Un lento ritorno

L’agricoltura tra nuove prospettive e crisi del modello urbano

di Rossano Pazzagli

Dopo la rapidità dell’esodo rurale novecentesco, quando tutti se ne andavano dalla terra, si assiste oggi ad un lento e sporadico ritorno alla campagna e all’agricoltura. Non è un controesodo, ma qualcosa sta cambiando nella travolgente e, per certi aspetti, insensata corsa all’urbanizzazione.
Il ritorno alla terra è già cominciato, ha scritto l’urbanista Daniela Poli: «lo si scorge in diverse pratiche molecolari che portano sempre più persone, specialmente giovani, a rivolgersi o a riconvertirsi all’agricoltura. C’è chi lo fa arrivando da consuetudini urbane e approda in borghi collinari o montani, chi scommette nella transizione verso la multifunzionalità o chi si inventa attività legate all’agricoltura come le filiere corte del pane o il co-housing rurale”. Il diritto alla campagna è un diritto di cittadinanza, parte del più generale diritto all’ambiente come espressione di valore ecologico, ha ribadito Ilaria Agostini in un libro sulla rinascita rurale. Se lanciamo lo sguardo oltre i dati degli ultimi censimenti, al di là delle statistiche ufficiali che hanno fatto emergere le difficoltà delle aziende di trovare un ricambio generazionale, è possibile individuare casi di un graduale ritorno dei giovani nell’ottica di un ritrovato rapporto con la natura, la ricerca di un diverso stile di vita e di una diversificazione produttiva delle aziende, che hanno tra l’altro visto anche una crescita del ruolo delle donne. Ma c’è anche una nuova realtà diffusa, non sempre rilevabile tramite i censimenti ufficiali, che esprime il bisogno di un ritorno consapevole alla campagna, diverso dall’agricoltura part time degli anni ’60 o ’70, allora determinata essenzialmente da scelte di ripiego o di mitigazione dell’esodo rurale.

Secondo il Primo Rapporto sull'hobby farming stilato da Nomisma assieme al mensile «Vita in campagna», l'Italia contava nel 2000 un milione di contadini nascosti, con un appezzamento di terreno - in proprietà o in affitto - di 1,3 ettari a testa.  Non un orticello o un pezzo di terreno demaniale nell'argine di un fiume, ma un terreno agricolo vero e proprio, lavorato per mettere in tavola prodotti sicuri e buoni, per difendere il territorio e far sopravvivere prodotti che altrimenti sarebbero stati dimenticati. Il Rapporto faceva notare come il milione e mezzo di ettari di terreno coltivabile scomparso tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2000 non fosse interamente perso, ma almeno in parte lavorato da «nuovi contadini» che non apparivano nei censimenti perché non iscritti al registro imprese delle Camere di Commercio o all’albo degli imprenditori agricoli. Insomma, c’è un’agricoltura buona, in primis quella contadina delle piccole e medie aziende agricole, ma anche quella che non necessariamente si identifica con l’impresa in senso classico.

Dieci anni fa, nel 2015, i dati Istat registravano un incremento del 6,2% nel numero di occupati in agricoltura, superiore a quello di tutti gli altri settori. Erano le donne in particolare a costituire l’elemento propulsore del cambiamento di rotta: un’impresa su tre risultava guidata da donne, con una incidenza femminile sul lavoro agricolo doppia rispetto a quella della Spagna e quasi quadrupla nei confronti di Francia e Germania. Nel 2017 la quota rosa nel settore primario ha raggiunto il 29%, a dimostrazione che il contributo delle donne è fondamentale per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura. Anche i giovani sulla terra non sono scomparsi. Secondo i dati del Centri Studi Divulga, nel 2024 erano più di 52mila le aziende guidate da giovani agricoltori, che portano con sé non solo energie fresche ma anche visioni innovative, sostenibili e multifunzionali: un diverso modo di coltivare e di produrre, in buona parte ispirato ai principi della retroinnovazione. Le regioni con più giovani contadini sono la Sicilia (con più di 6.000 imprese giovanili), la Puglia (circa 5.000) e la Campania (4.800), denotando una riscossa o una resistenza che parte dal Sud per interessare l’intera penisola.

Quanto queste tendenze siano ancora in corso, possano essere proiettate nel futuro e rappresentino un effettivo orizzonte di ritorno alla campagna e alla terra, è materia da valutare, non limitandosi ai numeri, ma guardando alle scelte di vita e al mutamento di prospettiva dei protagonisti, individuando in primo luogo i problemi, quali l’accesso alla terra, la burocratizzazione e lo strapotere della grande distribuzione. Ma è un compito politico di primaria importanza rimettere l’agricoltura e il territorio al centro dei processi di programmazione, coniugando l’incoraggiamento di queste nuove tendenze con il ri-orientamento e il rafforzamento del settore agricolo tradizionalmente inteso. Se Ambrogio Lorenzetti potesse tornare e parlare ai moderni decisori politici, ricorderebbe loro che gli effetti di un Buon Governo si leggono in territorio paesaggio rurale ben curato e disegnato, che produce cibo buono e paesaggio, come risultato di una agricoltura utile, di una corretta gestione ambientale del territorio, di azioni di contrasto dei cambiamenti climatici e della sicurezza dei prodotti alimentari. L’agricoltura è utile anche come strumento per uno sviluppo economico equilibrato fra zone urbane e rurali, producendo un territorio lavorato, amato e rispettato dall’agricoltore per produrre il benessere suo e della società.
Un risultato che si potrà conseguire se tutti questi ingranaggi funzionano, se producono beni, se danno senso di identità, se garantiscono un corretto equilibrio tra bisogni dell'uomo, lavoro, rispetto della natura, risorse e loro utilizzo. È questa la prospettiva nella quale diviene possibile riallacciare i fili tra dimensione locale e orizzonte globale.
 
L’agricoltura mondiale è chiamata oggi a sfamare una popolazione in crescita, a far fronte a un numero sempre maggiore di popolazione migrante, ma la vera sfida non è tanto quella di produrre di più, quanto di farlo in modo sostenibile, con attenzione alle modalità di produzione. Ed è anche fondamentale interrogarsi sui ruoli che l’agricoltura sarà chiamata a svolgere nei prossimi anni in scenari dove – anche rispetto alle necessità produttive – i vincoli e le variabili che conteranno saranno proprio quelli ambientali e sociali: suolo, acqua, clima, migrazioni, redistribuzione della ricchezza. I problemi maggiori diventeranno quelli dell’accesso al cibo, legati più alla domanda che all’offerta e dovuti più alla povertà di chi ha fame che alla scarsità di alimenti, insieme a quelli dello spreco e della eccessiva o cattiva alimentazione.

Non si tratta – ha scritto Corrado Barberis, autorevole studioso del mondo rurale - di «un puro ripristino delle vecchie egemonie della produzione agricola… né di una mera sconfitta dei tempi e dei ritmi di vita del modello urbano, che per molti decenni era sembrato segnare il battito irreversibile della modernizzazione”. È piuttosto un fenomeno che si inquadra nella revisione dei modi della produzione e del consumo, dei modelli e degli stili di vita, dei valori e delle culture: dal turismo alla gastronomia, dalle formule abitative alle abitudini alimentari, dall’abbigliamento al tempo libero, dalla cura del corpo a quella dello spirito; un insieme di elementi dal quale scaturiscono motivi per riprendere la strada della campagna, in questi tempi in cui proprio la nuova ruralizzazione sembra rappresentare «un aspetto del benessere contemporaneo». Non è ancora una realtà, ma un auspicio ormai abbastanza diffuso, quasi un’utopia concreta.

Nota bibliografica
I. Agostini, Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana, Ediesse, Roma, 2015.
C. Barberis, La rivincita delle campagne. Economie e culture del mondo rurale dalla povertà al benessere, Donzelli, Roma, 2009.
Esodo e ritorno. I contadini italiani dalla grande trasformazione a oggi, a cura di G. Nenci e G. Gotti, Viella, Roma, 2022.
D. Poli, Problematiche e strategie per il ritorno alla terra, in «Scienze del Territorio», n. 1, 2013.