L’utopia delle rovine
di Maria Molinari
I campi pestati dall’inverno, una giornata assolata. Un misto di rumori naturali e innaturali. Un saettone striscia sulla scarpata di fianco a me. Tutto il resto, bosco.
Ci si sente al sicuro sui promontori, o sugli incroci. Il sole mi asciuga la schiena sudata per la camminata. Solo alberi immobili a farmi compagnia.
Casacca è un borgo, oggi svuotato, composto da sette case, una chiesa, un palazzo e un cimitero. Persino quello è stato svuotato. Un paese la cui presenza è attestata nei documenti storici che risalgono all’anno Mille. Casacca ha visto gli ultimi abitanti andarsene via negli anni Sessanta e poi saccheggiata per i successivi Trenta.
Oggi è interamente di proprietà di un notaio, che l’ha ristrutturata, ridandole dignità, magari non come quella di un tempo. Oggi Casacca resta in piedi, ancora bella nel suo insieme. L’evoluzione più grande che ha subito nel tempo però non è nella struttura, ma nei suoi rumori. Non più quello del vociare delle persone o del muggire delle mucche o l’abbaiar di cani, ma c’è il silenzio a fare da sottofondo al rumore dell’autostrada, quella che le ha bucato le radici. Pesanti camion ora passano dentro al monte su cui lei è posata. Immobile da secoli. Il venticello oggi porta suoni diversi.
Quassù a volte vengono visitatori, pensando di trovare un paese abbandonato e vuoto, posto alla mercé di chiunque, ma trovano i legittimi proprietari. Qualcuno critica per questo limite di accesso, qualcuno invece sa che se non fosse stato per questa famiglia oggi non ci sarebbe stato nulla da vedere o respirare a Casacca. Se non fosse stato per loro, i muri storti e le finestre devastate avrebbero fatto salire una lancinante malinconica tristezza nelle anime del visitatore che porta Casacca nei propri ricordi. La stessa malinconica tristezza dei nostalgici dei tempi passati, forse ignari della fatica di allora. Quello di cui si sente la mancanza oggi è la vita all’aperto, la relazione con la terra e con il noi più profondo e silenzioso, più relazionale. Ma non ci manca quella vita. Non certo quella fatica.
La ricerca delle origini talvolta sconfina nel morboso. Vediamo sfocato nel nostro passato (perché non lo ascoltiamo da tempo, siamo passati oltre) e si cerca di avvicinarci a lui osservando quelle case sempre più da vicino, come volerlo toccare, fermare. Diciamo: aspetta un attimo, non andare via! Ma ormai è stato perso. Il nostro passato ci parla a fatica, perché per lungo tempo, tutti quanti in massa, lo abbiamo evitato.
Perché si va a Casacca, a cercare un luogo perduto che pure ci appartiene?
In una sorta di riverenza rispettosa mi avvicino al borgo di Casacca. E si, chiedo il permesso a qualcuno per entrare oggi in paese. Lo avrei chiesto comunque un tempo, ai suoi abitanti. In un altro modo.
L’Appennino è costellato di paesi come Casacca, interamente fatti di pietra, come esempi di architettura rurale antica, ora mangiati dal bosco. Gli oggetti di un tempo oggi vivono altrove: nei musei, nelle case, o dimenticati. Le case rimangono svuotate del loro contenuto, restano poche cose: letti, materassi di lana, tavoli. Ma le case restano lì. I loro muri sono incredibilmente vivi, percorsi dalle edere. Hanno le finestre aperte senza nulla da chiudere. Finestre che collegano il fuori direttamente con il cielo di sopra: il soffitto non c’è più. Ci si passa attraverso alle case, di fianco e sotto. Costruiti in un incrocio di volte e voltoni, dove la struttura del paese è bene o male sempre questa: c’è l’aia, il pozzo, il forno, i fienili, le stalle sotto, le abitazioni sopra. Una fotografia. Sei consapevole di aggirarti dentro ad una fotografia. Avete mai provato ad aggirarvi dentro ad una fotografia d’epoca? Come la Mary Poppins di Walt Disney, insieme ai bambini e allo spazzacamino si aggiravano nei disegni e interagivano con i suoi elementi, quelli vividi del quadro. Aggirarsi per paesi abbandonati dona la sensazione di passeggiare dentro ad una fotografia d’epoca, in bianco e nero. Soprattutto in inverno, quando i colori sono spenti, e si può sentire il passo del mulattiere che torna a casa con i muli, o della fontana che dà acqua alle lavandaie, o della musica nell’aia che fa da balera. Si percepisce la funzione di quei muri di pietra nel delimitare spazi, nel dar vita agli eventi.
Nell’attesa che la porta di Casacca si apra, aspetto nei campi. E osservo quello che mi inquieta stando qui sola nei campi: è la grandezza del tempo, e ancor più di me stessa, sotto la lente dell’immobile. I muri sono lì, nella loro magnificenza di stili pregni di un’estrema cura per i particolari, decori funzionali di un’arte scolpita nella pietra, pietre eterne e mirabilmente poste. Loro sono lì, e si prova un desiderio irrefrenabile di prendersene cura. È per questo che sono ammirevoli le persone che sono riuscite a conservare, ricomporre, far rivivere. Stanno preservando qualcosa per tutti noi. Un luogo innanzi tutto dove rispecchiarci, un album di fotografie sbiadite, ma soprattutto, un potenziale enorme di trasformazione. È qui che la trasformazione, ciò che è in grado di evolvere, è anche in grado di sopravvivere. Ed è questo di cui l’Appennino ha un grande bisogno. Ha bisogno di trasformarsi. Ha bisogno soprattutto di trasformare la nostalgia, in valorizzazione dell’ambiente, delle tecniche e dell’arte che possiede. Tutto il resto è evoluzione a seguire.
Il timore è andato via: ho visto i muri trasformarsi, ed io, insieme a loro, evolvere. Non scomparire in mezzo al bosco. Mi apre la porta la padrona di casa. Entro nella casa/paese che oggi ha ripreso a respirare.