Stare ai margini
Qualche idea su cultura, economia e società in una provincia italiana
di Adolfo Turbanti
Come si configura oggi in Italia il rapporto “centro-periferia”? La questione ha contribuito in passato a definire l’immagine del nostro Paese: intrecciata com’era, e talvolta confusa, con l’altra questione, quella meridionale, ossia il rapporto nord-sud. Chi volesse tentare una risposta non potrebbe dunque prescindere da una prospettiva storica. Qui posso offrire solo pochi spunti di riflessione, assumendo come punto di osservazione una periferia specifica, la Maremma grossetana, che è l’unica, a dire il vero, che posso dire di conoscere. D’altra parte, ogni generalizzazione, per quanto sia, in determinati contesti, necessaria, comporta sempre il rischio di oscurare qualcosa, magari qualcosa di importante.
Tant’è, che quando Lizzani realizzò la trasposizione cinematografica de La vita agra ambientando le prime sequenze, anziché in Maremma, nella campagna lombarda, optando quindi per una caratterizzazione generica della provincia italiana, pervenne per l’appunto, nonostante l’approvazione dello stesso autore del romanzo, a un risultato poco convincente. Il disastro minerario di Ribolla, seppur rievocato con qualche documento fotografico, perse nel film il suo stesso nome e con esso la storia di un’industria particolare e di una specifica classe operaia. Di conseguenza risultò depotenziato il legame dell’autore con la sua terra, di cui aveva dato testimonianza nell’inchiesta sui minatori condotta insieme a Carlo Cassola, pubblicata qualche anno prima del romanzo. E fu proprio lo scoppio di quella miniera, che nella sua tragicità smentiva anche simbolicamente ogni ipotesi di valorizzazione della “provincia” nel contesto nazionale, a innescare in Bianciardi il bisogno di fuggire. Che era poi – qui è possibile generalizzare - il bisogno di un intellettuale degli anni Cinquanta di collocarsi al “centro” dello sviluppo economico e sociale che stava trasformando il Paese. Collocazione, nel suo caso, niente affatto tranquilla e accondiscendente, tanto che, nella sua fantasia di artista, si sarebbe dovuta risolvere in un sabotaggio, nel nome degli amici e compagni minatori che aveva abbandonato in Maremma.
Diversa e decisamente più intimista la visione che della provincia dette Cassola: una provincia, che, sconfinando a nord fino al volterrano, non coincideva neppure geograficamente, oltre che spiritualmente e forse ideologicamente, con quella del suo amico. Ma anche Cassola, che pure riusciva, da Grosseto, a interloquire autorevolmente sulla politica nazionale e sulla cultura, come ricordato da Paolo Spriano ne Le passioni di un decennio, finì per non sopportare più le limitazioni e l’isolamento a cui la vita in provincia lo costringevano. Anche lui si risolse infine ad andarsene.
Non so se altrove si manifestò qualcosa di analogo: qui la fuoruscita dei due intellettuali, che avevano raggiunto un rilievo nazionale, lasciò tutto lo spazio ai “localisti”, rimasti evidentemente del tutto indifferenti all’ironia con cui Bianciardi li aveva bersagliati. Più precisamente, consentì il prevalere di tendenze localiste anche in coloro che avrebbero dovuto e potuto vedere i limiti e i pericoli di una tale regressione. Fu come se fossero venuti loro a mancare i canali e gli strumenti idonei a stabilire un rapporto proficuo e continuativo con il “centro”.
Ciò che stava accadendo contemporaneamente nell’economia e nella società consente di comprendere meglio anche l’accartocciarsi in se stessa della cultura locale. Mi limito a pochi cenni essenziali. I due prevalenti comparti produttivi, quello delle miniere e l’agricoltura, furono investiti da trasformazioni epocali, che nel giro di qualche decennio avrebbero portato, nel primo caso, alla completa dismissione, con la sparizione di quella particolare classe operaia, e nel secondo, con la Riforma fondiaria, a uno sviluppo significativo, ma, in ultima analisi, frenato dell’intero comparto. Nella sostanza: l’obiettivo della industrializzazione del territorio, come esito “classico” dell’industria estrattiva e/o di un’agricoltura moderna e come possibilità di rimanere agganciati allo sviluppo complessivo del Paese, fu mancato. “Meglio così”, dicono oggi gli ambientalisti e dice soprattutto, chi poi ha fatto affari con il turismo: che fosse ambientale, culturale o vacanziero. Ma lo dice, con convinzione ancora maggiore, chi riuscì infine a cogliere le opportunità dell’esaurirsi della Riforma, approfittando di ciò che essa aveva realizzato e rovesciandone al contempo gli intendimenti. Non sono infatti quelli previsti dalla Riforma agraria gli assetti proprietari oggi prevalenti nelle campagne e non lo sono gli orientamenti produttivi, concentrati ormai sulla monocultura specializzata, diretta a una domanda di mercato inesauribile, o tale, almeno, ritenuta. È ovvio che di classe operaia non si parli più da tempo, ma anche di quel proletariato agrario che nelle intenzioni fanfaniane avrebbe dovuto assurgere a ceto medio contadino si sono perse le tracce, disciolto com’è in una medietà, ormai prevalentemente urbana e terziaria; mentre si assiste, appunto, al ritorno della grande borghesia agraria, a suo tempo marginalizzata e oggi invece di nuovo pimpante e, quel che è peggio, politicamente inquietante.
Insomma, la prospettiva di una provincia in grado di dare un contributo originale, forse decisivo, all’economia, alla società e alla cultura dell’intero Paese, si rivelò, a pochi anni dalla fine della guerra, del tutto illusoria. Lo sviluppo impetuoso che poi si ebbe fu diretto esclusivamente dal “centro”, anche se alcune aree periferiche – ma, tranne qualche tentativo sporadico, non la Maremma - ebbero modo di parteciparvi, puntando sulla piccola e media industria o sull’agricoltura industrializzata. Per il resto, nonostante quel particolare decentramento, operato generalmente dall’intervento pubblico e concretizzatosi nelle cosiddette “cattedrali nel deserto”, presenti anche in Maremma, la provincia si trovò in gran parte ancor più marginalizzata.
Il quadro attuale, tuttavia, è ancora più complesso e si presenta con numerose facce, tra loro anche in contrasto. Nel tempo si sono manifestati ovunque, e anche qui, fenomeni che hanno operato nel senso di ridurre le distanze: a costo, tuttavia, di una omologazione che rischia di ridurre ogni particolarità a folklore o a riserva naturalistica. Non sto qui a ripeterne l’elenco: tutti lo hanno ben presente. Non solo la struttura di classe della società, anche locale, ne risulta ancor di più sconvolta, ma appaiono mutati gli stessi connotati culturali delle periferie. Non mancano, per fortuna, coloro che, senza demonizzare il nuovo che si impone, si assumono il compito di contrastare l’omologazione passiva e di mantenere al contempo un’interlocuzione costruttiva con i centri della ricerca e della elaborazione culturale. Ciò non basta ovviamente a invertire la tendenza per cui la possibilità di influire davvero, dalla “periferia”, sulle decisioni cruciali che vengono prese al “centro”, e che sono destinate a ripercuotersi ovunque, è via via minore. Tanto più che, da questo punto di vista, il “centro” si colloca geograficamente sempre più distante, a seguito di una globalizzazione tutt’altro che paritaria e perciò sempre più governata dal potere del più forte: di chi è in grado, ormai, di minacciare la guerra, e, all’occorrenza, di farla realmente.