L’immaginario violato: voci di donne contro

di Debora Angeli

Quando mi è stato chiesto di scrivere un breve articolo sull’Africa, subito la mia mente si è affollata di immagini, pensieri, ricordi insieme però anche a tanti stereotipi, semplificazioni che la parola Africa porta con sé. Per lavoro da molti anni viaggio in tanti luoghi del mondo. Lo faccio da attivista e femminista che nel desiderio di incontrare e condividere con altre donne ha scelto la strada della cooperazione internazionale e della difesa dei diritti umani. All’Africa sono arrivata però solo recentemente. Ne avevo timore. Un timore non tanto legato a dati oggettivi (povertà, guerre, sfruttamento che accumunano altri luoghi del mondo) ma piuttosto un timore di dover prima fare i conti con stereotipi, semplificazioni, sovrastrutture nostre/occidentali/eurocentriche rispetto all’Africa e quindi dover fare i conti anche con i miei stereotipi, semplificazioni, sovrastrutture. Ed ecco quindi l’incontro con il primo stereotipo: l’Africa come monolite senza differenze che è solo bisognoso, povero, senza risorse, in fuga da sé stessa che legittima aiuti acritici perché tanto c’è bisogno di tutto oppure addirittura legittima lo sfruttamento di ogni risorsa. In questa complessità spesso celata ho cercato voci critiche da dentro per guidarmi. E ho cercato voci di donne, sguardi situati, punti di vista nascosti e volutamente non visti perché le culture patriarcali ci attraversano in ogni dove.

Aminata Traorè, attivista, scrittrice, ex ministra maliana, autrice del bel libro “L’immaginario violato” mi ha da subito aiutato a rovesciare questo stereotipo. Il suo libro ci racconta un’Africa che saccheggiata ed emarginata si è abituata a considerarsi una regione povera e a comportarsi come tale. In un’intervista di qualche anno fa ci dice: “Noi africani continuiamo a guardare voi occidentali, vi seguiamo perché non siamo in grado di dire di no: siamo Stati mendicanti. Come dimostra la crisi sociale ed economica che attraversa l’occidente però, il vostro non è un modello valido come riferimento … Se volete rendere un servizio all’Africa dovete combattere la vostra battaglia al nord: il vostro coraggio sarà per noi d’esempio”. E ancora: “Abbiamo bisogno di un’Africa che, attraverso il suo secolare bacino di conoscenza, risvegli una coscienza politica critica con cui pensare il futuro e dargli senso”.

Nei miei primi viaggi che mi hanno portato nell’Africa del Sud (Eswatini, Mozambique, Zimbawe) e poi nell’Africa Occidentale (Senegal, Niger, Mali) ho così cercato voci di donne che pur nelle loro vite complesse e difficili potessero farmi andare oltre quell’ immaginario violato in un’ottica decoloniale. Ho incontrato e lavorato con decine di gruppi di donne in aree urbane e rurali e all’interno di processi sociali collettivi di donne mi sono messa in una posizione di ascolto e per rompere con quell’immaginario violato sono stati i gruppi di donne a parlarmi costruendo dal basso agende politiche e azioni di micro-trasformazione sociale. Le ho viste parlare di accaparramento di terra nel caso in cui una donna diventando vedova perde l’accesso alla terra: parola politica che da una nuova dimensione al fenomeno del Land Grabbing che colleghiamo solo alle multinazionali e agli Stati e che invece deve includere quelle pratiche patriarcali che in molti contesti africani vincolano la terra al possesso maschile e obbligano le donne ad una vita di subalternità. Le ho viste collegare la questione dell’accesso all’acqua nelle aree rurali alla violenza maschile che è strutturale e attraversa i luoghi pubblici e privati: parlare di accesso all’acqua significa per loro anche parlare di sicurezza, diritti oltre che di salute. Le loro pratiche di maternità allargata mi hanno sfidata: come possiamo costruire quel villaggio di relazioni che possa crescere persone più felici senza far riferimento solo alla solitudine genitoriale e, in particolare, delle donne? Le loro pratiche di resistenza e auto-difesa permettono loro di costruire reti di relazioni e micro-economie del quotidiano: gruppi di risparmio e credito delle donne non sono certo regolati da banche ma da rapporti fiduciari tra le donne che sono impensabili nelle nostre società iper-individualiste. E il femminismo non è solo quello occidentale. Dalla Conferenza di Pechino del 1995 i tanti sguardi e agire dei femminismi si sono confrontati e oggi un libro come “Dobbiamo essere tutti femministi” della scrittrice femminista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie diventa un riferimento diffuso. E la lettura della condizione delle donne africane si arricchisce senza negare le culture patriarcali che ci sono e si esplicitano in tanti modi. Chimamanda ci racconta che nonostante tutto la donna africana ha sempre goduto (seppure dentro la famiglia e nella sua veste di procreatrice) di un potere autonomo, disatteso poi nelle pratiche razziste coloniali della supremazia bianca. È uno scambio che meriterebbe molto più spazio ma apre riflessioni e sguardi differenti.

Eppure, tutto questo fatichiamo talvolta a vederlo, fatichiamo a vedere le connessioni (la donna che vive in un’area marginalizzata e povera e la scrittrice famosa usano alla fine le stesse parole politiche) e anzi un altro stereotipo ci insegue: l’Africa è fatta di tribalismi, non hanno storia, non hanno prodotto la Cultura con la C maiuscola quasi a legittimare vecchi e nuovi razzismi. Chimamanda ci invita a riflettere anche su questo chiedendoci di non cadere nella trappola della Single Story (un’unica storia, un’unica verità) che disconosce le molteplici verità e storie di un mondo tanto complesso e disomogeneo: dove c’è la fame c’è anche chi lotta contro di essa o chi non ha bisogno di farlo, dove c’è la guerra c’è anche chi fa la pace, dove c’è la censura c’è anche chi parla utilizzando tutti i mezzi a disposizione, e così via. «Quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, riconquistiamo una sorta di paradiso». 

Siamo in un’epoca che rifugge dalla complessità e dall’ascolto. Forse la curiosità verso le molteplici storie e verità possono aiutarci a ritrovarci.