I viaggi hanno divorato il nostro tempo libero?

di Stefano Rinaldi

Spesso, prima di recarmi a lavoro, faccio colazione al bar del paese: solito caffè, solito cornetto, solita poca gente. Tranne che, l’ultima volta, vi era un clima di festa per via di un tizio che qui pareva aver vinto al superenalotto la cifra di un milione di euro. I presenti, che tentavano di capire l’identità del vincitore, tra le più disparate e fantasiose idee, erano d’accordo sul fatto che chiunque, con quella cifra, avrebbe deciso di passare il resto del suo tempo in giro per il mondo. Effettivamente, negli ultimi anni, le mie conversazioni all’aperitivo, a cena con gli amici o sul posto di lavoro, hanno tra i principali argomenti il mondo dei viaggi. Alla domanda “Cosa ti piace fare nel tempo libero?”, c’è sempre qualcuno che risponde “Viaggiare”. A settembre ti dice cosa farà a Natale o a Capodanno, a gennaio pensa al carnevale e a ponti di Pasqua, a Pasqua su quale sarà la meta dell’estate, dopo l’estate ti racconta le vacanze appena trascorse. E nel mentre, sfrutta qualche offerta last-minute del weekend verso una capitale europea o in un borgo italiano, per visitare un museo, andare a un concerto, rilassarsi alle terme, mangiare e bere, postare il piatto del ristorante o la vista panoramica dalla sua camera d’albergo sui social.

Prima che l’ONU e l’UNWTO (l’organizzazione mondiale del turismo) riconoscessero il diritto di tutti i cittadini al riposo, al tempo libero e alla libera circolazione[1], per secoli l’ozio è stato concepito come un vizio da ostacolare. Nell’Alto Medioevo questa convinzione portò al progressivo abbandono della gran parte delle attività sociali ricreative, ad eccezione dei pellegrinaggi religiosi. Perché i soggiorni termali, ed altre attività ludiche, ritornino di moda in alcune mete d’Europa e dell’Italia, bisognerà aspettare l’età dei commerci fra il Tre il Quattrocento sino alla loro piena riaffermazione nel periodo Rinascimentale[2]. Ma almeno sino alla fase iniziale della Rivoluzione industriale, di tempo libero ce n’era ancora ben poco, principalmente perché il tempo trascorso nelle fabbriche era molto elevato.

I primi viaggi di gruppo organizzati nacquero il 5 luglio 1841 quando, l’inglese Thomas Cook, concepì i primi viaggi in treno all-inclusive allo scopo di sottrarre i lavoratori delle classi meno abbienti dall’alcolismo. All’evento parteciparono 600 persone che, alla modica cifra di uno scellino, acquistarono un pacchetto turistico incluso di trasporto, cibo e intrattenimento. Per capire la portata storica dell’evento, dobbiamo tenere a mente che, sino ad allora, il viaggio era un piacere per pochi, soprattutto di nobili e aristocratici. Il ceto proletario si concedeva al massimo qualche scampagnata nei giorni di festa. Nel periodo fra le due guerre, fattori come l’introduzione del salario, la riduzione delle ore lavorative e delle ferie retribuite nella maggior parte dei Paesi occidentali, posero le basi alla nascita del turismo di massa in seguito culminato all’inizio degli anni Sessanta. Ma tra le cause più determinanti, ci fu indubbiamente la maggiore disponibilità di tempo libero. È stato calcolato che, dalla Rivoluzione industriale ai giorni nostri, il tempo libero a disposizione di ognuno di noi è passato, grazie anche all’aumento della durata della vita media, dal 18% al 38% della nostra esistenza[3].

Il tempo libero fu una lenta conquista sociale. In Italia i servizi dedicati al turismo si ampliarono e si diversificarono portando a un vero e proprio “turismo diffuso”. Il processo di democratizzazione e standardizzazione del viaggio è stato, ed è tutt’ora, alimentato dai continui progressi in campo logistico, medico, tecnologico, che hanno però tuttavia alimentato nuove questioni ambientali, economiche e sociali come la gentrificazione, il turismo sessuale, il sovrasfruttamento dei luoghi, la crisi climatica.
Se dunque i viaggi sono un diritto inalienabile, cosa resta delle nostre vite sottraendoli? Seppur la domanda potrebbe inizialmente spiazzare, la storia ci insegna che, al netto delle difficoltà di ciascuna epoca, le nostre vite e la nostra quotidianità, sono proseguite pur senza l’acquisto di un pacchetto turistico. Per quanto si possa romanticizzare l’idea di viaggio, vincere al superenalotto e spendere il resto della propria vita in vacanza non ha mai reso qualcuno automaticamente una persona migliore, ma semmai rischia di spalancare le porte a qualcosa di inedito: il bisogno imprescindibile di spostarsi continuamente ad ogni età, forse per paura di restare fermi, soli con sé stessi.

[1] Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), Codice Mondiale di Etica del Turismo, adottato dalla risoluzione A/RES/406(XIII) della tredicesima Assemblea Generale dell’UNWTO (Santiago, Cile, ottobre 1999) e approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione A/RES/56/212 del 21 dicembre 2001, Art. 7   [2] Battilani, P. (2009). Vacanze di pochi, vacanze di tutti. L'evoluzione del turismo europeo. Bologna: Il Mulino.[3] Ibidem