Da Utopia a Eutopia…
di Claudio Saragosa
La parola Utopia è una di quelle che incutono timore. Ci porta in una dimensione intermedia fra sogno e ragione. Il sogno ci permette di misurare la distanza fra il reale in cui siamo immersi e il desiderabile che vorremmo. Come dice Lewis Mumford «per lungo tempo utopia è stato un altro nome per definire l’irreale e l’impossibile. Noi l’abbiamo posta in antitesi al mondo; in realtà sono le nostre utopie che ci rendono il mondo tollerabile: sono le città e gli edifici che la gente sogna, quelli in cui finalmente vivrà. Più gli uomini reagiscono alla propria condizione e la trasformano secondo modelli umani, tanto più intensamente vivono nell’utopia; ma quando vi è una frattura tra il mondo reale e il mondo superiore dell’utopia, noi ci rendiamo conto della parte che la tendenza all’utopia ha giocato nella nostra vita, e vediamo la nostra utopia come una realtà diversa»[1]. Quindi la distanza fra la nostra condizione in cui siamo costretti a vivere e il desiderio dello spazio che ci potrebbe accogliere soddisfacendo i nostri bisogni e facendo scoccare nuove e più dense emozioni è la spinta fondamentale a definire mondi che ancora non esistono, non sono in nessun luogo. Ma il sogno, per divenire realtà, deve passare da un altro modo di operare: cioè il pensiero razionale.
Per uscire dall’onirico e confrontarsi con i flussi e le forme del mondo che si manifesta di fronte a noi, dobbiamo uscire dall’immaginario e immergerci nel complesso e fluttuante ambiente della Terra. E questo passaggio non è assolutamente semplice né privo di conseguenze. La ragione affronta meglio i temi del lineare e del meccanico, ma stenta ancora ad affrontare i temi del complesso e dell’organico. Talvolta, quindi, la trasformazione del sogno nella realtà produce lacerazioni nel complesso organico che sostiene la vita. Se ne sono accorti già in molti, come ci ricorda Franco Cresci: «le conseguenze negative derivanti dal primato del cognitivo sono state poste in evidenza soprattutto nell’epoca della tarda modernità, che ha rivendicato le esigenze della vita nei confronti della razionalità astratta: un’espressione decisiva di tale rivendicazione può essere colta nella filosofia di Nietzsche e in particolare nella sua denuncia dell’intimo rapporto che intercorre tra verità e dominio. Lungo questa linea, è stata definitivamente posta sotto accusa la tendenza a imporre sulla realtà sociale gli schemi di una razionalità intesa prevalentemente secondo i modelli della manipolazione tecnica del controllo derivato dal sapere scientifico: il vigoroso richiamo di Husserl al mondo-della-vita e la critica che Horkheimer e Adorno hanno rivolto alle componenti mitico-utopiche presenti nell'Illuminismo, costituiscono forse i momenti più significativi del processo che ha determinato l’attuale rifiuto dell’utopia»[2].
Gli urbanisti, ed io sono fra loro, peccano quando pensano all’ambiente che deve ospitare gli uomini e sognano realtà, secondo loro, più adatte alla vita individuale e collettiva. Perché quando trasferiscono il sogno del nuovo ambiente di vita per mezzo della ragione commettono sottovalutazioni che possono generare luoghi del tutto incapaci di generare la complessità necessaria a sostenere la vita. Per esempio, quando la rivoluzione industriale ha prodotto un tragico ambiente, gli urbanisti si sono messi al lavoro per correggere le malformazioni degli spazi (le Cacotopie[3]) che si erano generati. Il loro sogno era grandioso: un nuovo mondo fatto di sole, verde, spazio (soleil, vert, espace). Ma la realizzazione di questo nuovo ambiente ha dimostrato di aver sottovalutato la complessità spaziale necessaria ad ospitare le società umane. Queste ultime si sono trovate a vivere in un mondo utopico che razionalmente realizzato ha prodotto una semplificazione spaziale drammatica. Molti sono stati i critici che hanno contestato la configurazione di questo spazio. Alcuni hanno dato giudizi sprezzanti e fra questi Peter Blake[4] è fra i più incisivi. Per l’autore, ad esempio, la Città Radiosa (Ville Radieuse) pensata da Le Corbusier[5] ha prodotto un modo di abitare il cui esito finale è l’alienazione più completa. Questa idea di città, che pure ha dominato le scelte urbanistiche per buona parte del XX secolo, ha prodotto soluzioni reali talmente controverse che non sono recuperabili: sono condannate già in partenza e nessuna cosmesi potrà mai salvarle. L’esito finale di un’organizzazione spaziale così concepita non può che essere la sua cancellazione proprio come avvenne a St. Louis quando «si dovette demolire con la dinamite un edificio di molti piani di Pruitt-Igoe perché non c’era alcun sistema di renderlo umanamente abitabile»[6].
Potremmo citare molti autori ma mi fermerò a ricordare un saggio di Leonardo Lippolis[7] in cui si giunge quasi a paragonare la città moderna ad un enorme congegno di controllo: un immenso panottico di foucaultiana memoria. Lippolis rintraccia nel modello funzionalista le basi della città del controllo. Già la Carta d’Atene[8], con i suoi precetti sull’organizzazione della città (partendo dall’ipotesi della zonizzazione urbana di quattro funzioni fondamentali: abitare, lavorare, tempo libero, circolare), rispondeva a un criterio di regolamentazione sociale eliminando le variabili antiutilitarie estranee al ciclo produzione-consumo. Mediante lo zoning, tale regolamentazione veniva applicata all’intera città con la conseguenza dello spopolamento dei centri urbani (da usare come uffici e servizi) e la deportazione della popolazione nelle nuove periferie dove si applicava come modello ideale l’Unità di Abitazione (Unité d'Habitation) lecorbuseriana.
In questo periodo pieno di grandi speranze, in cui si è cercato di rispondere alle Coketowns[9] ottocentesche sognando nuove utopie urbane, si sono realizzati troppi spazi alienanti per la vita in cui il disegno razionale (di matrice funzionalista) veniva imposto d’autorità agli uomini travolgendoli in spazi di costrizione. Come dice Françoise Choay, «una volta che l’individuo umano viene definito in termini di sviluppo fisico, di funzionamento, di produttività, di bisogni-tipo universali, quale posto è lasciato al campo dei valori da creare e dei possibili desideri? Anche l’unità ultima del sistema, l’appartamento della famiglia (riproduttrice) non sfugge alla coercizione; nel gergo degli specialisti, porta il nome espressivo di cellula. In questo modo la nuova città diventa, oltre che il luogo ove la produzione è più efficace, una sorta di centro di allevamento umano, all’orizzonte del quale si profila, minacciosa, l’immagine analitica del padre castratore e dei propri figli. Il ruolo è tenuto […] dall’urbanista, che detiene la verità: “Così è guidato il gregge”, confessa Le Corbusier, per il quale, del resto, “il mondo ha bisogno di armonia e di farsi guidare da armonizzatori”. Secondo i casi l’urbanista padre si identificherà in un demiurgo artista o vorrà impersonare l’incarnazione della tecnologia»[10].
Eppure, alle distopie realizzate partendo da un approccio in cui il sogno si trasferisce nella realtà in un modo lineare e meccanico si può, forse, anteporre un metodo di approccio non più utopico quanto piuttosto eutopico[11]. Come dice Patrick Geddes «la nostra Eutopia ideale […] è nella città che ci circonda: e deve essere progettata, proprio qui, da noi suoi cittadini, che siamo cittadini sia della città reale sia della città ideale e sempre più dobbiamo imparare a considerarle una cosa sola»[12]. La composizione di Eutopia non parte dall’applicazione di un pensiero astratto al reale quanto piuttosto, come afferma Carlo Carozzi, dalla comprensione profonda del reale in cui siamo immersi. Infatti, per la realizzazione dell’Eutopia geddesiana è necessario procedere «prima della formulazione [di un qualsiasi] piano, allo studio minuzioso e integrato di tutti gli aspetti della realtà urbana e territoriale al fine di scoprire quali sono, in atto o in potenza, le capacità di sviluppo individuali e irripetibili, di ogni singola città»[13]. È questa “diagnosi prima della cura”, come la chiamerebbe Patrick Geddes, che ci aiuta a immergerci nella profondità del reale che ci circonda in modo tale da lavorare per il suo continuo miglioramento, lontani da un approccio troppo lineare e meccanicistico.
[1] L. Mumford, Storia dell’utopia, Feltrinelli, Milano, 2017, pag. 11.
[2] F. Crespi, Crisi e rinascita dell’utopia, in Lewis Mumford, Storia dell’utopia, Feltrinelli, Milano, 2017, pag. VII.
[3] Vedi: P. Geddes, Città in evoluzione, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 90-96.
[4] P. Blake, La forma segue il fiasco. Perché l’architettura non ha funzionato, Alinea, Firenze 1983.
[5] Charles-Edouard Jeanneret-Gris.
[6] P. Blake, La forma segue il fiasco. Perché l’architettura non ha funzionato, Alinea, Firenze 1983, p. 93.
[7] L. Lippolis, Viaggio al termine della città. La metropoli e le arti nell’autunno postmoderno (1972-2001), Elèuthera, Milano, 2009.
[8] I materiali che compongono la Carta d’Atene vennero discussi durante il Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) nel 1933 in un viaggio su un piroscafo che da Marsiglia approvò ad Atene da i maggiori esponenti del razionalismo europeo nel 1933. La Carta venne pubblicata poi per la prima volta a Parigi da Le Corbusier nel 1941.
[9] Vedi: Charles Dickens, Tempi difficili (Hard Times - For These Times), 1854. «Così come stavano le cose, era una città di un rosso e di un nero innaturale come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e di alte ciminiere dalle quali uscivano, snodandosi ininterrottamente, senza mai svoltolarsi del tutto, interminabili serpenti di fumo.C’era un canale nero e c’era un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tintinnavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano con moto regolare e incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe, tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancora più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale all’ieri e al domani, e ogni anno era la replica di quello passato e di quello a venire».
[10] F. Choay, La città. Utopie e realtà, Einaudi, Torino, 2000, p. 38.[11] Eu-topia, luogo del vivere buono o del vivere felice.[12] P. Geddes, Città in evoluzione, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 35.
[13] C. Carozzi, Prefazione, in P. Geddes, Città in evoluzione, Il Saggiatore, Milano, 1970, pag. 22.