Amarena e le altre
di Corradino Guacci (Società italiana per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”)
Il 2023 è stato un vero e proprio annus horribilis per l’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus Altobello, 1921), una relitta popolazione di orso bruno che vive isolata sull’Appennino centrale con un contingente che si aggira intorno ai cinquanta individui.
Iniziato il 23 gennaio con la morte per investimento dell’orso M20 -conosciuto al grande pubblico come Juan Carrito- e terminato il 31 agosto con l’uccisione a colpi di fucile della madre Amarena, avvenuta nella piana del Fucino. Madre e figlio più volte protagonisti delle cronache abruzzesi per la fiducia dimostrata nei confronti dell’uomo, una “confidenza” purtroppo mal riposta.
Al di là della perdita fisica dei due individui è stato inferto un duro colpo al patrimonio genetico della sottospecie con la dispersione del DNA specifico di Amarena, una riproduttrice prolifica capace di allevare ben quattro piccoli, portandoli tutti allo svezzamento.
Una conferma questa quanto mai amara dell’urgenza di realizzare una banca genetica che conservi il prezioso capitale costituito dal genoma di questa popolazione superstite.
Una proposta che, come “Società italiana per la storia della fauna”, abbiamo avanzato fin dal gennaio 2013[1] spinti dalla considerazione che a fronte di una media di 2,5 orsi perduti ogni anno (quasi duecento esemplari dalla fondazione del Parco nazionale d’Abruzzo ad oggi, considerando solo i casi accertati) non si rilevava alcun incremento della popolazione appenninica. Infatti, la cifra di cinquanta-sessanta individui ricorre costante in tutte le stime e censimenti effettuati negli ultimi cento anni.
Ora è noto che, in mancanza di un intervento radicale, una popolazione di Mammiferi al di sotto dei cento individui è destinata all’estinzione. Da qui l’idea di proporre la banca genetica come una exit strategy, una sorta di polizza di assicurazione che consenta, nel caso che un evento critico (come, ad esempio, la diffusione di una malattia infettiva) riduca ulteriormente la già esigua popolazione, di ricostituirla con le moderne tecniche di riproduzione assistita, in particolare mantenendo l’esclusivo profilo genetico.
Tra l’altro la conservazione ex-situ è una pratica prevista come integrativa di quella sul campo[2], e la cui efficacia è testimoniata dalle decine di banche genetiche sorte in tutto il pianeta a supporto delle specie animali minacciate [3].
Una proposta, quella di accantonare patrimonio genetico, che ritenevamo di assoluto buon senso ma che ha incontrato un deciso, quanto inaspettato, ostracismo da parte dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA). Questi, nel ritenerla priva di sufficienti basi scientifiche, ha rilasciato un parere nel quale suggeriva in caso di difficoltà di introdurre esemplari appartenenti a popolazioni geograficamente vicine[4]. In altre parole, l’importazione nell’areale di presenza dell’orso marsicano di orsi balcanici appartenenti a una diversa sottospecie di orso bruno, quella europea, così come già avvenuto nella Provincia Autonoma di Trento.
Un’esperienza questa che, come è noto, sta iniziando a originare disagi alle popolazioni locali; tensioni che avrebbero potuto essere mitigate da una diversa impostazione iniziale del progetto e da una massiccia campagna mediatica di informazione e formazione alla coesistenza, che invece è del tutto mancata.
Oltretutto la riproposizione di una simile operazione nell’Appennino centrale costituirebbe un “misfatto” ecologico perché porterebbe nel tempo alla cancellazione di una sottospecie unica al mondo, un laboratorio vivente dell’evoluzione al quale la Natura sta lavorando da migliaia di anni; tra l’altro rischiando di perdere, con la possibile introduzione di geni legati all’aggressività, quella caratteristica che ha consentito all’orso marsicano di convivere con le popolazioni appenniniche, ovvero la sua mansuetudine.
Sarebbe quanto mai opportuno che il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica invitasse l’I.S.P.R.A. a riesaminare il parere espresso ormai più di dieci anni fa perché lo stesso pesa come un macigno sulle politiche di gestione dell’orso bruno marsicano, bloccando qualsiasi intervento innovativo.
Realizzare una banca genetica, tra l’altro, comporterebbe costi assolutamente irrisori, al contrario di quanto paventato dai suoi detrattori; si tratterebbe semplicemente di attivare una formazione specifica, diretta ai veterinari coinvolti riguardo le tecniche di prelievo di liquido seminale dai maschi di orso, operazione che può essere effettuata anche sul campo e quelle riguardanti gli ovociti femminili (operazione questa più complessa da eseguire in ambulatorio). I materiali così ottenuti potrebbero tranquillamente essere stoccati nelle numerose banche presenti nelle facoltà di agraria, veterinaria e biotecnologie diffuse sul territorio.
Tra l’altro, se non ci fosse stato il citato parere dell’I.S.P.R.A., oggi avremmo potuto già avere le fondamenta della banca genetica semplicemente fornendo l’indicazione di prelevare, negli esemplari appena deceduti, l’epididimo per i maschi e utero e ovaie per le femmine. Da tali apparati, una volta congelati, sarebbe stato possibile estrarre, anche a distanza di anni, le cellule riproduttive.
A tale proposito si consideri che dal 2013, anno del nostro appello, sono morte sette femmine e otto maschi, praticamente nelle mani degli operatori del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Se si fosse proceduto con il prelievo degli organi riproduttivi oggi saremmo già a buon punto.
Dobbiamo a tutti i costi evitare di ripetere il tragico errore commesso con il Bucardo, lo stambecco dei Pirenei, il primo grande fallimento della conservazione nell’Europa del XXI secolo. Dei 50.000 capi presenti all’inizio della storia moderna ne erano rimasti una quarantina all’inizio del 1900.
Nel 1918 venne istituito il Parco nazionale di Ordesa e del Monte Perdido con l’intento di salvare la residua popolazione, ma non venne presa alcuna precauzione: nel 1999 morì l’ultimo maschio in libertà e nel gennaio del 2000 l’ultima femmina.
Non avendo costituito, per tempo, una popolazione ex-situ (in aree faunistiche, giardini zoologici…) o una banca genetica in vitro l’unica via possibile per tentare di ricostituire la sottospecie pirenaica è rimasta la clonazione ma anche in questo caso il percorso è per ora sbarrato per la mancanza di materiale genetico maschile.
Per questo non ci stancheremo mai di ripetere che ogni orso perduto è un frammento di prezioso patrimonio genetico svanito per sempre.
Arriverà un momento in cui, anche volendo, non potremo porvi più rimedio.
[1] https://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2018/08/Appello.pdf[2] Art. 9 della Convenzione sulla Diversità Biologica di Rio de Janeiro.[3]https://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2020/07/Considerazioni-sulla-proposta-per-una-banca-genetica-dellOrso-bruno-marsicano-Ursus-arctos-marsicanus-Altobello-1921.pdf[4] https://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2018/08/ISPRA-parere-conservation-breeding.pdf