Fandonie! Di More, Choay, Magnaghi e altri illusionisti

di Angelo M. Cirasino*

 

* Università di Firenze, Dipartimento di Architettura, e SdT - Società dei Territorialisti e delle Territorialiste ONLUS

In un saggio degli anni ’70 da noi pubblicato in italiano nel 2008, “L’utopia e lo statuto antropologico dello spazio edificato”, Françoise Choay imbastisce un affascinante discorso sull’utopia lavorando all’intersezione di inglese e greco. Assunto che fu l’inglese Thomas More a coniare il termine, ella nota che la pronuncia inglese del prefisso ‘u’ (‘yu:’ nella simbologia fonetica standard) si adatta a entrambi i dittonghi greci ‘ou’, non, ed ‘eu’, buono; ciò che fa sì che ‘utopia’ denoti contemporaneamente ‘ou-topos’, il non-luogo, ed ‘eu-topos’, il buon luogo. Nello spazio di pensiero che qui si apre, sospeso tra negazione e desiderio, tra ciò che non è e ciò che non è ancora, l’utopia nasce come dispositivo critico e cognitivo che, nell’atto stesso di proporre un’alternativa, consente di decifrare l’esistente verificandone la qualità e la solidità. Andarsene permette di capire meglio da dove si è partiti, poiché innesca un meccanismo di riflessione, di conoscenza e contrario, che fa dell’utopia un gesto concettuale capace di dislocare il pensiero politico e spaziale in un altrove produttivo, mettendo in tensione fra loro l’impossibile, il possibile e il reale.

Sotto questa luce l’utopia ha già molto di quel realismo che prima Ernst Bloch, poi Alex Langer le attribuivano col loro celebre – ma solo apparente – ossimoro di “utopia concreta”. Essa non si oppone frontalmente alla realtà ma l’attraversa, la mette in crisi e la reinventa in forme virtuose immaginando altre modalità di convivenza e di organizzazione dello spazio. Forma sublimata della Sachlichkeit weberiana, che Furio Cerutti traduceva arditamente come “passione per la cosa”, essa riattiva la dialettica tra finzione e prassi ritrovandovi un elemento trasformativo, un’energia capace di convertire la Realpolitik in etica della responsabilità e del limite, restituendo all’agire sociale e politico la sua funzione creativa: quella di pensare altrimenti.

Pensare altrimenti è più o meno quanto in tutta la vita ha fatto Alberto Magnaghi, di cui chi scrive è stato l’editor per più di vent’anni e la cui visione bioregionale, che dell’utopia ha tutti i connotati compreso l’estremismo, assume l’utopia come metodo concettuale e pratico di costruzione del reale. Le sue proiezioni – anche le più improbabili, come quella di un “organo di autogoverno della bioregione” che agisce in una felice indifferenza rispetto alle istituzioni convenzionali o quella “di un pianeta brulicante di bioregioni in rete, per una globalizzazione ‘dal basso’ fondata in ogni luogo sulla gestione collettiva del bene comune territorio” – si collocano in una dimensione intermedia tra essere e non essere, tra conoscenza e trasformazione, agendo allo stesso tempo come denuncia, desiderio e progetto. Più ancora che utopie esse, come direbbe Michel Foucault, sono eterotopie, ‘luoghi altri’ da cui volgersi indietro per guardare al territorio non come a un semplice supporto materiale isomorfo, preda di attività eterodirette, ma come a un soggetto vivente, corporeo, opera d’arte collettiva dell’umanità che con l’umanità dialoga e collabora su base paritaria, producendo e riproducendo valori, memorie e relazioni. La bioregione urbana di Magnaghi non è un’unità fisica o amministrativa ma una comunità di viventi che si riconosce in un paesaggio, in un metabolismo ambientale e sociale condiviso, in una parola in un luogo.

Riletta in questo modo un’utopia può diventare una cara compagna di giochi, con tutti i pregi e i difetti che ciò comporta: da in lato la sua forza attrattiva, che ha trovato negli anni un’eco formidabile in innumerevoli festival, incontri, seminari e colloqui come quelli promossi (a Città di Castello e poi a Dobbiaco) da Karl-Ludwig Schibel; dall’altro la sua inconsistenza e fragilità, quelle tipiche del “castello di cristallo” usato da Piero Bevilacqua, nella sua lettura, come icona definitoria del Principio territoriale di Magnaghi: una costruzione teorica affascinante ma puramente ipotetica, incapace di reggere all’inesorabile ‘prova dei fatti’. Una fandonia molto ben raccontata.
Leggere quest’accusa all’epoca contrariò molto Magnaghi, il quale subito si mobilitò – e ci mobilitò – per cercare prove a discarico, rilevando minuziosamente le realtà in effettivo movimento lungo la strada tracciata da quella fandonia. In tutta quella concitazione, però, c’era chi non si scompose più di tanto, dopotutto il rischio di rimanere sospesa nel regno delle idee, senza incidere sul terreno della prassi, fa parte del gioco di ogni utopia. In più l’obiezione, se letta al contrario, rivela una verità paradossale: forse è proprio nella sua distanza dal reale, e non nella sua potenziale aderenza a esso, che risiede la forza più autentica di un’utopia.

Un’utopia, infatti, è tanto più radicale e seducente quanto meno è concreta, quanto più si sottrae alle logiche perverse della fattibilità e del compromesso che la ridurrebbero a una fra le tante opzioni in campo. La sua efficacia non dipende dalla realizzabilità ma dalla capacità di attivare quel meccanismo che Bertolt Brecht chiamava straniamento, di introdurre un improvviso, disorientante scarto di senso che obblighi a ripensare ciò che si dava per scontato: una specie di felice prosopoagnosia che, impedendo temporaneamente di riconoscere le fattezze del reale, costringa a ri-conoscerne le origini, le forme e il destino. In questo senso, l’utopia può esser dirompente solo a condizione di restare intransigente: essa cambia le cose non adattandosi a esse, ma allontanandosene al punto di far finta che non esistano. È un principio di disobbedienza epistemica e morale, un gesto che spezza la (fittizia) catena della necessità e apre il (vero) campo del possibile.

Le visioni di Magnaghi, dunque, e prima di lui quelle di altri cultori dell’utopia, non ‘funzionano’ nonostante la loro mancanza di concretezza ma proprio in quanto mancano di concretezza. La loro potenza dipende dall’appartenere a una terza categoria di scenari, accanto a quelli predittivi e prescrittivi, che Michelangelo Caponetto chiamerebbe ottativi o desiderativi, espressivi di una pulsione anziché di una constatazione. L’ottativo, modo verbale del greco antico (e qui torniamo a Choay e a More), auspica, invoca, spera; è una forma linguistica e concettuale che tiene aperto il futuro, che non lo chiude nel piano né lo riduce al programma. Tornata in questo spazio sospeso tra l’essere e il poter essere, l’utopia bioregionale acquista una dimensione performativa come principio orientatore, capace di generare pratiche – esse sì, concrete – di riappropriazione territoriale, di comunità, di senso.

Paradossalmente, così, un’utopia ha esiti tanto più concreti quanto meno concreto è il suo disegno. Questo però non la rende mera evasione, poiché il suo pellegrinaggio nel regno dell’immaginario parte e ritorna sempre in quello del reale: come il sogno alla veglia, l’utopia non si oppone staticamente alla concretezza ma la interroga, la sospende, ne rivela dinamicamente i limiti, innescando un gioco coevolutivo fra ciò che è e ciò che non è. È così che cambia il mondo. Il quesito cui essa risponde non è quindi un vago ‘e se fosse…?’ ma – ancora una volta – il poderoso, leniniano “che fare?”; e l’utopia risponde indicando un meraviglioso, kantiano “come se”: agisci come se tutto quello che finora hai imparato sul mondo non contasse, come se ogni vincolo fosse stato rimosso e tu potessi concentrarti esclusivamente su quello che vuoi, piuttosto che su quello che puoi fare. L’utopia insinua dunque un dubbio radicale sul senso del mondo e dell’agire nel mondo; e lo scioglie spingendo ad andare oltre. Forma di pensiero che abita la distanza, che trasforma l’impossibile in criterio del possibile, l’utopia ci invita ad abbandonare la rassicurante stabilità dei limiti, abbracciando tutta l’aleatorietà e tutti i rischi connessi a ciò che, in ogni momento, potrebbe rivelarsi una pura illusione.

Nota bibliografica
Il principio territoriale di Magnaghi è pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, in Francia – col titolo Le principe territoire – da Eterotopia France. La ricerca di “prove a discarico” rispetto all’accusa di Bevilacqua mise capo, insieme ad altre sollecitazioni, al Convegno SdT “Buone pratiche territoriali nell’emergenza ecologica. Una prospettiva bioregionale”, celebratosi a Roma nell’Ottobre 2023, all’indomani della scomparsa di Magnaghi, di cui a un volume (a cura di Gianmarco Cantafio, Enrico Ciccozzi, A. Marçel Pidalà e Alberto Ziparo) di prossima uscita presso UNICApress. Infine, “la figura e l’opera di Alberto Magnaghi” sono il sottotitolo del Festschrift (curato da Angela Barbanente, Rossano Pazzagli e Daniela Poli) che le ricostruisce e che uscirà a breve, col titolo Il territorio soggetto vivente, presso Firenze University Press. Ringrazio Antonio Longo per avere, nel suo contributo al volume, espresso il senso e l’efficacia dell’utopia magnaghiana con una precisione che mi è valsa da preziosa guida in questa rilettura.