La fabbrica e la comunità. Un caso da ripensare

 di Michele Lungonelli 

Un’analisi del processo d’industrializzazione in Toscana tra Otto e Novecento evidenzia fin dalla fase di avvio la presenza di svariati esempi di one company-towns, cioè di esperienze di sviluppo manifatturiero profondamente segnate dall’insediamento di nuclei produttivi a forte monocultura industriale. Tra i casi più significativi quelli di Larderello, Abbadia San Salvatore, Rosignano e Campo Tizzoro. 

Risulta invece più difficile assimilare a questi ultimi la realtà di Piombino, un caso per il quale la storiografia in argomento (P.Favilli, I.Tognarini) ha preferito far ricorso ad un’espressione come città-fabbrica, ritenuta probabilmente più idonea per descrivere una crescita frutto della presenza di attività certamente monorientate ma anche significativamente diverse in particolare nella gestione della forza lavoro e tali da determinare per un lungo periodo un diverso e più profondo senso di appartenenza, un’identità più forte in sostanza, per i lavoratori della Magona d’Italia rispetto a quelli delle acciaierie Ilva. Per i primi non è infatti azzardato adoperare un concetto vulnerabile e sfuggente ma di grande suggestione con il quale in anni passati si è segnalata una posizione elitaria all’interno del proletariato industriale, quello di aristocrazia operaia

In entrambi i casi è comunque la fabbrica l’elemento centrale di quella modernizzazione cui tanti piccoli e grandi centri urbani della penisola vanno incontro tra fine Ottocento e primo Novecento. Attorno ad essa si vengono stabilendo non solo comportamenti collettivi, ritmi e consuetudini di vita scanditi dal lavoro operaio, ma anche relazioni sociali nelle quali si affermano spinte emancipatrici e nuove e diverse sfere di azione politica. 

Già al momento nel quale si realizza in Italia il primo censimento delle attività industriali (10 giugno 1911) Piombino è divenuta uno dei poli della nuova siderurgia nazionale nonché punto di riferimento di un più vasto comprensorio comprendente i nuclei produttivi dell’isola d’Elba e il complesso maremmano di Follonica. A questa data è possibile cogliere alcune sostanziali diversità nella condizione lavorativa ed esistenziale degli occupati nelle due aziende e l’apporto della Magona d’Italia si segnala fin dall’inizio per una più accurata qualità dello sviluppo. L’origine britannica dei fondatori e lo stretto rapporto stabilitosi con alcune aziende gallesi porta ad adottare criteri di gestione della forza lavoro sperimentati in una realtà all’epoca incomparabilmente più avanzata. Gli esempi più eclatanti di questa politica gestionale si colgono non solo in una condizione salariale mediamente più elevata rispetto a quella riscontrabile in altre aziende del settore, ma anche nella previdenza antinfortunistica, messa in atto prima ancora che la legislazione italiana ne sancisse l’obbligatorietà e nelle otto ore di lavoro, che per la maggioranza degli addetti all’industria sarà una conquista solo al termine del primo conflitto mondiale. Se a questo si aggiunge l’impegno dell’azienda sullo scottante tema delle abitazioni operaie, una questione di basilare importanza in un contesto urbano al centro di una tumultuosa crescita demografica, credo non si faccia fatica a comprendere come nel proletariato piombinese si affermi rapidamente il mito Magona

La condizione  privilegiata degli operai magonisti prosegue e si intensifica negli anni del regime fascista, sostenuta dagli eccellenti risultati economici dell’impresa, con il varo di altre misure di welfare (asilo Spranger) e con il pieno coinvolgimento dell’azienda nelle iniziative dell’Opera Nazionale Dopolavoro, arrivando al culmine nel 1938 con la decisione di contribuire al rilancio del calcio municipale mediante la costruzione di uno stadio pienamente rispondente a questa esigenza. Un evento quest’ultimo destinato a lasciare una traccia profonda nella memoria cittadina (G.Salvini, Calcio, acciaio e socialismo. Il sogno svanito di Piombino, “Il Fatto Quotidiano”, 26 luglio 2021), in particolare con la “mitica serie B”. 

Ma all’inizio degli anni Cinquanta il sogno si trasforma in un incubo. Una drammatica crisi aziendale, protrattasi per oltre un quadriennio, segna il tracollo del mito Magona e l’inizio di un percorso molto diverso. 

A quegli anni d’oro, per i quali Gianni Rodari in un racconto (La famosa pioggia di Piombino) delle sue celebri Favole al telefono (1962) ha usato forse la metafora più efficace: “la pioggia durò poco ma lasciò le strade coperte da un tappeto di confetti profumati che scricchiolavano sotto i piedi”, credo convenga tornare a guardare, senza inutili rimpianti ma per la lezione che se ne può trarre. 

L’attenzione prestata al lavoro, al benessere del proprio personale e alla comunità di appartenenza è un’indicazione preziosa e una riprova che lo sviluppo economico può essere accompagnato e sorretto da principi diversi da quelli, francamente allarmanti, che il nuovo capitalismo globalizzato ci ha messo di fronte negli ultimi decenni. Gli esempi ai quali rifarsi nel nostro passato non mancano e per cambiare rotta non è mai troppo tardi.