresso e sviluppo qualche anno fa è già decadenza economica e culturale: qualcosa di realmente insostenibile. Le vie della sostenibilità passano attraverso la condivisione, l’efficientamento energetico e la riduzione dei consumi.