Influenza del clima e delle attività umane nell’evoluzione delle nostre spiagge
di Carlo Bisci
Le spiagge, essendo progressivamente erose dal moto ondoso che erode e assottiglia i detriti per poi trasportarli al largo, devono la loro fondamentale esistenza al continuo rifornimento di materiale sabbioso o ghiaioso, eroso dai versanti vallivi e portato dai corsi d’acqua fino alle foci, dalle quali lo stesso moto ondoso provvede a ridistribuirlo lungo le coste limitrofe.
La disponibilità di sedimenti che vanno a sostituire quelli trasportati al largo dai marosi dipende quindi soprattutto dall’erodibilità dei terreni presenti nei bacini idrografici, che è massima quando questi non sono protetti dalla vegetazione.
In assenza di interventi antropici, pertanto, sono le condizioni climatiche a determinare la dinamica delle coste basse, dato che quando, come ora in Italia, il clima è favorevole si ha una buona protezione vegetale dei versanti (biostasia) a cui corrisponde arretramento della linea di riva. Quando invece si hanno condizioni di eccessivo freddo e/o aridità (resistasia) i suoli esposti e rapidamente erosi producono notevoli quantità di detriti che consentono l’avanzamento delle spiagge.
Durante l’ultima fase glaciale, culminata circa ventimila anni fa, il livello del mare era molto più basso di ora e i fiumi trasportavano molti sedimenti facendo progredire le spiagge, tanto che tutto l’attuale Adriatico centro-settentrionale era emerso e la Pianura Padana si estendeva fino al largo di Pescara. Con il successivo avvento di un clima più favorevole alla crescita della vegetazione, che ha anche causato il sollevamento del livello marino in seguito allo scioglimento dei ghiacci, le coste sono arretrate per essere poi spesso caratterizzate da scarpate scalzate alla base dal moto ondoso (falesie attive), mentre il mare andava a occupare anche parte dei tratti terminali delle valli fluviali e i corsi d’acqua non riuscivano a bilanciare l’erosione causata dalle mareggiate.
A partire dall’Età Romana le azioni dell’uomo prendono il sopravvento rispetto al clima, dato che la rapida crescita demografica e i progressi tecnologici hanno comportato una sempre maggiore deforestazione, per procurare il legno indispensabile per quasi tutte le attività, e un progressivo incremento delle aree coltivate, per rispondere ai crescenti fabbisogni alimentari. Questo ha indotto una prima “resistasia antropica”, incrementando i tassi di erosione del suolo e, quindi, di apporto di detriti alle foci, che lentamente ma progressivamente sono avanzate andando via via a colmare i tratti terminali delle valli fluviali.
Nei secoli successivi, questa tendenza al lento avanzamento della linea di riva è proseguita, anche se con momentanei rallentamenti in funzione delle dinamiche demografiche, su cui hanno avuto influenza eventi climatici come l’”Optimum Medievale” (intorno al 1100 AD) e la “Piccola Età Glaciale” (dal XIV all’inizio del XIX secolo), e, talvolta, inversioni di tendenza, come quando la Peste nera del 1363 ha dimezzato la popolazione europea con conseguente abbandono dei coltivi e crescita delle foreste. Comunque, alla fine del XVIII secolo, al di là delle fasce terminali delle grandi pianure, le spiagge erano ancora poco sviluppate, spesso formando solo strette fasce detritiche alla base delle falesie, rese ormai quasi sempre inattive.
Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale e il miglioramento delle tecniche di sfruttamento agricolo del suolo hanno indotto un aumento dell’erosione dei versanti, con conseguente maggior apporto di detriti alle foci e, quindi, crescita delle spiagge, che molto spesso mostravano alle loro spalle cordoni di accumuli sabbiosi stabilizzati dalla vegetazione (dune costiere), fondamentali per la protezione del retrospiaggia dalle mareggiate.
Più recentemente, però, le attività umane hanno iniziato ad avere un effetto opposto. Il primo impatto negativo si è avuto a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo con la costruzione di ferrovie e strade litoranee, non di rado costruite direttamente sulle dune di retrospiaggia.
Nei decenni successivi, si è poi avuta la realizzazione di strutture portuali (moli, dighe foranee ecc.) che agiscono come barriere al flusso lungo riva dei sedimenti, impedendone la prosecuzione sottoflutto dove si andavano quindi a innescare i primi fenomeni di arretramento. A complicare la situazione ha anche contribuito a costruzione dei primi invasi artificiali, che bloccano a monte delle dighe tutto il materiale trasportato dai corsi d’acqua sbarrati.
Comunque, fino alla metà dello scorso secolo le spiagge italiane non mostravano particolari criticità e, in media, risultavano abbastanza stabili. La situazione ha iniziato a diventare critica negli anni ’60 in seguito a un insieme di concause legate al boom economico: la rapida industrializzazione ha infatti indotto molti agricoltori, soprattutto nelle aree collinari, ad abbandonare i campi che, venendo ricolonizzati dalla vegetazione, diminuivano la propria erodibilità.
Parallelamente, la sempre maggiore richiesta di inerti per calcestruzzo e asfalto ha portato alla realizzazione di impianti per la loro estrazione direttamente negli alvei fluviali, soprattutto lungo i tratti terminali dove non di rado è stato completamente distrutto il materasso alluvionale, facendo affiorare la roccia sottostante, sottraendoli alle foci.
La crescente richiesta di energia ha poi comportato un notevole incremento nel numero di invasi per fini idroelettrici, che a loro volta hanno indotto fenomeni di erosione negli alvei fluviali con messa a rischio di parecchi ponti, per proteggere i quali si sono costruite briglie che hanno ulteriormente stabilizzato alle loro spalle i detriti trasportati dalla corrente.
A questo si è associata una tendenza alla riduzione delle attività di taglio degli alberi e a un aumento dei rimboschimenti, accompagnata da opere di protezione dei pendii in erosione, riducendo così ulteriormente l’apporto di detriti dai versanti.
L’aumentata richiesta di aree agricole molto produttive ha poi portato alla regimazione di molti fiumi per sfruttare le pianure alluvionali adiacenti, modificando la dinamica del flusso d’acqua e riducendo ulteriormente il carico di detriti. Lungo la costa, infine, è rapidamente aumentata la diffusione di porti minori e marine, con le relative opere di difesa.
L’insieme di queste concause ha comportato un rapido aumento del potere erosivo del moto ondoso, con conseguente innesco lungo buona parte delle linee di riva di fenomeni erosivi che, in molti punti, hanno iniziato a far rapidamente arretrare le spiagge.
Queste ultime, nel frattempo, grazie al progressivo diffondersi del turismo balneare avevano enormemente aumentato il loro valore, passando da “deserti” improduttivi a importanti fonti di reddito. Di conseguenza, sono rapidamente fioriti stabilimenti balneari, quasi sempre a pochissima distanza dalla linea di costa, direttamente sulla spiaggia, e si è assistito alla massiva urbanizzazione del territorio retrostante, dove spesso i lungomari sono stati realizzati distruggendo le dune costiere, che ormai sono estremamente rare e quasi sempre fortemente disturbate.
Solo nel 1985, quando ormai in gran parte delle aree costiere era troppo tardi per poter intervenire, si è provveduto, con la Legge Galasso, a vietare l’edificazione entro trecento metri dalla riva.
Anche in seguito alla forte pressione antropica lungo i litorali e alla loro rilevanza socioeconomica, le Amministrazioni locali hanno rapidamente provveduto a tentare di bloccare i processi erosivi realizzando strutture rigide (massicciate lungo riva, pennelli trasversali e barriere emerse o soffolte) a protezione delle aree più colpite. Questi interventi sono però stati quasi sempre progettati in modo “estemporaneo”, prendendo in considerazione solo il piccolo tratto di litorale da difendere, senza studi di area vasta e non tenendo conto della dinamica costiera locale.
Di conseguenza, se pure hanno risolto il problema locale per cui erano state progettate, queste opere hanno quasi sempre indotto un trasferimento dei fenomeni erosivi sottoflutto, dato che i già ormai scarsi sedimenti portati dai fiumi vengono bloccati in corrispondenza delle nuove strutture, impedendo loro di raggiungere i tratti successivi di spiaggia.
Purtroppo, poi, questo effetto negativo in genere non ha portato a una revisione dei criteri di approccio al problema, ma si è continuato per decenni, e si continua ancora, a costruire opere di difesa rigide andando a inseguire la continua migrazione dell’erosione costiera, e irrigidendo e rendendo artificiali lunghi tratti di litorale. Attualmente, infatti, ben oltre il 20% delle spiagge italiane ha completamente perso la propria naturalità.
La costruzione di barriere in mare, inoltre, ha aumentato notevolmente i rischi per i bagnanti, dato che lungo i varchi presenti si innescano pericolosissime correnti di risacca che spingono al largo i bagnanti e costituiscono la condizione in cui si attiva la maggioranza degli interventi salvavita dei bagnini.
A peggiorare ulteriormente la situazione, l’attuale cambiamento climatico globale sta inducendo un sollevamento del livello del mare, che inevitabilmente andrà a sommergere parte delle spiagge, e un aumento della frequenza e intensità delle mareggiate, con conseguente incremento del loro potere erosivo.
L’unico aspetto positivo è rappresentato dal fatto che negli ultimi decenni per risolvere il problema dell’erosione dei litorali stanno diventando sempre più frequenti gli interventi “morbidi” (ripascimenti artificiali), ovvero lo spargimento artificiale di detriti a compensare i mancati apporti di origine fluviale, che se correttamente realizzati evitano completamente il fenomeno negativo della migrazione dell’erosione.
Anche questa strategia ha però i suoi problemi. Innanzitutto, l'efficacia dei ripascimenti artificiali è limitata nel tempo: in genere richiedono di essere ripetuti ogni dieci - dodici anni circa. Inoltre, perché siano davvero efficaci è fondamentale valutare accuratamente la dimensione e la quantità dei detriti da usare (è già avvenuto in più di un caso che usando materiale troppo fine questo sia stato portato al largo dalle prime mareggiate, vanificando l’intervento). C’è poi il problema dell’impatto ambientale nelle zone di prelievo dei sedimenti, dato che quasi sempre le sabbie prelevabili dai fondali antistanti i litorali da proteggere sono inadeguate (fa eccezione l’Adriatico settentrionale, dove sono presenti i sedimenti alluvionali della “vecchia” Pianura Padana).
In teoria, l’approccio ottimale al problema dell’erosione costiera consisterebbe nel ripristinare la capacità di trasporto solido dei fiumi, ma questo implica incremento dell’erosione dei versanti, deforestazione, trasporto dei sedimenti a valle di sbarramenti (dighe e briglie) ecc.
Sarebbe poi auspicabile l’abrogazione del divieto di utilizzare per i ripascimenti il materiale estratto durante gli scavi e gli inerti derivanti da demolizioni, previa verifica delle caratteristiche chimiche e biologiche e un adeguato trattamento di bonifica e triturazione.