Essere assessora in uno scrigno storico, artistico e naturalistico: Gagliole 

di Catia Eliana Gentilucci 

Gagliole, con i suoi circa 500 residenti, si presenta come piccolo territorio sorprendentemente dinamico, con una spiccata identità nel contesto della provincia di Macerata. Custode di un patrimonio storico, artistico e naturale di grande valore, offre concrete possibilità di rigenerazione e rilancio del sistema economico locale.
Gagliole si configura, così, come un piccolo paese ricco di risorse, identità e potenzialità; capace di coniugare memoria, comunità e prospettive di futuro.
Per una riflessione sul ruolo di assessora a Gagliole è necessario descrivere la bellezza dei luoghi che ne definiscono l’unicità, ne rappresentano le potenzialità rigenerative e che mi hanno dato occasione di riflessione e crescita personale.

Nonostante le sue dimensioni contenute, il paese dispone di presìdi sociali importanti che sono poli di servizi anche per i comuni limitrofi: un agrinido, una scuola primaria, una casa di riposo e una struttura dedicata al Dopo di Noi; un ostello, un bar-ristorante, una pizzeria e piccole strutture ricettive diffuse che costituiscono un sistema di accoglienza integrato per le esigenze di turisti e visitatori e che assumono un ruolo strategico anche per i frequentatori del Cammino dei Forti; un centro sociale fortemente aggregante che ospita attività ricreative, laboratori didattici, mostre, performance artistiche e momenti conviviali. Sono presenti, inoltre, altre attività commerciali come: una farmacia, un’estetista e un negozio di bici.

Sul piano storico-artistico, Gagliole vanta un patrimonio di grande interesse che comprende importanti edifici religiosi. Tra questi spicca la Madonna della Pieve, antica chiesa romanica risalente all’XI-XII secolo, caratterizzata da un’unica navata lunga circa 22 metri con copertura a capriate lignee. All’interno conserva un prezioso affresco del XVI secolo raffigurante la Madonna con Bambino. Di particolare rilievo è anche la Madonna delle Macchie, eremo dell’XI secolo celebre per i suoi numerosi affreschi di pregio. Purtroppo, a seguito del sisma del 2016 che ha colpito le nostre zone, l’edificio non è più agibile.
Il territorio comunale comprende, inoltre, diverse chiese parrocchiali, una per ciascuna frazione. Nel centro storico merita una menzione speciale la Chiesa di San Giuseppe, addossata alle mura cittadine, che custodisce significativi tesori artistici: un affresco della Natività del 1530 realizzato da Giovanni A. De Magistris (precedente al più famoso Simone, ma comunque eccellente pittore del Rinascimento marchigiano) e un pregevole Crocifisso ligneo del XVI secolo.

Anche sotto l’aspetto storico-educativo, Gagliole si distingue per la presenza del Museo di Storia Naturale che è considerato il più interessante nelle Marche e che richiama ogni anno centinaia di bambini delle scuole marchigiane e centinaia di visitatori. Al suo interno si possono ammirare collezioni uniche di fossili, reperti geologici e testimonianze della fauna del territorio.
A completare l’offerta culturale di Gagliole vanno ricordati due elementi di grande interesse popolare e storico. Il primo è il presepe meccanizzato, un’installazione di circa 40 mq realizzata interamente a mano da un appassionato locale, la cui originalità e cura nei dettagli ne fanno un’attrazione che richiama visitatori tutto l’anno. Il secondo è la mostra fotografica dedicata alla Gagliole del Novecento, che raccoglie gli scatti di N. Magnapane, fotografo autodidatta gagliolese, le cui immagini documentano i mestieri, la vita, le tradizioni e i volti della comunità del secolo scorso.

Il territorio offre anche straordinarie bellezze naturalistiche e paesaggistiche. Un suggestivo belvedere affacciato sulla Sinclinale Camerte che va dai Sibillini al Monte Catria; la Valle dell’Elce (ricca di fossili e di grotte) che ha diverse bellezze naturali: il Sasso Pozzo (particolare risorgiva nel territorio che si presenta come un foro nella montagna), la grotta del Fittuccio e la grotta dell’Elce; e i Prati di Gagliole, con un rifugio accessibile gestito dalla Comunanza Agraria.

Questa è la meravigliosa cornice che mi vede amministratore donna di un territorio dalle tante potenzialità ma che, a mio vedere, si sta spegnendo come tutti i territori delle aree interne o alte.
Nel mio ruolo di assessore, quindi, sento la responsabilità di ascoltare le esigenze di un territorio che risente delle criticità tipiche delle aree montane: la denatalità, l’invecchiamento della popolazione, la progressiva rarefazione delle energie giovani.
Oggi mancano le ragioni della restanza, le motivazioni profonde che dovrebbero spingere i giovani a rimanere o a tornare, e che potrebbero attrarre nuovi residenti. Quelle ragioni che solo una politica più attenta e volenterosa può concretizzare. Anche a Gagliole non bastano i propositi del PNSAI bisogna avere la visione e la determinazione di agire a livello di governance territoriale.

Il paese, a mio avviso, sembra trovarsi di fronte a un bivio. Da una parte, può ricercare nelle sue potenzialità territoriali (anche agricole) spunti rigenerativi capaci di rafforzare l’economia locale e consolidare la comunità residente, con il supporto di investimenti su innovazione, servizi e nuove forme di abitare. Dall’altra, può scivolare lentamente verso la trasformazione in un borgo-cartolina: un luogo bello da visitare, ordinato e suggestivo, quasi un museo a cielo aperto, attraversato da visitatori e curiosi che non lasciano niente al territorio, ma svuotato della sua vitalità quotidiana. Un paese che si mette in vetrina per farsi guardare e che smette di essere vissuto.

Il problema più rilevante, infatti, è costruire una visione condivisa di futuro. Senza un orizzonte comune, ogni azione rischia di essere frammentaria; senza un’immagine chiara di ciò che Gagliole può diventare, anche le potenzialità più promettenti restano inespresse. La vera sfida, allora, è decidere se vogliamo essere una comunità che progetta il proprio domani o un luogo che si limita a custodire il proprio ieri.

È dentro questo quadro che si colloca la mia posizione di assessora — donna, docente e ricercatore che si occupa di questi temi — animata dal desiderio di mettersi in ascolto per scongiurare il secondo percorso, quello del borgo turistico. Il mio è un ascolto autentico e una riflessione attenta che non si limita alla gestione dell’esistente ma prova a interrogarsi su ciò che verrà. E tuttavia, questo sforzo incontra ancora difficoltà: non sempre è facile essere ascoltata quando si parla di visione, quando si chiede di guardare oltre l’immediato (e questo indipendentemente dall’essere donna).
Come docente di economia porto con me uno sguardo inevitabilmente più critico e orientato al lungo periodo. Non sempre questo tipo di visione trova spazio nel dibattito politico, spesso concentrato sull’urgenza e sulla risposta contingente; eppure, credo che, soprattutto nei territori fragili, sia proprio la dimensione strategica a fare la differenza tra sopravvivere e rinascere.

Come donna, non avverto difficoltà nel relazionarmi con i colleghi dell’amministrazione. Nel mio ruolo di assessora cerco di esercitare una forma di cura. Mi sforzo di essere presente e partecipe. Mi espongo in prima persona, consapevole che amministrare un paese come Gagliole significa abitare quotidianamente le relazioni: incontrare le persone, ascoltare, mediare, rassicurare, talvolta anche assorbire tensioni.
Credo profondamente che il futuro dei territori fragili si giochi proprio lì, nello spessore delle relazioni. Non solo nei progetti, nei finanziamenti o nelle opere pubbliche, ma nella fiducia che si riesce a costruire tra amministrazione e cittadini, tra generazioni diverse, tra chi è rimasto e chi potrebbe tornare.
È con la carta delle relazioni che mi gioco le mie ben cinque deleghe (Servizi Sociali, Istruzione, Cultura, Turismo e Associazionismo) organizzando e supportando diverse iniziative.
Nei Servizi sociali, ad esempio, la presenza di una casa di riposo non è solo un presidio assistenziale, ma è un nodo vitale della nostra comunità. Gli incontri e le attività dedicate agli anziani servono a contrastare la solitudine, che nei piccoli centri può diventare isolamento silenzioso. Allo stesso modo, la collaborazione con la struttura del Dopo di Noi per attività formative ed educative è un modo concreto per dire che nessuno deve sentirsi ai margini.

Sul fronte dell’istruzione, la scuola primaria e dell’infanzia rappresenta un altro esempio di microsistema vitale nel quale cerco di essere presente supportando un’offerta educativa dinamica, le gite scolastiche e la partecipazione al territorio.
Cultura e turismo sono per me strumenti di rigenerazione per i quali ho sostenuto alcune attività, come: “La Festa della Montagna Accessibile” dedicata all’inclusione con escursioni di montagnaterapia, passeggiate con bici per disabili e pet therapy; il concorso fotografico “Gagliole in uno scatto” che vede decine di partecipanti, residenti e non, che si soffermano a cogliere in uno scatto la bellezza dei luoghi e, chissà, a sollecitare quella “coscienza dei luoghi” necessaria a dare speranza di continuità generazionale. Inoltre, l’attivazione di decine di postazioni di geocaching che sta suscitando crescente interesse tra i partecipanti, attirano un numero sempre maggiore di appassionati. Infine, le feste patronali nelle frazioni, il cinema all’aperto, le iniziative estive sono altre occasioni di socialità che tengono viva la comunità.
 
Ma un ruolo centrale lo ha anche l’associazionismo: i giovani e le associazioni sono la vera base sociale. L’istituzione della Pro Loco, di cui vado fiera, è una realtà incoraggiante poiché partecipata dai giovani. Così come il club CoderDojo-Gagliole, che coinvolge una ventina di bambini nell’apprendimento creativo dell’informatica.
Certo, resta il grande tema della “restanza”: come riabitare questi territori? Come trasformare la fragilità in possibilità? La “Giornata dedicata ai giovani residenti” è stato un evento simbolico ma necessario: dire ai ragazzi che possono essere parte di un progetto e non spettatori di un declino è un modo per provare a sollecitare le coscienze.
 
In fondo, amministrare un piccolo paese significa riconoscere che la sopravvivenza collettiva dipende da una catena di interdipendenze che va dalla cura dell’anziano al dialogo intergenerazionale, dall’evento culturale al sostegno alle famiglie, dall’innovazione digitale alla tutela del paesaggio. Come in ogni ecosistema ogni elemento conta.
Credo che tutti dovrebbero fare un’esperienza di amministrazione locale, soprattutto nei piccoli comuni, dove il ruolo è esercitato in spirito di volontarismo (visti i simbolici indennizzi). Ma penso che ancor più i docenti e gli studiosi dei temi del territorio dovrebbero mettersi in gioco. Nel mio caso da ricercatrice universitaria ho colto nell’esperienza amministrativa un laboratorio vivo e concreto in cui le opportunità non emergono dai modelli economici ma dalle persone. 
La convinzione che è importante relazionarsi con il territorio è particolarmente forte quando guardo il paesaggio che mi circonda che è modellato dalla faglia dei Sibillini: una frattura che ha generato forma, rilievo e identità.
 
Vivere su una faglia significa convivere con l’incertezza. Ma significa anche praticare l’ostinazione della restanza: scegliere di rimanere, di investire, di prendersi cura. Questa è una sfida che un’assessora deve saper leggere e governare, talvolta in contesti amministrativi ancora prevalentemente maschili, dove le visioni possono essere più ancorate al presente che orientate al futuro.
Forse il tratto distintivo che porto come donna è proprio questa tensione verso il domani, questa attenzione alla cura. Il futuro è il tempo dei nostri figli. Per questo leggo il territorio come fosse un nido. Un luogo che deve saper cullare, accogliere, proteggere, ma anche dare strumenti per volare. Un territorio che non trattiene per paura, ma che trattiene perché offre serenità, sicurezza e opportunità.
Così da donna, docente e assessora posso affermare che nel mio percorso economia e amministrazione si sono illuminate reciprocamente: la ricerca mi aiuta a non perdere la visione sistemica; l’esperienza politica mi ricorda che dietro ogni indicatore c’è una comunità; e che valorizzare e curare il patrimonio paesaggistico, storico e culturale è una responsabilità morale verso chi oggi abita questi luoghi e verso chi li abiterà domani.